di MANUEL NIN

Nell’inno di Romano il Melodo per la festa dell’Esaltazione della santa Croce il poeta teologo (490-555) dà voce al buon ladrone, crocifisso con Gesù sul Golgota, e mette poi in bocca al diavolo l’amarezza di fronte alla redenzione che Cristo porta nel mondo. Subito Romano introduce il filo conduttore di tutto il poema: la centralità della croce come unico albero, presente nell’Eden e presente sul Golgota, ignorato da Adamo, ma riconosciuto e confessato dal ladrone: «Il legno tre volte beato, dono di vita, fu piantato dall’Altissimo nel mezzo del paradiso affinché Adamo potesse ottenere la vita eterna e immortale. Ma lui non riconobbe la vita, la smarrì e scoprì la morte.
 

Un cuore integro

di ABRAHAM SKORKA

L’uomo che non risolve i propri conflitti è un essere frammentato. Solo chi lotta con i suoi istinti e piega le sue pulsioni di morte e distruzione raggiunge un cuore integro. Nel testo del D e u t e ro n o m i o (30, 19) appare la disperata esclamazione del maestro ai suoi discepoli — il popolo d’Israele — quando dice loro addio prima della sua morte: «Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza».
 

Oggi nasce l’albero dal frutto meraviglioso

di MANUEL NIN

Giorgio Warda è uno dei principali innografi della tradizione liturgica siro-orientale, vissuto tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo ad Arbela, nell’attuale Iraq. Warda, che in siriaco significa “rosa”, è un soprannome legato alla raccolta delle sue composizioni poetiche.
 

La nostra unica speranza

«Realizzare la pace significa costruire comunità, e la comunità comincia riconoscendo la dignità di ogni persona»: lo afferma padre John Chryssavgis, arcidiacono del Patriarcato ecumenico, nella relazione tenuta nella mattina di sabato 6 al monastero di Bose, dove si conclude il Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa. Ne pubblichiamo alcuni stralci.

di JOHN CHRYSSAVGIS

«Per la pace del mondo intero». Questa è l’invocazione del diacono all’inizio di ogni divina liturgia. E “il mondo intero” include ogni angolo della creazione di Dio, fino all’ultimo granello di polvere. Come Re del cielo e della terra, Cristo non viene con violenza ma nella mitezza. Matteo ci rassicura sul fatto che Dio viene ad assumere l’autorità sulla creazione, a riorga- nizzare la creazione dal caos al co- smo, come nella prima Genesi. L’ebreo comune nel primo secolo (e il cristiano comune oggi) aveva due alternative per rispondere a Gesù: o con mitezza o con violenza.
 

Come ama Dio

di ARISTOTLE PAPANIKOLAOU

Nelle tradizioni ortodossa e cattolica, un’antropologia della pace è definita, semplicemente, come théo- sis , deificazione o, come preferisco dire, quale comunione divino-uma- na. Se ricordiamo il nome fondamentale di Dio per i cristiani, cioè che Dio è amore — cosa che tutti i cristiani condividono — la théosis deve essere vista come capacità di amare come Dio ama, vedendo tutte le creature, anche quelle che sembrano meno amabili, così come Dio le vede. È questa la sfida del più grande comandamento: amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente e amare il prossimo come se stesso (cfr. Ma t t e o , 22, 37-39).
 
di MANUEL NIN

La festa della Pasqua della Madre di Dio, il giorno 15 agosto, la sua morte e la sua piena glorificazione sono celebrate nelle Chiese orientali con grande solennità; festa preceduta anche da un periodo quaresimale di preparazione come avviene per la Pasqua di Cristo. Vogliamo in queste righe soffermarci, a modo di testimonianza, di comunione e di preghiera con e per i nostri fratelli cristiani in Iraq e nel prossimo Oriente, sui testi liturgici delle due tradizioni siriache, quella occidentale e quella orientale, testi che verranno cantati e pregati in questa festa, ma allo stesso tempo testi che in tante chiese in Iraq e nel prossimo Oriente non verranno più cantati né pregati.
 

Sul monte testimoni del Signore

di MANUEL NIN

Nella tradizione bizantina, come nelle altre tradizioni delle Chiese orientali, la Trasfigurazione del Signore è una delle grandi feste dell’anno liturgico. Essa ha una vigilia il 5 e un’ottava fino al 13 agosto. I testi liturgici del giorno prefestivo sono tutti un invito a salire con Cristo sul monte; come se la liturgia, da ottima pedagoga, volesse portare per mano i fedeli a contemplare e vivere il mistero che si celebra nella festa: «Venite, uniamoci a Gesù che sale al monte santo: là udremo la voce del Dio vivente.
 

Festa in onore di san Serafino di Sarov


Il 1 agosto 2014, in occasione della festa del ritrovamento delle reliquie di san Serafino di Sarov, Sua Santità il Patriarca di Mosca e di tutta la Rus’ Kirill ha celebrato la Divina Liturgia nella chiesa-memoriale del grande martire san Giorgio il Vittorioso sulla collina Poklonnaya a Mosca. Questo giorno segna il 100° anniversario dell’entrata della Russia nella Prima Guerra Mondiale. Durante la Liturgia l’archimandrita Ioann (Roshchin) è stato consacrato vescovo di Naro-Fominsk, vicario della diocesi di Mosca.

