Maria profetessa apostolo e martire

di MANUEL NIN

Il 2 febbraio di millecinquecento anni fa, nel 513, Severo di Antiochia tenne al suo popolo un’omelia nella festa dell’Ingresso del Signore nel tempio. È un testo che ha prevalentemente un carattere cristologico; e Severo si discosta dal testo del Vangelo di Luca, e rimane nella contemplazione della figura di Maria, la Madre di Dio; infatti i manoscritti danno l’indicazione: «Pronunciata nella memoria della santa Madre di Dio e sempre Vergine Maria».
 

È così nell’uomo perché è così in Dio

di JAVIER MARÍA PRADES LÓPEZ

Chi non ricorda la famosa tesi kantiana secondo la quale «dal dogma della Trinità, preso alla lettera, non si potrebbe assolutamente cavare nulla per la prassi, anche nel caso in cui si credesse di capirlo (…) Se dobbiamo onorare tre o dieci persone nella divinità, il novizio lo accetterà sulla parola con eguale facilità, perché egli non ha nessuna idea di un Dio in tre persone (ipostasi), o meglio ancora perché egli non può trarre da questa differenza delle regole diverse per la condotta della sua vita»? Dopo un processo lungo ed estremamente complesso, l’E u ro -pa illuminista aveva finito con l’allontanarsi dall’esperienza cristiana di Dio. Le sue élite intellettuali erano quindi arrivate a pensare che la Trinità non solo è di per sé incomprensibile, ma è anche inutile per la vita degli uomini e dei popoli. La fede in un Dio Padre, Figlio e Spirito Santo aggiungeva complicazioni inutili alla conoscenza razionale dell’unico Dio del deismo. Complicazioni che, inoltre, si traducevano in sottigliezze dannose per il bene comune. Di ciò si lamentava Goethe: «Io credevo in Dio, nella natura e nella vittoria del bene sul male; ma questo non bastava alle anime pie; dovevo anche credere che tre è uno e uno è tre; e questo contraddiceva il sentimento di verità della mia anima; né vedevo come ciò potesse anche solo minimante giovarmi». Il testo della Commissione teologica internazionale su monoteismo e violenza vuole farsi carico di queste difficoltà, condivise ancora oggi da non pochi nostri concittadini, in un orizzonte forse più segnato dal pluralismo culturale e religioso. Le esamina sia dal punto di vita speculativo sia dal punto di vista delle loro implicazioni antropologiche e morali. Mentre i primi quattro capitoli si dedicano a rendere conto del monoteismo trinitario, a partire dalla sua originalità rivelata in Gesù Cristo, e mediante un approfondimento teologico e filosofico, specialmente per affrontare l’accusa tanto diffusa che il monoteismo — e in particolare il monoteismo cristiano — è intollerante e potenzialmente violento, il capitolo quinto esplora alcuni aspetti della fede nel Dio Trino legati alla vita personale e sociale. Com’è naturale, il documento non si limita a una “difesa” della rivelazione cristiana — sebbene non gli manchi una sana dose di apologetica — ma vuole presentare l’inimmaginabile originalità di una comprensione di Dio alla quale abbiamo avuto accesso solo grazie alla libera iniziativa del Padre che ci ha inviato suo Figlio Gesù Cristo e lo Spirito Santo, propter nos homines et propter nostram salutem. Quali benefici trae l’uomo dal fatto che il Dio Trino si sia rivelato? La gioia del Vangelo si riconosce soprattutto a partire dalla sua massima convenienza per la vita umana: il centuplo in questa vita, e la vita eterna (con persecuzioni). Altrimenti non sarebbe una buona novella che suscita gioia, bensì uno tra i tanti affanni che comporta la sofferenza umana. Il capitolo 5 del documento descrive proprio il “guadagno” a n t ro -pologico derivato dalla fede trinitaria. Ci viene ricordata la comprensione cristiana dell’imago Dei genesiaca, interpretata cristologicamente da san Paolo e san Giovanni. In effetti, la rivelazione intende svelare che il principio radicale di tutte le cose, e pertanto anche dell’uomo, si trova nel disegno salvifico di Dio Trino. La condizione umana riflette perciò i segni del suo Artefice, non solo grazie alle sue inalienabili caratteristiche personali in quanto «uno in anima e corpo», con la sua conseguente dignità morale incondizionata, ma anche per la sua costitutiva socialità. L’immagine di Dio non rimanda solo all’uomo o solo alla donna isolati, ma anche alla misteriosa “unità duale” di uomo e donna. Già nella creazione stessa troviamo