GERUSALEMME - Nel segno della proporzione aurea

cappella gerusalemme 2019 04 30 002549· Il progetto di rifacimento della cappella dell’Apparizione nel Santo Sepolcro ·

Negli ultimi anni la basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme è stata interessata da non pochi e importanti lavori: il restauro della cripta e del sacello di sant’Elena, la sistemazione della cappella del carcere di Gesù, la ripulitura delle volte del Calvario e soprattutto il laborioso restauro dell’edicola del Sepolcro condotto dall’università di Atene, nel corso del quale, dopo circa cinquecento anni, si è potuta di nuovo vedere la nuda roccia su cui fu deposto il corpo del Risorto. Ora è la volta di un luogo caro ai tanti pellegrini cattolici latini che affollano ogni anno la basilica: la cappella dell’Apparizione a Maria, più nota come cappella del Santissimo, perché è l’unico luogo della basilica dove si conservano le specie eucaristiche, sotto la competenza esclusiva dei frati francescani della Custodia che vi celebrano la liturgia quotidiana. «L’Osservatore Romano» ha avuto il privilegio di vedere in anteprima il progetto e le immagini del rendering presentate da padre Stephan Milovitch, responsabile dei beni culturali e artistici della Custodia di Terra Santa, che sta curando con passione il lavoro nei minimi dettagli.

Un rendering dell’interno della cappella

Correva l’anno del Signore 1852 quando il sultano Abdul Majid sottoscrisse il firmano che stabiliva il mantenimento della situazione di fatto (lo statu quo) circa i diritti di proprietà e di giurisdizione dei principali luoghi santi cristiani in Terrasanta. Dalla metà del secolo XVII, infatti, i contenziosi fra confessioni cristiane erano assai frequenti, perché gli ottomani consideravano i luoghi santi proprietà statale e ne assegnavano la gestione di volta in volta al miglior offerente. Non pochi santuari erano stati affidati, in tempi diversi, alla confessione cristiana più gradita al governo turco o a quella disposta a pagare la somma più elevata. I frati francescani, che per primi erano arrivati in quelle terre per custodirne e preservarne le memorie cristiane, erano stati scalzati in numerosi santuari da altre presenze cristiane. Nel 1850, grazie all’interessamento della Francia, fu istituita una commissione per verificare se fossero state compiute illegalità e cosa spettasse legittimamente ai figli di san Francesco. L’anno seguente la commissione riconobbe le giuste richieste dei latini, ma la violenta opposizione della Russia indusse il sovrano turco, pochi mesi dopo, a congelare la situazione esistente e a definire il cosiddetto statu quo.

A distanza di centosessantasette anni la situazione rimane immutata e lo statu quo vige ancora integralmente almeno in tre santuari: il Santo Sepolcro a Gerusalemme, la basilica della Natività a Betlemme e la tomba della Vergine nella valle del Cedron (nella quale però, in segno di protesta, i francescani non hanno mai voluto esercitare il diritto di compiere celebrazioni, lasciando il santuario esclusivamente agli armeni e ai greci ortodossi). Pertanto nelle due principali basiliche della cristianità, dove il Signore è nato e dove ha vissuto la sua Pasqua, tutto deve svolgersi ancora oggi nel rispetto di quanto è stato meticolosamente codificato e concordato tra le diverse confessioni cristiane. Questo spiega perché sono stati necessari anni di trattative per giungere a un accordo e poter effettuare nei due luoghi di culto alcuni restauri indispensabili. Anni or sono è stato riparato il tetto della basilica della Natività (e contestualmente sono stati restituiti all’antico splendore anche i mosaici medievali delle pareti e quelli bizantini del pavimento), mentre nel Santo Sepolcro è stata consolidata l’edicola che contiene la tomba del Salvatore.

Nei giorni scorsi i frati della Custodia hanno annunciato un nuovo e significativo intervento edilizio all’interno della basilica del Santo Sepolcro: il rifacimento della cappella dell’Apparizione, detta anche del Santissimo Sacramento. Si tratta della cappella distante pochi metri dalla grande cupola dell’Anastasi, di pertinenza esclusiva dei cattolici latini (cioè dei francescani) e quindi esente dalle controversie legate allo statu quo. Viene detta “dell’Apparizione” perché vuole ricordare il luogo ove il Risorto è apparso alla Madre. I vangeli non menzionano questa apparizione; la tradizione ci è riferita principalmente dall’apocrifo copto denominato Libro della risurrezione di Cristo dell’apostolo Bartolomeo. Il testo lascerebbe intendere che la “Maria” incontrata dal Risorto nel racconto dell’evangelista Giovanni (20, 11-18) non fosse la Maddalena ma invece la Madre del Signore: «O madre, alzati e va’ a dire ai miei fratelli che sono risuscitato dai morti. Dirai loro: vado al Padre mio che è vostro padre, al mio Dio che è vostro Dio» (9, 2). Il testo sembra ricalcare Giovanni, 20, 17, ampliandolo. Indipendentemente dall’affidabilità di questa tradizione, la pietà cristiana ha sempre ritenuto impossibile che il Figlio abbia mancato di manifestarsi alla Madre dopo i tormenti della passione. La pia tradizione fu accolta, tra gli altri, da sant’Ambrogio e san Bernardo; rilanciata nella Legenda aurea di Jacopo da Varagine, si è poi diffusa grazie agli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola. Secondo quest’ultimo, anzi, gli stessi testi canonici alluderebbero velatamente all’episodio: «Apparve alla Vergine Maria; il che, sebbene non si dica nella Scrittura, si ritiene per detto, dicendosi che apparve a tanti altri»; e la considera «la prima apparizione» del Risorto (Esercizi spirituali, 218-224; 299).