Hanno concelebrato con Sua Santità: il metropolita Juvenalij di Krutitsij e Kolomna, il metropolita Hilarion di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca, l’arcivescovo Mark di Egoryevsk, presidente del Dipartimento economico e finanziario del Patriarcato di Mosca, il vescovo Sergij di Solnechnogorsk, capo della Segreteria amministrativa del Patriarcato di Mosca, l’arciprete Vladimir Divakov, segretario del Patriarca Mosca e di tutta la Rus’ a Mosca, l’arciprete Vsevolod Chaplin, presidente del Dipartimento sinodale per i rapporti tra la Chiesa e la società, l’arciprete Nikolaj Balashov, vicepresidente del Decr, l’arciprete Georgij Studenov, prevosto del decanato Mikhailovsky di Mosca, rettore della chiesa di San Michele Arcangelo in Troparevo, l’arciprete Serafim Nedosekin, prevosto del decanato di San Giorgio a Mosca, rettore della chiesa- memoriale di San Giorgio sulla Collina Poklonnaya, il clero di Mosca.

Nel corso della Liturgia ha cantato il coro della chiesa- memoriale di San Giorgio il Vittorioso (diretto da S.S. Timofeev).

Al servizio di culto hanno partecipato il governatore della regione di Kaliningrad N.N. Tsukanov, prefetto della occidentale amministrativo distrettuale A.O. Alexandrov, il capo del consiglio del distretto Dorogomilovo di Mosca D.O. Chistjakov, il capo del distretto comunale di Novo-Peredelkino E.M. Makarenko, l’Artista del Popolo dell’URSS A.M. Shilov.

Dopo le litanie il Primate della Chiesa ortodossa russa ha pregato per la pace in Ucraina.

È stata tenuta una preghiera di suffragio per «i servi di Dio cristiani ortodossi, i capi e i soldati che sono morti sul campo di battaglia per la fede, lo zar e la Patria durante la Prima Guerra Mondiale»

Sua Santità il Patriarca Kirill ha ordinato sacerdote il diacono Sergij Vinogradov, del tempio in onore della Veste della Madre di Dio in Blakherne, nel quartiere Leonov di Mosca.

Il discorso prima della Comunione è stato tenuto dal sacerdote Alexander Kosyh, chierico della chiesa di San Giorgio sulla Collina Poklonnaya.

Dopo la liturgia, il Primate della Chiesa russa ha rivolto una parola di avviamento al ministero episcopale al nuovo vescovo Ioann di Naro-Fominsk e gli ha consegnato il pastorale. Secondo la tradizione, Il neo consacrato vescovo ha impartito ai fedeli la prima benedizione episcopale.

Poi è stato tenuto un servizio di preghiera (slavlenie) in onore di San Serafino di Sarov.

Il rettore della chiesa di San Giorgio, l’arciprete Serafim Nedosekin ha salutato Sua Santità il Patriarca Kirill e gli ha fatto dono di un’icona di San Sergio di Radonež, dipinta per il 700° anniversario della nascita del santo.

Il Primate della Chiesa russa si è rivolto ai fedeli con la parola primaziale e si è congratulato con l’arciprete Serafim Nedosekin per il suo onomastico.

©  mospat.ru  -  2 agosto 2014
 

Eco dell’armonia di Dio

di SERGIO MILITELLO

I primi componimenti dedicati alla Madonna in Oriente mostrano chiaramente le diverse “forme” innografiche che sono entrate nel repertorio della liturgia bizantina. Nella storia ed estetica musicale, il loro canto riveste un’importanza considerevole, essendo tutto il canto bizantino uno dei repertori liturgico-musicali più antichi nell’ambito del culto cristiano.
 

La luce dimorò in lei come in un occhio

Maria nelle pagine di Efrem il Siro e Severo di Antiochia

Pubblichiamo la prefazione scritta dagli autori al libro «In modo bello e ammirabile. Testi su Maria di Efrem il Siro e Severo di Antiochia» (Milano, Centro Ambrosiano, 2014, pagine 18, euro 9, 90)
 

Colui che nella debolezza mostra la sua forza

di MANUEL NIN

La centoventicinquesima omelia cattedrale di Severo d’Antiochia, pronunciata nel 518, è l’ultima di quelle predicate durante i suoi sei anni di episcopato nella capitale dell’Oronte. Il patriarca commenta il trisàghion (letteralmente, “tre volte santo”) secondo la formula «santo Dio, santo forte, santo immortale (hàghios ho theòs, hàghios hischyròs, hàghios athànatos), crocefisso per noi, abbi pietà di noi».
 

La Trinità del Beato Rublev

Andrej Rublëv (1360-1430), quando pensò all’icona della Trinità, o l’ospitalità di Abramo, decise di attenersi all’antica tradizione dei Padri, che avevano letto l’episodio del cap. 18,1-16 della Genesi sull’apparizione dei tre misteriosi pellegrini come una manifestazione del Dio Trinitario, visto l’uso del singolare alternato al plurale che se ne fa nel testo. Ospiti di Abramo e seduti a mensa davanti alla tenda del patriarca, presso il querceto di Mamre, i tre sono muniti di bastoni da pellegrini, simbolo che Dio è sempre in cammino in cerca dell’uomo peccatore. (da http://liturgia-opus-trinitatis.over-blog.it/article-i-dettagli-della-trinita-di-rublev-114364692.html)

Segue un PDF descrittivo ad opera della Parrocchia di San Giorgio,
Albairate.
Teologia_della_Bellezza-1.pdf


altra fonte consultabile
http://www.reginamundi.info/icone/Trinita-Rublev.asp
 
del padre Sergej Boulgakov

Una differenza fondamentale separa la preghiera al Santo Spirito e la preghiera fatta al Padre o al Figlio. Quando preghiamo il Padre ci volgiamo sempre direttamente verso lui: “Padre nostro”, o “Abbà, Padre!”. Nella preghiera fatta al Figlio, lo invochiamo ugualmente direttamente: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio!”. Mentre esiste un grande numero di preghiere ecclesiali indirizzate al Padre ed al Figlio, solo in circostanze molto particolari e speciali ci rivolgiamo direttamente allo Santo Spirito. È così che lo invochiamo, ad esempio, nella preghiera “Re celeste, Consolatore” (ne daremo un’analisi più avanti). Ma allo stesso tempo, possiamo constatare che invochiamo soprattutto il Padre ed il Figlio per ricevere il dono del Santo Spirito.
 