così una “grammatica” comune a tutti gli uomini che permette di leggere la realtà, come una dimensione della piena manifestazione e comunicazione gratuita di Dio in Cristo. La differenza, costitutiva e insuperabile, tra l’uomo e la donna, e, in senso più ampio, la differenza tra l’individuo e la comunità, possono essere lette giustamente come una ricchezza e non come un motivo di sfiducia e di sospetto. Si tratta in entrambi i casi di una differenza che rimanda a un’unità originale, e di un’unità che si esprime misteriosamente nella comunione d’a m o re . È così nell’uomo perché è così in Dio, in modo eminente. Sebbene la ferita del peccato abbia danneggiato profondamente l’esperienza umana elementare, questa conserva la sua capacità di trascendere se stessa, di rimandare a un Mistero senza il quale non può essere compresa e vissuta per quello che è. Dio Trino ci rivela inoltre come la generazione, e con essa la filiazione — della quale tutti noi uomini abbiamo esperienza perché siamo tutti figli — si realizzano pienamente in Dio. Il mistero dell’unità e unicità divine è tanto divino quanto il mistero dell’eterna generazione del Figlio dal Padre, nello Spirito Santo. Si apre qui uno spazio per una definitiva comprensione della libertà e della realizzazione di ogni persona, che è forse l’emblema del nostro tempo. Per quanto diverse siano le interpretazioni, nessuno smetterà oggi di rivendicare la propria esigenza di libertà e di autonomia. La proposta che ci fa Dio Figlio è quella di una libertà generata, che non ha bisogno né di rassegnarsi né di ribellarsi di fronte al Padre, ma di essere precisamente filiale, per raggiungere la più grande auto-possessione. Chi fa l’esperienza di quel bene che è il proprio padre, non solo nell’infanzia e nell’adolescenza, ma per tutta la vita, comprenderà appieno la credibilità dell’annuncio cristiano. E potrà commuoversi scoprendo per grazia che il Principio radicale, il Fondamento verso il quale si orienta attraverso la conoscenza e l’amore di tutte le cose, non è un Ente impersonale o un anonimo Soggetto assoluto, ma un Padre amorevole, saggio e buono, che si manifesta come Amore senza riserve, fino al dono del suo Figlio unigenito, affinché possiamo continuare a fare l’esp erienza umana della libertà, dell’amore, del per sempre. Il documento approfondisce le caratteristiche di questa inimmaginabile iniziativa di amore di Dio Trino a favore degli uomini. L’invio kenotico del Figlio culmina nella morte in Croce per sconfiggere la potenza del male e del peccato, assumendo fino alle sue ultime conseguenze la condizione storica in cui il genere umano si è venuto a trovare nell’e s e rc i -zio della sua libertà. Nella passione del Figlio, che assume la nostra estrema debolezza, si rivela la singolare concezione cristiana della potenza divina dell’amore, che nessuno può arrestare nella sua lotta contro la violenza di qualsiasi tipo, sia essa atea o religiosa. Veniamo messi in guardia contro le teologie riduttive che insistono unilateralmente sull’esaltazione dell’amore come debolezza, separata dal potere divino. Se così fosse, un Dio il cui amore è incapace di sconfiggere la morte, abbassato fino all’estremo di fallire completamente, non ci offrirebbe maggiore consolazione di quella di un’inane vicinanza sentimentale. Al contrario, dalla vittoria pasquale dell’amore del Padre nel Figlio risorto e nel dono dello Spirito, nasce una vita nuova che può essere descritta come una vera fraternità. Nasce una comunità nuova, composta da fratelli, che permette di vivere l’esperienza dell’unità tra gli uomini, tanto anelata quanto irrealizzabile con le nostre sole forze. Con l’aiuto delle vigorose formule paoline, ci viene ricordato che siamo «uno in Cristo», superando le più crudeli e dolorose separazioni tra gli uomini. Questakoinoníacristiana è a sua volta l’origine continuamente rinnovata di un atteggiamento aperto, teso verso i confini della terra, al punto che il nome della Chiesa, finché non giungerà la consumazione finale, è quello di missione. La fede in Dio Trino mostra così la sua massima convenienza per “la prassi”, per la vita degli uomini, in tutte le sue dimensioni personali e sociali. Non come un apriori che debba essere accolto forzatamente, ma per il fascino che ai nostri occhi esercita la sua effettiva realizzazione.

