Nel cuore nascosto del monachesimo

monastero biancodi ALBERTO CAMPLANI

Che l’Egitto abbia dato un contributo fondamentale non solo alla storia del cristianesimo del Mediterraneo, ma anche, più specificamente, alla nascita e all’evoluzione del fenomeno monastico è un fatto noto a tutti coloro che si interessano allo sviluppo delle comunità cristiane, o anche, più in generale, alla storia della Chiesa o alla storia della società tardoantica e medievale. Figure come quella di Antonio e di Pacomio ricorrono prepotentemente non solo nei testi, in greco e in copto, prodotti in Egitto, ma anche nelle letterature occidentali, e occupano una posizione di rilievo nell’iconografia delle nostre chiese e dei nostri monasteri.
Meno conosciuto è un episodio ugualmente importante della storia del monachesimo egiziano: la fondazione del monastero di Atripe, più comunemente noto come Monastero Bianco (posto nelle vicinanze di Panopoli, l’o dierna Achmim) e soprattutto il periodo in cui esso fu diretto da una figura straordinaria per il suo talento letterario e linguistico, ma anche per il suo vigore religioso e una certa rudezza, non sempre in sintonia con la nostra sensibilità: Shenute di Atripe (350-451?/466?). La sua centralità nella spiritualità e nella teologia della Chiesa copta — il cui papa, scomparso nel 2012, portava appunto il suo nome, Shenuda III —è in eclatante contrasto con la dimenticanza di cui Shenute e la forma di monachesimo cenobitico da lui fondata sono stati vittima nella cultura cristiana occidentale fino all’età moderna. Solo nel corso del Rinascimento si è cominciato a comprendere che la presenza del suo nome nella frammentaria tradizione manoscritta giuntaci dall’Egitto non poteva essere casuale. Fu poi Georg Zoega (1755-1809), filologo danese entrato nella cerchia di Stefano Borgia, a riscoprirlo, citarlo e a rilevarne l’imp ortanza, come ha dimostrato un recente convegno organizzato da Karen Ascani, Paola Buzi e Daniela Picchi presso l’Accademia d’Egitto. In particolare, tra la fine dell’O ttocento e l’inizio del Novecento, grazie a Émile Amélineau e Johannes Leipoldt, è iniziato lo studio scientifico delle opere di Shenute, che sono state edite seppure provvisoriamente. Non solo: l’impressionante costruzione apparentemente monolitica che si leva nel deserto egiziano è stata oggetto di scavi archeologici anche recenti, che hanno portato a individuare, attraverso la molteplicità delle fasi architettoniche e al lungo uso di cui è stata oggetto la struttura monastica, strati antichissimi e fors’anche la tomba del santo. Shenute insomma sta divenendo nel mondo degli studi accademici un personaggio di frontiera tra discipline diverse: lo studio scientifico della lingua, letteratura e cultura copta, che ne propone l’edizione delle opere e la loro analisi stilistica; lo studio dell’arte e l’architettura copta, che in lui e nei suoi successori trovano dei promotori di edifici religiosi di prim’ordine; la storia sociale della tarda antichità, che ne individua la funzione di santo mediatore, dedito alla lotta contro il residuo paganesimo, e di leader regionale in grado di regolamentare i contrasti sociali e re l i g i o s i . Oggi, qualsiasi storia del monachesimo e della religiosità tardoantica non può prescindere dalla sua figura e dal suo operato, anche se la condizione di edizione delle sue opere è ai suoi inizi, nonostante gli studi pionieristici sopra menzionati. La conferenza che si svolgerà a Roma all’Accademia dei Lincei giovedì 10 aprile — «Shenute nella letteratura e nella storia della Chiesa egiziana» — intende appunto rompere con questa lunga storia di rimozione e invitare il mondo accademico a moltiplicare gli sforzi per portare a termine l’edizione di un corpus di opere che potrebbe dare risultati anche storicamente significativi. I due relatori, ambedue soci dell’Accademia, sono Tito Orlandi, che ha dedicato gran parte della sua carriera di studio alla ricostruzione dei codici della Biblioteca del monastero di Shenute, oltre a proporre l’edizione di alcune opere, e Stephen Emmel, che ha condotto, in due corposi volumi, una grandiosa ricostruzione codicologica dell’opera di Shenute, pubblicata nel 2003. Accanto a loro, una pluralità di specialisti sta a poco a poco conducendo l’edizione internazionale delle opere comprendenti canoni, lettere, discorsi, scritti vari (l’edizione più recente è quella di Anne Boud’hors). In Shenute possiamo oggi vedere sia l’organizzatore vigoroso di una forma di cenobitismo ispirata con originalità all’esempio di Pacomio, sia il fondatore di un centro di cultura cristiana. Ebbe certo una discreta conoscenza di quanto si produceva nella letteratura cristiana del suo tempo, non solo alessandrina o egiziana, ma anche di altre parti dell’O riente cristiano. Ambedue questi aspetti hanno trasformato il Monastero bianco in un impressionante centro di vita monastica, nonché in un luogo di cultura, dotato di una biblioteca che doveva contenere non solo testi in greco, ma quanto si andava traducendo dal greco in copto e quanto si andava creando direttamente in lingua copta: anzi, si può far risalire a Shenute uno dei momenti di evoluzione più significativa del copto letterario, da lui forgiato non solo come lingua di traduzione, ma anche di produzione originale di testi. Solo dopo questa fase di edizione, secondo Stephen Emmel, sarà possibile scrivere una vera e propria biografia di questo straordinario personaggio, rompendo così definitivamente quel muro di silenzio che ce lo ha nascosto per tanto tempo.

© Osservatore Romano - 10 aprile 2014