Quello che oggi insegnano Cirillo e Metodio

di DIMITRIOS SALACHAS

I tempi e i contesti storici cambiano e si succedono, ma il messaggio di Cristo per la salvezza, trasmesso dalla Chiesa, resta perenne, sempre presente e attuale. In questo senso i santi Cirillo e Metodio restano sempre modelli e ispiratori della missione della Chiesa nel mondo. Anche perché l’influsso dell’insegnamento degli apostoli dei popoli slavi è stato indubbiamente incisivo sul magistero del Vaticano II e su quello post-conciliare.
 

Colui che non ci abbandona

di MANUEL NIN

Filosseno, vescovo di Mabbug morto nel 523, è una delle figure più importanti e affascinanti della letteratura siriaca. Di origine persiana, si formò nella scuola teologica di Edessa, ebbe molti rapporti con i centri monastici siriaci e scrisse, tra l’altro, un piccolo trattatoSull’inabitazione dello Spirito santonel cuore dei battezzati. Nel testo il vescovo siriaco risponde alla domanda se lo Spirito si allontani o meno dal cuore dell’uomo peccatore: «Nel nostro battesimo, abbiamo ricevuto lo Spirito santo per mezzo delle acque battesimali, per grazia di Dio; e non perché delle volte rimanga e delle volte ci abbandoni, ma affinché diventiamo suo tempio e lui abiti continuamente in noi, come dice Paolo: “Voi siete il tempio di Dio, e lo Spirito di Dio rimane in voi” (1 Corinzi, 3, 16)». Seguendo l’insegnamento paolino,
 

Al servizio della Bellezza

di MANUEL NIN

Oltre quarant’anni a servizio della Santa Sede e dell’Oriente cristiano in urbe ed in orbe. Così è stato celebrato monsignor Michel Berger, nell’atto accademico che si è svolto in suo onore giovedì 29 maggio a Roma, al Pontificio Istituto Orientale.
 

Uomo per noi ha riempito l’universo

di MANUEL NIN

L’ Ascensione del Signore, celebrata il quarantesimo giorno dopo la risurrezione, è una delle grandi feste in tutte le Chiese cristiane, attestata già dal IV secolo. In tre omelie cattedrali predicate in tre anni di seguito (513-515) Severo di Antiochia collega la festa all’incarnazione di Cristo, mettendo quasi in parallelo le feste dell’Annunciazione e dell’Ascensione.
 

Eminenze e Eccellenze Reverendissime, reverendi padri, venerabili monaci e monache, cari fratelli e sorelle,

in questo ineffabile e santo giorno in cui tutto il mondo visibile e invisibile (cf. Canone della Pasqua) loda l’Autore della vita e Vincitore della morte, rivolgo a tutti voi di cuore il gioioso saluto pasquale:

Cristo è Risorto!

Di anno in anno il lieto annuncio della Risurrezione ci porta il suo suono di vittoria e ci spinge a render gloria al Dio e Salvatore che con la sua morte ha schiacciato la morte e ci ha resi partecipi della vita eterna che verrà.

Festeggiando questa festa delle feste e trionfo dei trionfi, con un speciale sentimento spirituale ricordiamo la passione redentrice del Salvatore del mondo, la sua sofferenza in croce e la sua luminosa Resurrezione. La Pasqua non è una bella leggenda, né un assioma teologico, né l’obbligo di adempiere un’antica tradizione. La Pasqua è il nucleo e la sostanza del cristianesimo; è la vittoria che Dio ci ha donato.

Dal tempo degli apostoli e fino a oggi la Chiesa annuncia la Resurrezione di Cristo come il più grande miracolo della storia umana e dice che questo miracolo non è soltanto un fatto, testimoniato dal Vangelo, ma – e ciò è di particolare importanza – è un avvenimento che cambia la vita di quanti accolgono l’annuncio della Pasqua. Questa festa ha a che fare con ognuno di noi, poiché la Resurrezione di Cristo, la Salvezza del mondo compiuta dal Signore, è la più gran gioia che una persona può provare. Per quanto difficile possa essere la nostra esistenza, per quanto le prove della vita ci possano sopraffare, per quanto dobbiamo sopportare offese dalle persone e torti dal mondo che ci circonda, tutto questo è niente in confronto con quella gioia spirituale e quella speranza nella salvezza eterna che ci dona Dio.

Secondo le parole dell’apostolo Paolo, Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai nostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in noi (cf. Rom 8,11).  

Nel giorno luminoso della Resurrezione di Cristo le anime di milioni di fedeli si riempiono di gratitudine al Creatore e la nostra vita terrena trova il suo vero senso. La Pasqua di Cristo significa il trionfo della vita, trionfo della vittoria sulla morte, trionfo che porta amore, pace, rigenerazione spirituale.

Celebrando la Pasqua, ogni anno apriamo un nuovo periodo della nostra vita, poiché il Signore Risorto rinnova la natura umana, rafforza nelle prove, dà forza per compiere buone opere.

L’annuncio pasquale, che ha cambiato l’intero corso della storia del mondo, ci chiama a trasformare la nostra vita morale e rinnovare il nostro spirito, e ciò è assolutamente necessario per la società contemporanea. Quest’annuncio ricorda a tutti le fonti del cristianesimo, e nello stesso tempo prefigura il Regno eterno che verrà, in cui Dio sarà “tutto in tutti” (1Cor 15, 28).