© Osservatore Romano - 31 gennaio 2014


 
di GILLES EMERY

Dopo i necessari chiarimenti sul tema esaminato e la presentazione della via liberatrice del monoteismo biblico (capitolo 1 e 2), i capitoli 3 e 4 propongono un approfondimento teologico e filosofico. Il capitolo 3, il cui contenuto è principalmente scritturale e teologico, mira soprattutto a mostrare che è Dio Padre stesso a liberarci dalla violenza, attraverso il suo Figlio incarnato, nello Spirito Santo. In effetti, nella sua obbedienza al Padre, il Figlio incarnato ha liberamente accettato di essere colpito dalla violenza degli uomini; ha preso questa violenza su di sé, nel senso che ha patito nella sua stessa persona la violenza umana per vincerla: a tale violenza ha risposto con il perdono del suo amore re d e n t o re . Troviamo qui un’affermazione assolutamente specifica del monoteismo cristiano: l’Uno della Trinità ha volontariamente accettato di soffrire (Unus de Trinitate passus est) al fine di liberarci dal peccato e dalla sofferenza che esso genera, specie il peccato che consiste in un agire ingiusto e violento. Ciò implica in particolare tre conseguenze. In primo luogo, i cristiani sono chiamati a seguire l’esempio del loro Maestro, adottando un comportamento non violento animato dal perdono. In secondo luogo, il perdono vissuto nella fede e nella carità reca in sé la speranza di partecipare alla resurrezione gloriosa di Cristo: nello Spirito Santo la vocazione della nostra carne umana è nientemeno che quella di essere associata alla pienezza di vita della Trinità beata. Come la liberazione dalla violenza ha la sua origine in Dio Trinità, così essa trova il suo compimento (il suo fine, la sua realizzazione ultima) in Dio che è Pace nella vita intima delle tre persone divine. In terzo luogo, la Chiesa, come sacramento dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano, ha la missione di operare a favore della riconciliazione di tutti gli uomini, attraverso la sua predicazione, la sua vita liturgica e l’agire dei cristiani in ogni ambito dell’esistenza umana. Su queste basi, il capitolo 4 offre un saggio di sintesi, innanzitutto filosofico, poi teologico. Questo capitolo prolunga i tre precedenti riprendendo la questione da un punto di vista che si può definire “sistematico”. Riguardando la filosofia, le implicazioni dell’affermazione di Dio sono esaminate in un dialogo critico con l’ateismo contemporaneo (di tipo principalmente antropologico e naturalista). La fede, come virtù teologale donata gratuitamente da Dio e avente Dio stesso come “oggetto”, va molto più lontano e molto più in alto della filosofia. Ciò non toglie assolutamente che la fede rispetti la ragione e la promuova (come la grazia presuppone la natura che essa eleva). Riconosciamo così la consistenza propria della ragione umana e la sua specificità. La tesi centrale è la seguente: la dimensione universale dell’esperienza religiosa e la realtà stessa di tale esperienza religiosa si fondono in ultima analisi nella capacità dell’intelligenza umana di trovare Dio. Se è vero che l’intelligenza umana riceve il suo compimento nella fede e nella visione di Dio, è altrettanto vero che la fede è sostenuta dall’esercizio naturale dell’intelligenza umana, un’intelligenza che è per natura aperta al riconoscimento di Dio e il cui esercizio concreto non può essere separato dalle condizioni affettive del soggetto conoscente. Ciò implica due cose in particolare. In primo luogo bisogna scartare un malinteso purtroppo molto diffuso. Il riconoscimento della verità non comporta né violenza né intolleranza. L’adesione al vero suscita la gioia e il desiderio di comunicare la verità ad altri, proprio per mezzo dell’intelligenza, e dunque senza violenza. In secondo luogo, la riflessione razionale su Dio, che rende conto dell’esperienza di miliardi di esseri umani (un’esperienza che altrimenti resterebbe inspiegabile) e aiuta a scoprire l’ampiezza della ragione umana, contribuisce a purificare le nostre rappresentazioni di Dio. Riassumendo: la potenza della realtà di Dio sollecita la ragione e suscita la libertà dell’uomo. L’approccio teologico del capitolo 4 prosegue questa riflessione esaminando il mistero rivelato di Dio Trinità. Di fatto, quando si affronta la questione del monoteismo, non basta considerare l’affermazione «esiste un solo Dio» (l’unicità di Dio). Bisogna anche vedere: come Dio è «uno» in se stesso (l’intrinseca unità di Dio); come Dio è «uno» nella sua distinzione rispetto alle creature (l’unità di Dio verso le creature); quali relazioni questo «Dio unico» intrattiene con il mondo e con gli uomini. Questi tre interrogativi sono indispensabili per chiarire che cosa s’intende con “monoteismo”. Al primo interrogativo la dottrina cristiana propone in particolare due risposte. Da una parte, Dio è semplice, cioè senza composizione: «Dio “è ciò che ha”» , e «“ciò che” Dio è, la sua “natura” o “essenza”, si identifica alla sua esistenza». Dall’altra, e prima di tutto, Dio è Trinità consustanziale. Dio è pienezza di vita nella generazione eterna del Figlio e nella processione eterna dello Spirito Santo, Dio è mistero di saggezza e di amore. Al secondo interrogativo la fede cristiana risponde che Dio non si mescola con le creature, non assorbe le creature. Nel creare, Dio non si ritira dal mondo; e l’Assoluto che è Dio non diminuisce le creature. Dio è trascendente, è di un ordine totalmente diverso da quello delle creature; perciò Dio non entra mai in competizione o in concorrenza con esse. Infine, al terzo interrogativo il documento risponde innanzitutto che, nel suo esercizio effettivo, la potenza di Dio non è mai distaccata dalla sua saggezza e dal suo amore. L’onnipotenza di Dio si esercita sempre secondo quanto è stato disposto dalla sua saggezza e voluto dal suo amore. Ciò esclude la concezione delirante di una onnipotenza arbitraria. La fede cattolica sottolinea poi che Dio invita le creature a collaborare con lui. Alle creature Dio ha dato la «dignità di essere causa» (san Tommaso d’Aquino), la dignità di agire per il bene degli altri in modo realmente efficace. È soprattutto il caso dell’uomo, immagine di Dio, dotato di intelligenza e di libertà mediante le quali esercita la sua intendenza sul mondo materiale, e mediante le quali agisce a favore degli altri uomini, in vista di una vera comunione delle persone. L’esempio scelto dal documento è quello della preghiera. Con la nostra preghiera non cerchiamo di cambiare le disposizioni della saggezza di Dio, e neppure la Sua volontà, ma collaboriamo con Dio, per il bene voluto da Dio: «Noi preghiamo per impetrare quanto Dio ha disposto che venga compiuto per le preghiere».

© Osservatore Romano - 30 gennaio 2014


 

Quel pane infuocato che dona la vita

Nella festa di sant’Efrem

di MANUEL NIN

Il 28 gennaio, nel calendario liturgico delle Chiese orientali, si celebra la festa di sant’Efrem di Nisibi (†373), diacono della Chiesa siriaca e cantore della carità e dell’a m o re viscerale di Dio per l’uomo. Ricorrenza che cade in un momento di sofferenza e di martirio per le Chiese orientali che vivono nelle stesse terre di origine di Efrem, l’Iraq e la Siria odierni, Chiese che continuano anche oggi a lodare il Signore con le parole del diacono siriaco.
 

La cattedrale di Ancona

di Margherita Del Castillo

Ciriaco di Gerusalemme, al secolo Giuda
, figlio di Simeone ed Anna, nipote di Zaccheo, morì martire sotto l’imperatore Giuliano l’Apostata nel 363. E’ lui l’Inventor Crucis, il ritrovatore della Croce, epiteto assegnatogli per avere aiutato Elena a individuare il luogo dove il Sacro Legno era stato seppellito. Fu grazie a Galla Placidia (V sec.) che le sue spoglie furono traslate dalla Palestina ad Ancona, dapprima custodite in San Lorenzo e in seguito trasferite nella chiesa di Santo Stefano che da lui, divenuto patrono della città, prese, successivamente, il nome.

