Tre vescovi che non si arrendono - di Michele Zanzucchi
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Il simbolo della guerra attuale sono i 15 km del suq di Aleppo che sono stati distrutti: erano Patrimonio mondiale dell’Unesco. Sono stati distrutti per il disegno di spartizione della Siria, alla caccia del petrolio e del gas del nostro sottosuolo. Che altro scopo può avere la presenza, ad esempio, di 2 mila soldati statunitensi? Difendere i curdi? Li hanno abbandonati, si contano ormai 3.600 morti. È stata operata una distruzione sistematica delle infrastrutture del Paese, in un’offensiva i bombardieri Usa hanno distrutto i 32 ponti sull’Eufrate ed è stata danneggiata la diga che trattiene un invaso di 85 km: l’irrigamento ormai è un ricordo nella regione. 23 gruppi etnici e religiosi erano un bel mosaico, chissà in futuro. Con l’arrivo dei russi qualcosa s’è mosso, e ormai in 5 mila villaggi c’è stata resa delle armi e un inizio di riconciliazione. Ora bisogna riaprire le scuole».
Mons. Georges Abou Khazen, vicario apostolico dei latini, francescano, entra in materia molto decisamente. Come tutti (o quasi) i cristiani rimasti in Siria sceglie la continuità dello Stato siriano: «C’è una proposta di nuova costituzione laica: per la Siria sarebbe un passo in avanti nella cittadinanza, perché la vecchia costituzione verrebbe epurata da alcune tracce di
shari’a. Anche il muftì di Aleppo la accetterebbe. E verrebbe introdotta anche la possibilità di cambiare religione».
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