Nei giorni luminosi della festa di Pasqua siamo chiamati a condividere con familiari e prossimi la nostra gioia, manifestando loro amore concreto e condivisione delle sofferenze. Tale è la nostra tradizione, consacrata dai secoli, seguendo la quale noi testimoniamo la nostra partecipazione all’eredità di Cristo e la nostra fede nel fatto che il Signore è veramente Risorto.

Oggi come sempre la Chiesa Ortodossa Russa compie con zelo la sua missione di salvezza, non smettendo di annunciare la verità di Dio, di affermare il carattere imperituro dei comandamenti evangelici, di esortare tutti alla pace e alla concordia, di promuovere l’unità spirituale dei popoli che vivono nei paesi di giurisdizione spirituale del Patriarcato di Mosca.

Oggi preghiamo particolarmente per i popoli di Russia e Ucraina, affinché la pace trionfi nella mente e nei cuori di quanti sono fratelli e sorelle secondo il sangue e la fede, affinché si ricostituiscano i legami perduti e rinasca la necessaria collaborazione.

Annunciando l’amore di Dio che sorpassa ogni conoscenza (cf. Ef 3, 19), il cristianesimo unisce le persone, oltrepassando le frontiere tra popoli, culture e stati, poiché la luce di Cristo illumina ogni uomo (cf. Gv 1, 9).

Che il Signore Risorto ci conceda di proseguire il nostro pellegrinaggio terreno con vantaggio per la nostra anima, senza mai dimenticare la nostra alta responsabilità cristiana e la nostra vocazione a suscitare in noi e attorno a noi una fede salda, un amore sincero e una speranza che non delude. Che la gioia di questa festa ci rafforzi e ci ispiri a compiere le opere buone, ci dia forza e coraggio per conservare la perseveranza e la sicurezza, pur in mezzo alle onde del mare della vita, per resistere alle prove e alle tentazioni e superare, come disse san Sergio di Radonezh, i detestabili contrasti di questo mondo.

Che la luce della gloria di Cristo, che risplende dal Sepolcro vivificante, resti con noi e illumini i nostri cuori, raggiungendo vicini e lontani, e chiunque necessita della nostra attenzione e del nostro sostegno.

Nel felicitarmi con tutti voi in occasione della solennità della Santa Pasqua, auguro abbondanza di doni spirituali, forza e il sotegno della Grazia dall’alto nella vittoriosa sequela di Cristo. Amen.

+ Kirill,

Patriarca di Mosca e di tutta la Rus’

Pasqua di Cristo, 2014

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Nella tradizione bizantina la domenica delle Palme è preparata dalla risurrezione di Lazzaro. S’intrecciano così i due ingressi del Signore: a Betania per la risurrezione dell’amico di Gesù e a Gerusalemme. La liturgia di questi giorni coinvolge la comunità nel cammino di salita verso le due città dove avverrà il dono della vita e della salvezza, per Lazzaro e per tutti i battezzati: «Andiamo incontro, o fedeli, alla festa delle Palme, cominciando già oggi a celebrarla splendidamente, per essere fatti degni di vedere la vivificante passione del Cristo. Viene, è giunto il Cristo a Gerusalemme come re, seduto sul puledro di un’asina. Ecco, il Cristo è già giunto, gioisci Betania, patria di Lazzaro, perché egli ti mostrerà un grande prodigio risuscitando Lazzaro dai morti».

I testi liturgici mettono in luce la gioia delle due città con vere e proprie professioni di fede nel Verbo di Dio incarnato. Inoltre in diversi tropari si sottolinea come l’ingresso di Cristo a Gerusalemme rappresenta la sua entrata nell’anima del credente: «Venite, prepariamo le palme delle virtù per andare incontro al Signore: così infatti lo accoglieremo nella nostra anima come nella città di Gerusalemme, adorandolo e celebrandolo».

I rami tagliati per festeggiare Gesù a Gerusalemme raffigurano le virtù con cui il cristiano lo accoglie nella propria vita: «Come prendendoli dal monte degli Ulivi, tagliamo i rami delle virtù dalla cima delle elemosine e prepariamoci alla venuta spirituale del Cristo fra noi, celebrandolo e benedicendolo per i secoli». Dall’immagine delle palme si passa così alla realtà del simbolo di cui sono cariche, cioè la misericordia: «Insieme ai fanciulli andiamo anche noi incontro al Cristo Dio: portando la misericordia al posto delle palme, offriamola con la preghiera del cuore e acclamiamo con rami: osanna, beneditelo per i secoli».

La settimana santa presenta poi la malattia che porterà Lazzaro alla morte in parallelo con la passione e morte di Cristo: «La malattia di Lazzaro viene resa nota a te, o Cristo. Oggi Lazzaro è spirato, e Betania lo piange: o salvatore nostro, fallo risorgere dai morti, per confermare in anticipo, nel tuo amico, ciò che è frutto della tua tremenda risurrezione: la morte dell’Ade e la vita di Adamo». Nel tropario viene così preannunciata la discesa di Cristo nell’Ade per riscattare Adamo dalla condanna.

Cristo risuscitando Lazzaro opera di nuovo come creatore, e la risurrezione dell’amico prefigura la ricreazione che Cristo porterà a termine nel mistero pasquale: «Oggi Lazzaro muore ed è sepolto, e le sue sorelle cantano il lamento; ma tu, o Cristo, che tutto sai in anticipo, avevi preannunciato l’evento, dicendo ai discepoli: Lazzaro si è addormentato, ma ora vado a destare colui che ho plasmato». La risurrezione diventa dono divino di Cristo all’amico: «Danza, Betania, perché a te verrà il Cristo per compiere un prodigio grande e tremendo: incatenata la morte, come Dio risusciterà il defunto Lazzaro, esaltante il creatore».