San Ciriaco è, dunque, la cattedrale dell’arcidiocesi di Ancona-Osimo e sorge in una posizione panoramica e scenografica sulla cima del monte Guasco da cui si domina il mare. In questo stesso punto, anticamente (III – II sec. a C.?), si trovava un tempio intitolato a Venere Euplea, protettrice dei naviganti. La monumentale struttura architettonica, in pietra bianca del Conero, è il frutto delle diverse fasi costruttive succedutesi dal IX al XIII secolo quando venne aggiunto un corpo trasversale ortogonale rispetto a quello già esistente. Allo stesso periodo appartengono la grande cupola, una delle più antiche in Italia, e la facciata a cuspide, preceduta da un portale protetto da un ampio protiro in marmo rosso di Verona. Le ghiere degli archi strombati sono curiosamente decorate: tra il fogliame e i tralci di vite compaiono, infatti, anche animali fantastici, rappresentati con abiti e in atteggiamenti umani, come una volpe che porta il suo fagotto sulla spalla.

Superato l’ingresso è possibile scendere nella cripta, edificata intorno all’anno Mille con materiale di recupero, oggi nascosto dal rivestimento di marmi colorati settecenteschi. E’ qui che riposano, con il primo protettore della città, i compatroni Libero e Marcellino.

Lo spazio interno è a croce greca con i bracci laterali sopraelevati, delimitati da plutei di derivazione bizantina. Quello nel transetto destro fu commissionato dal vescovo Belardo nel 1189 al maestro Leonardo che vi raffigurò animali simbolici,  quali fenici aquile e pavoni, e una scena di Annunciazione tra profeti e santi locali. Nel transetto sinistro la cappella della Madonna custodisce, all’interno di una preziosa edicola marmorea di Luigi Vanvitelli (1739), la sorridente immagine della Regina di tutti i Santi, ex voto di un mercante veneziano, venerata dagli anconetani per essere stata protagonista di episodi miracolosi.

© www.lanuovabq.it - 11 gennaio 2014


vd anche
http://it.wikipedia.org/wiki/Duomo_di_Ancona

 

Pellegrinaggio alle fonti

di JEAN GUITTON

Tra le parole antiche che la nostra epoca ha rivestito di un valore nuovo metto la parola Fonte. Desideriamo rinfrescarci ritornando alle fonti della vita, come la donna di Samaria che attingeva l’acqua profonda. A dire il vero, nell’umanità c’è sempre stato questo desiderio insaziabile di ritornare al luogo delle origini.
 

Nelle acque della misericordia

di Manuel Nin

Una raccolta siriaca del VI secolo contiene una breve omelia sull'Epifania. Non commenta esplicitamente testi biblici, ma passa in rassegna i temi dell'Epifania ed elenca i benefici della celebrazione: "Sia benedetto l'Altissimo che, nella sua grazia, ci ha fatti degni di queste sante feste, affinché con le nostre lodi e i nostri canti diventiamo compagni degli angeli.
 

Inclusione rovesciata

di CRISTIANA DOBNER
Si può giungere a una sintesi solo dopo una lunga e ponderata analisi. Il presupposto è una conoscenza capillare che nulla tralasci e tutto sappia collocare. Solo attraverso questo lungo cammino, Sabina Moser, già autrice di saggi weiliani, è giunta, con Il “c re d o ” di Simone Weil ( F i re n z e , Le Lettere, 2013, pagine 148, euro 16,80), a proporre “il credo” di un’autrice che da sempre costringe a pensare. Una sorta di inclusione rovesciata ha abbracciato la breve vita della filosofa francese, un’inclusione però reale perché, se è partita dall’agnosticismo ed è giunta a una professione di fede, non ha perso neppure un frammento di sé grazie a quell’esigenza di pulizia filosofica che pulsava in lei mentre ha potuto cogliere la Bellezza e la rinascita in Cristo. La struttura del saggio, redatto con pacata chiarezza, rivela i nuclei in movimento nel pensiero e nell’esperienza weiliana. Anche quando o, forse soprattutto, si tratti di aderire con tutta se stessa a una Presenza che pure ha sperimentato, Simone sta «sulla soglia della Chiesa» perché urge in lei la trasparenza dei due volti del cristianesimo, mentre la vita spirituale intesa come cammino di verità sembra sobbollire e confrontarsi con dottrine filosofiche, religioni ancestrali, realtà sociali i n d e ro g a b i l i . Il “c re d o ” con i suoi nuclei si viene costruendo in otto capitoli che sono tutti, nella vulcanica mente ed esistenza di Weil, compresenti e solo per soccorso pedagogico distinti e frazionati. Si trapassa quindi da La critica al p e rs o n a l i s m o , al Dio Trinità, da Creazione e decreazionea L’Incarnazione, per toccare La Redenzione che punta al nervo scoperto di I S a c ra m e n t i per raggiungere in conclusione Simone Weil e la Bibbia. Le scansioni, via via, esplicitano senza mezzi termini l’inattualità di alcuni aspetti fondamentali della riflessione weiliana: il concetto di persona o la valutazione complessiva della Scrittura, senza celare la problematicità della scrittrice, morta nel 1943, verso la teologia contemporanea. Simone: operaia, passionaria di ogni causa che coinvolgesse deboli e poveri, combattente ma dentro prigioniera di un Dio che non le dette tregua e l’incalzò in ogni suo passo per donarle libertà vera e duratura. Sempre giocatasi in prima persona con uno sguardo critico alla collettività ma pur sempre rivolta al singolo — perché, afferma, «le collettività non pensano affatto» — allora la strada a un cristianesimo vero, che sia «rinascita alla vita dello Spirito», deve volgersi al discernimento dei valori con un’intelligenza individuale «perché l’intelligenza è specificatamente, rigorosamente individuale». Risuona in queste parole tutta la personalità della giovane ragazza che seppe spendersi per il bene comune della collettività e, salvando totalmente la sua intelligenza, poté scrivere: «Credo in Dio, nella Trinità, nell’Incarnazione, nella Redenzione, nell’Eucaristia, negli insegnamenti dell’Evangelo».