La cappella, che conserva anche il Santissimo Sacramento, è dunque originariamente consacrata alla memoria di questa apparizione. L’aula di culto potrebbe risalire già al VII secolo, se non prima: il pellegrino Arculfo (670) riferisce di aver visto, a destra della Rotonda dell’Anastasi, una chiesa quadrata, che a detta di molti andrebbe identificata con l’attuale cappella dell’Apparizione. Verosimilmente la cappella fu eretta in occasione della ricostruzione promossa dall’imperatore Eraclio dopo che la città santa era stata devastata dai persiani guidati da Cosroe ii (614). Il Santo Sepolcro e gli edifici limitrofi furono poi quasi integralmente demoliti dalla furia del califfo d’Egitto Hakim (1009). Sistematici lavori di ricostruzione, in una temperie politica meno sfavorevole, furono effettuati solamente più di trent’anni dopo da parte dell’imperatore Costantino Monomaco (1042-1048). Egli volle innalzare un edificio a protezione del Santo Sepolcro (l’attuale “edicola”) e gli affiancò due cappelle: una a nord, dedicata alla Vergine, e una a sud, dedicata a san Giovanni. Come i due erano stati ai piedi della croce, così dovevano stare accanto anche alla tomba vuota. La cappella della Madonna fu dunque ricostruita nel cortile a nord dell’Anastasi, con un’abside poligonale rivolta verso est. Davanti alla porta d’ingresso, a ovest, venne invece aggiunto un nartece, con due massicce colonne che sono ancora ben visibili. La cappella di san Giovanni fu edificata a sud del Sepolcro, in posizione simmetrica. Nel secolo XII i crociati la inglobarono nel campanile; rispettarono invece la cappella dell’Apparizione, decorandola di preziosi mosaici e utilizzandola per alcune liturgie presiedute dal patriarca. Numerosi interventi si sono poi susseguiti nel corso dei secoli. L’assetto attuale della cappella risale ai restauri effettuati dopo gli scavi realizzati dall’archeologo francescano Virginio Corbo negli anni ’80. Quei lavori, finalizzati a una maggiore funzionalità dell’ambiente, nonostante il loro pregio, non riuscirono a valorizzare adeguatamente il criterio di fondo seguito dagli architetti che lo avevano edificato, ossia il rispetto della proporzione aurea.

È questo, invece, il principio essenziale che guida il progetto dei lavori recentemente approvato dalla Custodia di Terra Santa. Le pareti torneranno a essere in pietra nuda (benché in passato fossero state invece coperte di mosaici), non già per inseguire mode archeologizzanti ma per restituire unità alla struttura e favorire la preghiera. Il pavimento, ornato da un prezioso mosaico cosmatesco, è a pianta rettangolare; le diagonali si incrociano nel punto esatto dell’apparizione alla Vergine. Anche le altre pareti rispecchiano le medesime proporzioni; la parete di fondo è un rettangolo all’interno del quale possono essere inscritti tre cerchi, simbolo della Trinità. La colonna della flagellazione, collocata attualmente in una nicchia alla destra dell’altare, verrà affiancata da una statua dell’apparizione, da collocarsi in una nicchia simmetrica alla sinistra dell’altare. Al di sopra dell’altare sarà invece installato un crocifisso toscano del XV secolo, offerto ai frati della Custodia da un sacerdote italiano perché fosse custodito nel Santo Sepolcro. E proprio da qui, quasi fortuitamente, è scaturito il progetto di restauro della cappella: quando i frati hanno affidato al francese David Pons l’incarico di studiare una collocazione adeguata per il crocifisso, all’interno della cappella del Santissimo, l’artista ha iniziato a studiarne gli spazi e si è reso conto che tutto era stato ideato nel segno della proporzione aurea. È nato così il progetto di questo restauro generale, recentemente approvato dal discretorio della Custodia. Adesso si tratta solo di trovare i fondi per la realizzazione.

dai nostri inviati a Gerusalemme
Filippo Morlacchi e Roberto Cetera

© Osservatore Romano  26.4.2019