Vi è infine la presenza nella liturgia di due personaggi omonimi: Lazzaro l’amico di Cristo e il povero Lazzaro del sedicesimo capitolo del vangelo di Luca. I tropari alternano la lode del risorto e quella del povero glorificato alla fine nel seno di Abramo. «Non condannarmi, o Cristo, al fuoco della geenna, come il ricco a causa di Lazzaro, ma dona anche a me, che te lo chiedo in pianto, una goccia di amore per gli uomini, o Dio». Ma il povero è anche immagine dell’anima umana: «Emulando stoltamente il ricco spietato, volentieri mi do alle feste, affondando in piaceri e passioni; e, vedendo il mio intelletto che come un altro Lazzaro di continuo giace davanti alle porte del pentimento, passo oltre insensibile, lasciandolo affamato, malato e piagato per le passioni».

Lazzaro nel seno di Abramo diventa infine parabola della misericordia di Dio verso gli uomini e dell’incarnazione di Cristo: «Venite fratelli, accostiamoci al Dio compassionevole con cuore puro, occupiamoci della misericordia: per essa, infatti, come sta scritto, alcuni senza saperlo diedero ospitalità a degli angeli; nutriamo nei poveri colui che ci ha nutriti con la propria carne; rivestiamoci di colui che si avvolge di luce come di un manto».

Manuel Nin

© Osservatore Romano - 13 aprile 2014


 

Nel cuore nascosto del monachesimo

di ALBERTO CAMPLANI

Che l’Egitto abbia dato un contributo fondamentale non solo alla storia del cristianesimo del Mediterraneo, ma anche, più specificamente, alla nascita e all’evoluzione del fenomeno monastico è un fatto noto a tutti coloro che si interessano allo sviluppo delle comunità cristiane, o anche, più in generale, alla storia della Chiesa o alla storia della società tardoantica e medievale. Figure come quella di Antonio e di Pacomio ricorrono prepotentemente non solo nei testi, in greco e in copto, prodotti in Egitto, ma anche nelle letterature occidentali, e occupano una posizione di rilievo nell’iconografia delle nostre chiese e dei nostri monasteri.
 

Una settimana di Passione

«Alla porta di chi, Signore misericordioso, andremo a bussare, se non alla tua?». Questa preghiera dalla liturgia siro-occidentale della settimana santa insiste su un tema comune alle diverse liturgie orientali: Cristo grande intercessore presso il Padre perché ci apra le porte della sua misericordia, porte che simbolicamente e anche sacramentalmente verranno aperte la notte di Pasqua, quando entreremo nella chiesa luogo di luce e di vita nuova. Nella chiesa di Sant’Atanasio in via del Babuino a Roma, officiata dal Pontificio collegio greco, la domenica delle Palme alle 10.30 si celebra la liturgia di san Giovanni Crisostomo nella contemplazione del Signore che entra vittorioso come re a Gerusalemme.
 

La voce dell’icona

Pubblichiamo stralci dal prologo al libro di Manuel Nin, «La voce dell’icona. Immagine teologica e poesia nell’Oriente cristiano» (Città del Vaticano, Libreria editrice vaticana, 2014, pagine 259, euro 18).

di ANTONIS FYRIGOS

«In principio era il Logos. (…) E il Logos si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi: e noi abbiamo visto la sua gloria» (Gv 1, 1,14). Il mistero teandrico dell’Incarnazione ha trasmutato la gnosis concettuale di Dio (theognosia) in una gnosis visiva di Dio (theoptia). Divenuto veramente uomo, il Dio non circoscrivibile e non raffigurabile si è reso circoscrivibile e raffigurabile: i connotati propri di un individuo ben determinato sono connotati propri di Dio.
 
Michele Genisio
La Chiesa cattolica, quella ortodossa e quella copta ne celebrano la memoria. La sua vita, ammantata di mistero, offre ancora oggi spunti di verità

Il primo aprile (oppure il 2 aprile, dipende un po’ dai calendari) la Chiesa cattolica, quella ortodossa e quella copta celebrano la memoria di santa Maria Egiziaca, patrona delle prostitute pentite. La leggenda aurea di Jacopo da Varazze (o Iacopo da Varagine), rifacendosi all’antico racconto del vescovo di Gerusalemme Sofronio, ci regala un paio di pagine incantevoli sul racconto della vita di questa santa, pagine d’una ingenuità e d’una forza accecanti: si potrà obiettare che il loro valore storico sia discutibile, che l’inventiva popolare giochi un gran ruolo nella narrazione, ma il suo sapore spirituale è così coinvolgente che questo racconto ebbe una larghissima diffusione all’epoca, e può continuare ad averla anche ai nostri giorni. Di storico, come intendiamo noi ora, è riportata solo l’esistenza della tomba d’una santa eremita palestinese, che pare si chiamasse Maria. Ma quando l’inventiva popolare genera un racconto ci troviamo pur sempre davanti a un pezzo di storia…
 