© Osservatore Romano - 27-28 dicembre 2013
 

Nella casa del pane è nato il pastore

di MANUEL NIN

La trentaseiesima omelia di Severo di Antiochia fu predicata il giorno di Natale del 513, secondo anno del suo episcopato nella sede dell’O ronte, esattamente millecinquecento anni fa. Si tratta di una delle 125 “omelie cattedrali” che il vescovo predicò dal 512 al 518, quando fu patriarca di Antiochia. L’omelia porta come titolo «Sulla natività secondo la carne del grande Dio e salvatore nostro Gesù Cristo». Severo, come è solito fare, inizia con una sorta di captatio benevolentiae presentandosi al suo uditorio con animo diviso tra il rimanere in silenzio di fronte al mistero che si celebra in questo giorno e lo slancio come pastore del gregge a parlarne a coloro che l’ascoltano.
 

San Nicola di Mira (di Bari) Vescovo

Pàtara, Asia Minore (attuale Turchia), ca. 250 - Mira, Asia Minore, ca. 326

Proveniva da una famiglia nobile. Fu eletto vescovo per le sue doti di pietà e di carità molto esplicite fin da bambino. Fu considerato santo anche da vivo. Durante la persecuzione di Diocleziano, pare sia stato imprigionato fino all’epoca dell’Editto di Costantino. Fu nominato patrono di Bari, e la basilica che porta il suo nome è tuttora meta di parecchi pellegrinaggi. San Nicola è il leggendario Santa Claus dei paesi anglosassoni, e il NiKolaus della Germania che a Natale porta i doni a bambini.
 

San Saba Archimandrita

Mutalasca, Cesarea di Cappadocia, 439 - Mar Saba, Palestina, 5 dicembre 532

Nasce nel 439 a Cesarea di Cappadocia. La sua famiglia, cristiana, lo indirizza verso gli studi presso il vicino monastero di Flavianae. Ne esce con un'istruzione e con il desiderio di farsi monaco. Attorno ai 18 anni arriva pellegrino in Terrasanta. Sul cammino sosta sempre in comunità monastiche di diverso tipo: di vita comune, anacoretiche, nelle loro grotte o capanne. È così che trova una guida nel monaco Eutimio detto «il grande», col quale condividerà la vita eremitica in Giordania. Dopo la morte del maestro si ritira verso Gerusalemme, nella valle del Cedron. Qui, col tempo, si forma intorno a lui un'aggregazione monastica frequente in Palestina: la laura. Una comunità destinata a crescere fino ad ospitare 150 monaci e far da guida ad altri «villaggi» monastici di questo tipo. Nel 492, Saba viene ordinato sacerdote, e il patriarca Elia di Gerusalemme lo nomina archimandrita, capo di tutti gli anacoreti di Palestina. Muore, ultranovantenne. (© Avvenire)
 

Divina liturgia in onore di san Giosafat

La «profezia» dell’unità «non va osteggiata, né temuta», ma «conosciuta e promossa, con il coraggio e l’adesione profonda». Così il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, si è rivolto ai vescovi del Sinodo della Chiesa greco-cattolica ucraina, al termine della divina liturgia in onore di san Giosafat, celebrata all’altare della Confessione della basilica vaticana lunedì mattina, 25 novembre. Il rito, presieduto dal porporato, è stato concelebrato dai presuli orientali, guidati dall’arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč, sua beatitudine Sviatoslav Shevchuk. I vescovi hanno accompagnato il pellegrinaggio promosso in onore del santo vescovo e martire, le cui reliquie da cinquant’anni sono nella basilica, esposte alla venerazione dei fedeli, sotto l’altare di San Basilio magno. Alla sua testimonianza ha fatto riferimento il porporato, invitando i fedeli a vivere sempre la propria fede in spirito di comunione.

© Osservatore Romano - 25 - 26 novembre 2013


 

Oggi il tuo nome diventa Anna

di Manuel Nin Giorgio Warda è tra i principali innografi della tradizione siro-orientale, vissuto tra la fine del XII secolo e l'inizio del XIII secolo ad Arbela, nell'attuale Iraq. Warda ("rosa", in siriaco) sembra essere un soprannome legato alla raccolta delle sue composizioni poetiche, omelie metriche per le feste liturgiche del Signore, della madre di Dio e dei santi.
 Nei testi dedicati a Maria, il poeta la chiama madre del Salvatore, del Messia, dell'Emanuele. In un inno dedicato alla Vergine, Giorgio segue da vicino il Protovangelo di Giacomo nella versione siriaca e inizia con un'invocazione a Cristo affinché gli dia la forza di cantare la lode di sua madre. Il poeta confessa la propria indegnità per cantare la lode di Maria e chiede al Signore che sia lui a sostenerlo, che sia lui stesso a tessere la lode di sua madre: "Signore, come a Pietro nel mare porgimi la mano. Chi è in grado di raccontare la storia di Maria e di esporla come si conviene? Le labbra umane non sono degne di parlare di quel cielo che l'umanità tutta stenta a raggiungere. Il suo figlio è l'unico che la può capire, solo il suo amato è capace di farla conoscere come a lei conviene. Io supplico te, suo figlio e suo Dio, di sostenermi col tuo soccorso".
Giorgio parla poi dei genitori della madre di Dio, nella versione siriaca del Protovangelo di Giacomo Sadoq e Dina. Giorgio li presenta come irreprensibili nella fede e pieni di timore del Signore. Disprezzati per la mancanza di prole, sopportavano la loro condizione nel dolore e nella preghiera. "Sadoq uscì e andò nel deserto e lì, con lacrime di penitenza si astenne dal cibo fino a quando non fu esaudito". Particolarmente accorata è la preghiera di sua moglie Dina, accostata a quella di Anna, madre di Samuele: "Guai a me, Signore! Tu mi hai umiliata fra le mie conoscenze e resa spregevole fra gli uomini. La terra è feconda e io no; le acque sono feconde e io no; gli alberi sono fecondi ed io no! O buono che ti effondi con munificenza, o giusto che hai avuto pietà di Anna, abbi pietà della tua serva, e degnati di benedire me, o misericordioso!". L'autore canta poi il concepimento di Maria nel seno di Dina, ormai anch'essa diventata Anna: "Uno spirito volò dal cielo e le disse: "Smetti di piangere, il tuo nome sarà Anna. Il misericordioso che ebbe pietà di Anna la profetessa, ha avuto pietà di te e ti darà una figlia". La santa concepì la santa e la santificata, la maritata concepì la non maritata. Così, di fronte a questo annuncio, la beata e il giusto furono confermati nella speranza".
In cinque strofe Giorgio descrive l'ingresso di Maria nel Tempio visto come una consacrazione al Signore: "Quando ebbe compiuto tre anni, i suoi santi genitori la condussero al Tempio e la consacrarono al Signore". E qui l'autore fa riferimento alla presenza di dieci vergini, tema ripreso dal venticinquesimo capitolo del vangelo di Matteo, che accompagnano la bimba: "Le vergini, con in mano le lampade accese, circondarono Maria e attirarono gli sguardi di colei che era castissima. La madre del Signore degli angeli si separò da ogni cosa terrestre e abitò gloriosa nella dimora dei giusti".
L'autore del poema prosegue con lo sposalizio di Maria con Giuseppe, "quando ebbe dodici anni e venne per lei il tempo di concepire nel suo castissimo seno la perla dei tesori dell'altissimo, destinata ad arricchire il mondo". Giorgio riprende la simbologia della perla applicata al Figlio di Dio, già presente in Efrem e in altri autori di tradizione siriaca. E nelle strofe successive sviluppa il tema, anch'esso nel Protovangelo di Giacomo, del rifiuto di Giuseppe di prendere Maria a causa di un suo precedente matrimonio da cui aveva avuto figli e figlie. Il sommo sacerdote, divenuto profeta, conclude rincuorando il promesso sposo: "Giuseppe, prendi la tua sposa e va, e possa la pace del Signore stare sempre con te! Attraverso di lei Dio, il Signore dell'universo, vuole riscattare il mondo intero".
Nelle ultime strofe è cantata l'incarnazione di Cristo nel seno di Maria: "Allora l'altissimo visitò la sua ancella, fece scendere su di lei la sua potenza e il suo Verbo, trasformandola in trono e abitacolo del proprio figlio". chiude il poema una dossologia che invoca la protezione divina su Maria: "Gloria al Dio vittorioso, che esaltò il tuo corpo innocente! Ti protegga, o vergine predetta da Isaia, la benedizione del Signore. In te le Chiese procedano trionfanti!".

(©L'Osservatore Romano 21 novembre 2013)


 

Quell’Eucaristia nell’aula conciliare

di SALVAD ORAGUILERA LÓPEZ

In quella mattina del 15 ottobre 1963, giorno in cui si svolgeva la cinquantottesima assemblea conciliare, l’Eucaristia si celebrava secondo un’antica e venerata liturgia. Lo sguardo degli oltre duemila padri conciliari era rivolto a monsignor Anastasio Granados, vescovo ausiliare dell’arcidiocesi primaziale di Toledo che, sotto la cupola di Michelangelo, celebrava in rito ispano-mozarabico. Giorno gioioso per la Spagna, non solo perché si ricordava la santa, dottore della Chiesa, Teresa di Gesù, ma anche perché si celebrava con gli stessi riti e le stesse preghiere con cui generazioni e generazioni di cristiani avevano lodato Dio nelle terre ispaniche. E per far sì che la partecipazione fosse piena, la tipografia poliglotta vaticana aveva preparato per i presenti l’Ordo Missae ritu mozarabico in Concilio Oecumenico p e ra g e n d a e che conteneva il formulario della Messa Pro Episcopis. Le voci degli studenti del Pontificio collegio spagnolo e del Claretianum risuonavano nella basilica vaticana sotto la direzione del cappellano mozarabico Gonzalo de la Cierva. Il diacono era don José Guerra Campos, canonico di Santiago de Compostela, e don Francisco Rivera Recio, canonico di Toledo, il maestro di cerimonie.
 