La felicità è di chi vigila

di MANUEL NIN

«Ecco lo Sposo viene, nel mezzo della notte, e beato il servo che Egli troverà vigilante». Questo tropario che la tradizione bizantina canta nell’ufficiatura notturna e che celebra in modo speciale nei primi giorni della Settimana santa, mette in risalto quell’atteggiamento che è profondamente cristiano, cioè l’attesa dell’incontro con il Signore, Sposo della Chiesa. Nel bel mezzo del cammino quaresimale, il coro del Pontificio Collegio Greco di Roma ha voluto preparare e offrire — in un concerto che si terrà la sera del 27 marzo nella parrocchia di Sant’Anna in Vaticano — il canto di alcuni testi liturgici di tradizione bizantina del periodo della grande Quaresima. Dalla seconda metà del XVIsecolo, e per volere di Papa Gregorio XIII, il Collegio Greco ha raccolto il testimone della “presenza orientale” nel cuore di Roma, in modo speciale col canto del vangelo in lingua greca in alcune delle celebrazioni presiedute dal vescovo di Roma. Seminaristi provenienti da Chiese orientali cattoliche, lungo i secoli si sono formati in questa sede in vista del loro servizio cristiano come diaconi, sacerdoti e alcuni come vescovi delle loro Chiese di provenienza, dal Medio Oriente alla Grecia, al cuore dell’Europa fino al sud dell’Italia siciliano e calab re s e . Questo concerto vuol essere un momento di condivisione e soprattutto di preghiera, di offerta al Signore e al popolo, di liturgia; con una serie di testi liturgici bizantini che lodano, che cantano l’amore incommensurabile e misericordioso di Dio per l’uomo, sua creatura. Sono stati scelti dei testi che ci collegano ancora con la festa dell’Incarnazione del Verbo di Dio, celebrata proprio il 25 marzo, e sono il tropario alla Madre di Dio «A te, conduttrice di schiere», e l’ode introduttiva dell’inno Akàthistos, due testi che percorrono il cammino quaresimale della liturgia bizantina. Poi due altri testi propri di questo periodo: l’alleluia del mattutino e il canto «Gustate e vedete» per la comunione nella Liturgia dei doni presantificati. Due altri tropari ci porteranno già alle celebrazioni della Settimana santa: «Ecco lo Sposo», e «Vedo il tuo talamo», due testi di una profondità teologica e di una bellezza unica che mettono in risalto la dimensione sponsale del rapporto di amore tra il Signore e la sua Chiesa, sposalizio che avrà la sua piena epifania nella croce di Cristo piantata nel bel mezzo della chiesa il Grande Venerdì della crocefissione. Altri due tropari ci condurranno al Sabato santo e alla notte di Pasqua: «Taccia ogni carne mortale», cantato nella Divina liturgia di san Basilio il Sabato santo, un testo che canta il cammino percorso da Cristo, re e Signore, verso il suo sacrificio nella croce e sull’altare, scortato nel silenzio, tremore e timore degli angeli e degli uomini. Quindi, sempre già nel contesto pasquale, la prima delle odi dell’ufficio di mezzanotte di Pasqua: «Colui che un temp o». Il concerto — la preghiera! — iniziato col tropario alla Madre di Dio, si conclude con un altro tropario alla Vergine Madre, porta del cielo e decoro dei fedeli. Concerto — ma sarebbe riduttivo se fosse soltanto questo — eseguito per pregare insieme, per far conoscere e, perché no, per confessare verità della fede che la tradizione bizantina proclama nella e per mezzo della celebrazione liturgica; per rincuorare il nostro cammino quaresimale, che è anche quello cristiano di ogni giorno, come cristiani, seminaristi, monaci, sacerdoti. «Taccia ogni carne mortale e stia con timore e tremore, senza pensare ad alcunché di terreno, perché il Re dei re e il Signore dei signori avanza per essere sacrificato e dato in cibo ai fedeli».

© Osservatore Romano - 27 marzo 2014


 

Ecologia bizantina

di JEAN-CLAUDE LARCHET
Secondo san Massimo il Confessore il creato, relativamente alla natura dell’uomo costituito di un’anima e di un intelletto da una parte e di un corpo e di una sensibilità dall’altra, può essere da lui percepito sia spiritualmente, secondo la sua realtà intelligibile rivelatrice di Dio contenuta nei suoi lògoi, sia carnalmente, secondo le sue sole apparenze sensibili.
 