In cerca di perle preziose

di Manuel Nin Il lavoro di Sebastian P. Brock The Bible in the Syriac Tradition (Gorgias Press, 2006) è stato tradotto in italiano col titolo Una fontana inesauribile. La Bibbia nella tradizione siriaca (Roma, Lipa, 2008). Questo titolo italiano mi sembra molto indovinato perché per qualsiasi tradizione cristiana, ma forse in modo speciale per quella siriaca, la Sacra Scrittura diventa appunto una fontana inesauribile per la vita teologica, spirituale, ecclesiologica, liturgica delle Chiese di tradizione siriaca. In modo particolare perché la tradizione siriaca in senso largo poggia su due colonne esegetiche e cristologiche non dico opposte ma sì diverse e a modo loro complementari: quella alessandrina e quella antiochena. Ma spesso mi chiedo, e ne sono convinto, se pure in questo caso dovremo parlare - usando l'immagine del "terzo polmone" - di una terza colonna almeno esegetica su cui poggia la tradizione siriaca. Oltre all'esegesi alessandrina adoperata da tanti padri siriaci, oltre all'esegesi antiochena presente in tanti altri padri siriaci, dovremo parlare almeno in campo esegetico di una terza colonna esegetica siriaca ascetico-monastica, che va oltre il letteralismo antiocheno, che va oltre l'allegorismo alessandrino e legge la Sacra Scrittura in quel contesto ascetico-monastico che in modo iniziale si trova già in Efrem e che si svilupperà nei secoli v-vii. Si tratta di una lettura della Sacra Scrittura fatta in contesto ascetico-monastico che cerca di adattare il testo della Parola di Dio alla realtà che è l'ascesi nelle tradizioni cristiane.
Presentando la Bibbia come una "fontana inesauribile", Brock dedica due capitoli del suo libro all'"uso della Bibbia siriaca nella predicazione", e all'"uso della Bibbia siriaca nella liturgia". Nelle liturgie siriache - ambedue le tradizioni Orientale e Occidentale - la Bibbia è presente nelle letture del lezionario e nei salmi. Inoltre la Bibbia nella tradizione siriaca - come d'altronde in quella bizantina - è presente nei testi eucologici, negli inni, in quanto essi non sono altro che una lectio della Sacra Scrittura. Sono dei testi che appaiono come un tessuto di citazioni implicite ed esplicite della Bibbia. Brock fa vedere per esempio come il tema biblico di Genesi, 1, 2, "lo Spirito che alleggia sulle acque", verrà adoperato nelle preghiere di consacrazione dell'acqua per il battesimo o per la lavanda dei piedi il Giovedì santo; e il tema dello Spirito che "adombra, scende" su Maria in Luca, 1, 35, passerà al linguaggio liturgico al momento dell'epiclesi sui doni e sui fedeli in tante anafore siriache.



(©L'Osservatore Romano 15 novembre 2013)
 
[La preghiera di Gesù (Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbia compassione di me)] abbraccia i due principali momenti del culto cristiano: quello dell’adorazione – guardare cioè alla gloria di Dio e tendere a lui con amore – e quello della penitenza, riconoscere cioè il senso di indegnità e di peccato.

C’è un movimento circolare nella preghiera, una sequenza di ascesa e ritorno. 

Nella prima parte della preghiera ci eleviamo a Dio: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio”; nella seconda, poi, ritorniamo a noi stessi con compunzione: “…di me peccatore” [...]

Questi due momenti – la visione della gloria di Dio e la consapevolezza del peccato umano – sono uniti e riconciliati in un terzo momento, quando noi pronunciamo la parola ‘pietà’. 
 
di Alberto Camplani Anche il terzo polmone della cristianità, quello siriaco, ha espresso nella liturgia e nelle sue feste una parte non secondaria della sua cultura teologica, musicale, artistica. Allo sviluppo dell'anno liturgico antiocheno di lingua siriaca Manuel Nin ha dedicato un volumetto in cui una presentazione intenzionalmente divulgativa delle diverse festività è accompagnata non solo da ampi stralci tratti dai testi affascinanti del ciclo liturgico, ma anche da immagini artistiche che ne fanno un oggetto attraente e prezioso (Il soffio dell'oriente siriaco. L'anno liturgico siro occidentale, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2013, pagine 144, euro 18).
 

Nostri umili compagni

di Manuel Nin
Nel calendario bizantino l'8 novembre si celebra la "sinassi dei principi della milizia celeste Michele, Gabriele e le altre potenze celesti e incorporee". L'origine della festa può essere legata alla dedicazione di qualche chiesa agli angeli oppure a Michele o a Gabriele, invocati come intercessori e custodi degli uomini: "Capi supremi dei celesti eserciti, noi indegni vi supplichiamo: con le vostre preghiere siate per noi baluardo; custodite al riparo delle ali della vostra gloria immateriale noi che ci prostriamo e con insistenza gridiamo: Liberateci dai pericoli, voi che siete principi delle superne schiere".
 

Come il Vangelo arrivò nella terra di Agbar

di Sabino Chialà  Visto da Occidente, l'Oriente appare spesso come una realtà omogenea e dai contorni un po' sfumati: un insieme di tradizioni abbastanza simili nella loro esoticità, e in ogni caso troppo poco note. Fa forse eccezione il mondo bizantino-slavo, che però rischia di essere considerato rappresentativo dell'intero universo orientale cristiano, non essendone in realtà che una parte, benché tanto significativa. Le Chiese di tradizione siriaca attestano un altro Oriente, antico, ricco di tradizione e con una fisionomia peculiare che ne fa quello che uno dei massimi cultori della materia, Sebastian Brock, ha definito il "terzo polmone" della tradizione cristiana, accanto a quello greco e quello latino.
 
Convegno della Fondazione Russia Cristiana
Identità, alterità, universalità
Pubblichiamo uno degli interventi tenuti a Milano nel corso della prima parte del convegno internazionale «Identità, alterità, universalità» organizzato dalla Fondazione Russia Cristiana. Il testo — suddiviso in quattro parti dedicate a Florenskij e Maritain la prima, e poi a Matisse, Rothko e Congdon — è stato presentato nella tavola rotonda «Arte sacra oggi, alla ricerca di nuove vie di testimonianza: l’incontro tra due tradizioni». La seconda parte del convegno si svolgerà a Mosca dall’8 all’11 novembre.

di RODOLFO BALZAROTTI

Due classici del pensiero cristiano sull’arte del secolo scorso, uno dell’oriente e l’a l t ro dell’occidente, bene incarnano la differenza e anche il contrasto tra le due prospettive. Il primo è il saggio sull’icona di padre Pavel Florenskij, Le porte regali, un testo che risale al 1922. L’altro è il monumentale studio di Jacques Maritain, L’intuizione creativa nell’arte e nella poesia, uscito in lingua inglese nel 1952. I due pensatori sono assolutamente coevi, essendo nati entrambi nel 1882. Del testo di Florenskij, vorrei sottolineare soprattutto alcuni passaggi relativi al concetto di “canone ecclesiastico”, da non interpretare, secondo lui, in chiave di mero conservatorismo opposto a ogni creatività.
 

Per non dimenticare le lacrime di Maalula

di Manuel Nin Il 24 settembre nei calendari liturgici delle Chiese cristiane si celebra la festa di santa Tecla, che nel sinassario della Chiesa bizantina viene chiamata "megalomartire" e "isapostola" (pari agli apostoli), a causa del suo tradizionale vincolo con l'apostolo Paolo. La celebrazione di questa grande martire, mi ha riportato nel ricordo e nella preghiera a Maalula, luogo della Siria che ne custodisce il sepolcro, che dal primo secolo fino ai nostri giorni conserva la testimonianza del sangue versato per Cristo. La celebrazione di santa Tecla mi ha portato anche alla sponda occidentale del Mediterraneo, alla sede "paolina" di Tarragona che venera Tecla in modo speciale. Tra le due rive del Mediterraneo la festa della santa martire diventa una festa oserei dire "pontifex" tra Oriente ed Occidente, dalla Siria a Tarragona. Oriente ed Occidente che hanno camminato insieme lungo i secoli nella devozione ai martiri, adeso nei nostri giorni non possono ignorarsi nella difesa e nella memoria dei cristiani delle terre del vicino oriente.
 

La perfezione sta in un movimento continuo

di ANDREJ DESNICKIJ
Come far sì che la Bibbia diventi un testo attuale per ogni epoca e situazione? Tale questione se la posero filosofi cristiani e pastori già nei secoli passati. Le soluzioni che essi ponevano ai loro lettori cristiani un millennio e mezzo fa possono apparire oggi non molto adeguate ai tempi, tuttavia essi ci suggeriscono il criterio con cui l’antico racconto può essere attualizzato per un pubblico molto diverso dagli originari lettori del testo biblico.
 

Il legno della misericordia

di Manuel Nin

La festa dell'Esaltazione della croce "preziosa e vivificante" è legata alla dedicazione della basilica della Risurrezione costruita nel 335 a Gerusalemme sulla tomba del Signore. Per la festa si conserva un'omelia di Severo, monaco e poi patriarca di Antiochia, tenuta il 14 settembre 513, quindici secoli fa. Alcuni indizi indicano che durante la liturgia fu fatta un'ostensione e una benedizione con la croce, poi venerata dai fedeli.
 
di Manuel Nin La festa della Natività della Madre di Dio è la prima nel calendario liturgico bizantino. Di questa parlano alcune omelie patristiche di tradizione greca, soprattutto quelle di due autori contemporanei tra di loro, ambedue di origine siriaca: Giovanni Damasceno e Andrea di Creta, di cui è importante la prima delle sue omelie sulla festa odierna. Andrea nacque nella seconda metà del VII secolo a Damasco, e divenne monaco a Gerusalemme presso il Santo Sepolcro. All'inizio dell'VIII secolo fu nominato vescovo di Gortina nell'isola di Creta; morì verso il 740. La figura della Madre di Dio occupa un posto rilevante nella sua riflessione teologica, legata sempre al mistero dell'incarnazione del Verbo e svolta in quattro omelie sulla Natività di Maria, in una sull'Annunciazione e in tre sulla Dormizione.
 
Il 15 Agosto la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa celebrano l’Assunzione ai Cieli della Beata Vergine Maria. Tra le più antiche fonti che ricordano tale ricorrenza vi è un Lezionario georgiano dell’VIII secolo, nel quale si afferma che il 15 Agosto si celebra una Festa mariana nella Chiesa costruita dall’Imperatrice Eudocia (423 – 460) sul Getsemani, luogo che ospita il Sepolcro della Vergine. La Festa è canonizzata in Oriente nell’VII secolo dall’Imperatore Maurizio (582 – 602), mentre in Occidente nell’ VIII secolo ad opera di Papa Sergio I (687 – 701). 
 

Tomba e morte non l'hanno trattenuta

di Manuel Nin

Nella tradizione bizantina la festa della Dormizione della Madre di Dio è il sigillo che chiude l'anno liturgico, così come quella della sua Natività è l'inizio. La nascita e la glorificazione della Madre di Dio sono infatti anche l'inizio e il destino di tutta la Chiesa, di cui Maria è figura (týpos). Nell'ufficiatura mattutina vi è un canone di san Giovanni Damasceno (VII-VIII secolo) dove, a partire dalle odi bibliche che sono alla base del mattutino bizantino, sono sviluppati aspetti del mistero celebrato grazie a una lettura cristologica dei testi veterotestamentari.
 

La natura umana riacquista la sua bellezza

di Manuel Nin
La Trasfigurazione è una delle dodici Grandi feste del calendario bizantino; ha un giorno di prefesta il 5 agosto e un'ottava che si conclude il 13. L'iconografia della festa riprende la narrazione evangelica mettendo il Signore trasfigurato al centro dell'icona, avvolto di luce; Mosè ed Elia ai lati e sotto i tre discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni che non osano quasi guardare la luce abbagliante che viene dal Signore.
 

Perché crollò Bisanzio

di Vladimir Solov'ëv
In un articolo scritto nel 1896 per la rivista "Vestnik Evropy", Vladimir Solov'ev fa un'audace rilettura storica del bizantinismo. Il testo integrale è contenuto nell'ultimo numero della rivista "La Nuova Europa" (3/2013).

La Roma pagana cadde perché la sua idea di Stato assoluto divinizzato era inconciliabile con la verità rivelatasi nel cristianesimo, secondo la quale il potere supremo dello Stato è solamente una delega del potere autenticamente assoluto, divino-umano, di Cristo. La seconda Roma, Bisanzio, cadde perché, pur avendo accolto in teoria l'idea del regno cristiano, di fatto lo rifiutò, si fossilizzò nella costante e sistematica contraddizione tra le sue leggi, la sua amministrazione e le esigenze di un principio morale superiore.