Che il digiuno alimenti Cristo che ha fame

di MANUEL NIN
Lungo i suoi sei anni di episcopato ad Antiochia, dal 512 al 518, il patriarca Severo tenne sempre delle omelie alle porte del cammino quaresimale, e poi durante il grande digiuno dei quaranta giorni. In particolare, suscitano interesse la quindicesima omelia cattedrale, predicata il 22 febbraio 513, e la trentanovesima, del 16 febbraio 514, millecinquecento anni fa. Si tratta di esortazioni al popolo antiocheno, con il digiuno come filo conduttore. All’inizio della prima delle omelie, Severo paragona la preparazione alla Quaresima all’allenamento degli atleti in vista delle gare. In questo allenamento il digiuno è uno degli aspetti più importanti; e di questo digiuno gli apostoli sono i legislatori e i custodi: «È una legge che prima dei combattimenti gli atleti lottino gli uni contro gli altri. Anche io chiamo combattimento preliminare questi giorni e l’inizio del digiuno dei quaranta giorni. In questa Chiesa fondata dagli apostoli che sono, dopo Cristo stesso, i legislatori e i custodi del digiuno (…) loro che per mezzo del digiuno vogliono purificare la nostra anima e ripulire l’immagine di Dio, oscurata dalle passioni». Per Severo il digiuno è qualcosa prescritta da Cristo stesso quando ha detto: «Tu, quando digiuni, ungiti la testa e lavati il viso»; e il Signore ci dà questo suo comandamento per due motivi: «poiché vuole allontanarci dalla vanagloria ha detto questo, e così ci comanda di ungere e far brillare la testa del nostro uomo interiore, e lavare col digiuno gli occhi denostro sguardo spirituale (…) inoltre la causa del digiuno è il nostro combattimento contro i demoni». In questa lotta contro i demoni Cristo stesso diventa il nostro modello o piuttosto colui che incarnandosi ha lottato per noi. Severo antepone sempre in tutto il suo pensiero teologico la centralità dell’incarnazione: «Così, dopo la trasgressione di Adamo, il Verbo di Dio, rimanendo quel che era, si è fatto uomo per noi senza mutamento, e si è fatto suo questo combattimento che era nostro e si è assunto questa lotta contro il nostro nemico». Severo sottolinea come il digiuno del Signore nel deserto è di quaranta giorni come quello di Mosè ed Elia, e non superiore loro, per spingere il diavolo a lottare contro di lui e a non fuggire di fronte a quello che sarebbe una sua manifestazione di natura divina: «Lui (il Signore) digiuna anche, e dopo quaranta giorni volontariamente ha fame anche lui, senza superare il digiuno di Mosè ed Elia, e così dare al nemico un’occasione di combattimento. Infatti se lui avesse superato i quaranta giorni, allora (il nemico) avrebbe avuto paura di combattere con lui, avendo scoperto la sua divinità e non come esempio per gli uomini». Severo quindi spiega al suo uditorio il senso del digiuno quaresimale a partire da due parametri: quello della dimensione simbolica del numero quaranta, e quindi il collegamento con il giorno della Pasqua di Cristo stesso: «Vedete che noi digiuniamo quaranta giorni. Perché? Per poterci preparare all’ottavo giorno che è anche il primo, il giorno del Signore. Coloro che purificano otto volte i cinque sensi che sono le porte del peccato, cioè la vista, l’udito, il tatto, il gusto e l’o dorato, digiunano quaranta giorni, per arrivare al giorno benedetto, giorno ottavo e primo. Infatti il numero cinque ripreso otto volte ci porta al numero quaranta». Severo insiste nel vivere il digiuno non come una legge imposta ma come un dono, accolto nella gioia e nella gratuità: «Digiuna ogni giorno ben volentieri, ringraziando il Legislatore e Medico, e rallegrandoti sempre. E se non vuoi neanche accorgerti della durata di questi giorni, alimenta la tua anima con pensieri divini, e leggi le Sante Scritture e gli scritti dei dottori e dei mistagoghi della Chiesa. E se hai un lavoro manuale da fare, fallo normalmente, ma che la tua bocca canti dei salmi che riempiano di benedizione e di grazia il tuo lavoro». E per evitare che il suo gregge si scoraggi lungo il cammino quaresimale, Severo lo esorta a frequentare le liturgie: «Fa’ diventare la tua casa una chiesa, tu che hai ascoltato questi insegnamenti perfetti ed evangelici. Inoltre invece di dormire alzati, va’ alla chiesa e ascolta l’ufficiatura dei salmi; e allora sarai toccato dall’amore divino e mediterai giorno e notte la legge di Dio». Severo conclude l’omelia indicando quale deve essere l’atteggiamento profondo di colui che digiuna, quasi fosse una parafrasi della pericope di Ma t t e o , 25: «Vorrei dire tante altre cose ma non c’è tempo. Dico soltanto questo al posto di tutto quello che dovrei dire: cioè colui che digiuna deve mettere nelle mani dei poveri il prezzo degli alimenti che avrebbe effettivamente mangiato se avesse fatto il pranzo, e che il suo digiuno alimenti Cristo stesso che ha fame. Così in questo Cristo vede che hai digiunato e hai illuminato la lampada dell’astinenza. Perché a lui non piace una perfezione, anche se reale, se manca la pietà». La seconda delle omelie citate sviluppa il tema del digiuno come combattimento. Allo stesso modo che gli ebrei erano esortati da Mosè a lottare, anche i cristiani lo sono dal vescovo, altro Mosè in mezzo al popolo: «Mosè, il servitore di Dio, quando i figli di Israele uscivano a combattere, comandava ai sacerdoti di esortare il popolo al combattimento. Anche noi abbiamo la speranza di esortarvi con delle promesse ancora più grandi a voi che siete le truppe spirituali che vi preparate al combattimento del digiuno». Severo sviluppa ancora due altri aspetti legati al digiuno: Adamo come colui che doveva digiunare e non l’ha fatto e quindi i cristiani che digiunano come terapia spirituale: «In questo infatti consiste l’amore di Dio e la sua sollecitudine verso di noi (…) e nella sua misericordia ha permesso che ci sia un combattimento per farci apparire alla fine gloriosi e vittoriosi e partecipi dei beni eterni».

© Osservatore Romano - 5 marzo 2014


 

Pentimento è cambiare sul serio

ISTANBUL, 1. «L’opportunità, nel bel mezzo di una crisi finanziaria diffusa e globale, per dimostrare il nostro aiuto materiale e spirituale verso gli altri. Quando agiamo con carità e manifestiamo il nostro pentimento nella pratica, passando da un modo individualistico e farisaico di vivere a un altro comunitario e altruista, allora potremo trarre profitto dalla penitenza e dalla conversione, vivendo anche il pentimento come passaggio fondamentale dal peccato di egocentrismo e vanagloria alla virtù dell’amore, aspirando all’umiltà e all’atteggiamento del pubblicano, che ha meritato la misericordia di Dio».
 

Come l’antico albero

di GIORGIO ALESSANDRINI

Il mosaico absidale della basilica superiore di San Clemente a Roma ci introduce in un microcosmo popolato di simboli a celebrare la fecondità dell’amore divino che dalla croce si irraggia e fiorisce. L’iconografia cristiana dei primi secoli evita la rappresentazione realistica del Cristo in croce, ricorre invece a un ideogramma caratteristico: la “croce gloriosa”, operando così una trasfigurazione simbolica da un sinistro ordigno di morte all’emblema impreziosito da gemme della vittoria sulla morte del Cristo risorto apportatrice per noi di eterna salvezza. Basta entrare nella basilica di San Apollinare in Classe a Ravenna per aver chiaro un esempio della croce trasfigurata che campeggia al centro del catino absidale. La rappresentazione più esplicita dei racconti evangelici della passione matura più tardi, ma spesso, come in Santa Maria Antiqua al Foro Romano (VIIIsecolo), per l’interpretazione teologica del fatto si fa ricorso al linguaggio simbolico. Nel caso specifico Gesù sulla croce è ritratto con indosso la veste rituale della celebrazione eucaristica: è il modo più diretto per richiamarsi alla mediazione a nostro favore dell’unico ed eterno sacerdote, secondo la lettera agli Ebrei: «Cristo, (...) come sommo sacerdote di beni futuri (...) non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna» (E b re i , 9, 11-12). In secondo piano, dietro Maria e Giovanni in preghiera, figura il centurione a cui la tradizione ha dato nome Longino, che anche l’affresco riporta, quello che dopo aver trafitto con un colpo di lancia il costato di Cristo, lo riconobbe come Figlio di Dio (Ma rc o , 15, 39). Ma, annota Giovanni, dal cuore aperto del crocifisso uscì sangue e acqua (Giovanni, 19, 34). In basso, sul lato destro si osserva allora che quel flusso si è mutato in sorgente: dalla morte rinasce la vita e Cristo è la fonte. Nella basilica di San Clemente i due modi narrativo e simbolico hanno chiaro riscontro. Il primo, nella basilica inferiore, nella crocifissione come nelle storie miracolose attribuite al santo e nella leggenda di sant’Alessio (XI secolo). Torna invece a trionfare il modo simbolico nella basilica superiore, nel mosaico dell’abside databile nei primi del XIIsecolo, che attraverso una sapiente composizione di immagini, prospetta in un quadro unitario i frutti e la sovrabbondante fecondità della grazia legata alla croce di Cristo. La croce nella verticale diventa espressiva del nuovo rapporto instaurato tra il cielo e la terra, tra il creato e il Creatore, tra Dio e gli uomini per una comunione rifondata da Cristo. La stessa croce nel setto orizzontale, dove la figura del crocifisso sembra aprire le braccia all’umanità e al mondo, sintetizza in immagine la portata universale della carità del Figlio e del dono di grazia che si espande per lui verso l’umanità intera. La morte che ha fissato Gesù nell’atteggiamento caratteristico dell’orante, ne fa l’icona del mediatore che esercita fino all’estremo l’intercessione per noi, fino al momento in cui rende lo spirito. Nella contemplazione del crocifisso immerso nel sonno di morte, i Padri avevano visto in figura il nuovo Adamo dormiente dal cui fianco Dio trae come sposa la nuova Eva, la Chiesa madre in Cristo dei nuovi viventi, rappresentata globalmente da tutta la figurazione dell’abside. Lo splendore dell’oro che, inalterabile, fa da sfondo alla croce e alle figure dell’intero complesso, esprime il carattere definitivo e glorioso dell’evento che segna vittoria dell’amore sulla potenza mortifera del peccato. Si può quindi esultare con Paolo: «Dov’è o morte la tua vittoria? Dove o morte il tuo aculeo?» (1 Corinzi, 15, 54). In un mondo che è nel tempo e supera i tempi, la redenzione si compie. La croce sta allora come l’antico albero della vita al centro di un nuovo eden, dove prospera la vite che rappresenta la Chiesa nei suoi tralci che portano frutto perché generati nel Cristo, la vite unica e vera. Ecclesia Cristi viti similabimus: così si legge nella dicitura sottostante il mosaico con riferimento a Giovanni: «Io sono la vite, voi i tralci, chi rimane in me ed io in lui fa molto frutto» (15, 5). Il rigoglio dei tralci, che partono tutti dalla base della croce circondata da un cespo di foglie di acanto, si dispiega per l’intero catino absidale e la stilizzazione in girali crea gli spazi che ospitano personaggi e scene esemplari di una vita che incarna il mandato evangelico. Tra questi si individuano profeti e santi, come Agostino, Gerolamo, Gregorio, Ambrogio e altri, e non mancano scene che rappresentano le opere di carità dei fedeli. Particolare significato riveste la coppia di tralci che delimitano lo spazio vicino alla croce e, passando per il cuore di Cristo, raggiungono la sede celeste dopo aver disegnato due anse in cui spiccano le figure di Maria e di Giovanni che accennano a Gesù e incarnano al vivo la parola evangelica: «In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Ma t t e o , 18, 19-20). Simboli minori come quello del piccolo cervo che alla base della croce schiaccia la testa al serpente antico, le lucerne accese, gli uccelli del cielo, sono nell’op era un invito continuo a farsi condurre dalle Scritture fin dove cresce l’alb ero della vita. Infine le dodici colombe che stazionano sui bracci della croce evocano il mandato di Cristo a partire, portando il Vangelo a tutte le nazioni nei quattro angoli della terra.

© Osservatore Romano - 12 febbraio 2014
 

Mai esclusi dalla gloria paterna

di MANUEL NIN

Così recita uno dei detti dei padri del deserto: «Uno dei padri raccontò che vi era un monaco molto laborioso, che indossava una stuoia. Si recò un giorno da abba Ammone. L’anziano lo vide vestito da una stuoia e gli disse: “Questo non ti giova a nulla”. L’altro gli domandò: “Sono preso da tre pensieri: se vagare nel deserto, se andare in terra straniera dove nessuno mi conosca, o se invece chiudermi in una cella, non rispondere a nessuno, e mangiare un giorno sì e un giorno no”. Abba Ammone gli disse: “Nessuna di queste tre cose ti giova. Rimani piuttosto nella tua cella, mangia un p o’ ogni giorno, medita incessantemente nel tuo cuore la parola del pubblicano, e potrai salvarti”».
 

The Sunday of the Prodigal Son

Beloved brethren! The Holy Church, the loving mother of all her children, who gave them birth unto salvation, and takes upon herself all care to ensure that her children not lose their inheritance—Heaven, preparing them for the successful completion of the forthcoming podvig of the Forty Days Fast, has ordained that we read today at the Divine Liturgy the parable of our Lord Jesus Christ about the prodigal son.