Abramo parla ai cristiani di oggi

Caravaggio-AbramoROMA, 13. «La figura di Abramo parla a noi oggi con singolare effi-cacia, perché ci affida alla parola della promessa divina e ci rincuora con il dono di un modello che invi-ta a non arrendersi al presente ma a procedere nella fede». Lo ha detto il vescovo segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), Mariano Crociata, durante la messa celebrata nella mattina di gio-vedì 13 presso la Pontificia Universi-tà Gregoriana nell’ambito della qua-rantaduesima Settimana biblica na-zionale, dedicata appunto alla figura del patriarca delle tre religioni mo-noteiste. Una scelta, ha rimarcato il presule, che «denota una oggettiva dinamica di discernimento di questo tempo, il quale per non pochi assu-me l’aspetto di un cammino imper-vio», che chiede di essere rischiarato «da una luce di fede troppo fioca per dissolvere tutte le ombre, ma inestinguibile con la sua persistenza nel condurre al termine, fino alla meta». Tuttavia, oggi come ieri, «credere è scoprire di essere conosciuti con amore da Dio e lasciarsi afferrare dal medesimo dinamismo, in una circolarità inesauribile nella quale si inseriscono via via tutti i rapporti interpersonali e tutte le condizioni di esistenza». Così, «anche in riferi-mento alla Parola scavata nella Scrittura, la necessaria scientificità dell’approccio si àncora e si pone a servizio di un cammino di fede dal-la inconfondibile connotazione rela-zionale, sociale, meglio ancora, ec-clesiale. Non c’è conoscenza senza amore, e non solo nel senso dell’amore della conoscenza, ma so-prattutto nella direzione di un amo-re che è l’anima e il fine di tutta la persona e della vita intera». In que-sta prospettiva, s’inserisce, da parte del segretario generale della Cei, il ricordo per l’opera del compianto cardinale arcivescovo emerito di Mi-lano e già rettore della Gregoriana e del Pontificio Istituto Biblico. «Tra gli amici della Parola di questa sta-gione della nostra storia ecclesiale, non possiamo non ricordare il cardi-nale Carlo Maria Martini, della cui amorosa acribia filologica sul testo sacro queste mura sono testimoni». Per monsignor Crociata, «nel rap-porto tra chi è ricco di conoscenza e chi invece ne è privo, è l’amore che deve prevalere, perché non avvenga che la superiorità di chi più conosce diventi un ostacolo o una minaccia per la fede del debole». In questo senso, «lo scopo della conoscenza della Scrittura — come del resto di tutti i contenuti del sapere religioso — non è la conoscenza per se stessa (fatte salve le dinamiche autonome proprie della metodologia scientifi-ca) ma è oltre, nella vita e nella per-sona, chiamate ad assimilare e a rie-sprimere nella relazione con Dio e con i fratelli ciò che la frequentazio-ne biblica illumina e rende sempre più intellegibile ed evidente». Di qui, inoltre, la messa in guar-dia del rischio ricorrente dell’a u t o re -fenzialità: «Nella Chiesa abbiamo la grazia e il compito della cattolicità» e «ogni forma di specifica compe-tenza» ha «il pregio di approssimar-si con straordinaria precisione a un aspetto o a una dimensione necessa-ria della fede e dell’esperienza cri-stiana; ma è esposta al rischio della autoreferenzialità, di concepirsi e trattarsi come il centro autosuffi-ciente a cui ogni altra dimensione dovrebbe riferirsi. Mi pare che tene-re fermi, invece, questi due punti di riferimento — l’adesione del cuore e l’orizzonte ecclesiale — consenta il pieno sviluppo e la compiuta valo-rizzazione di ogni presenza e di ogni servizio nella comunità dei credenti».

© Osservatore Romano - 14 settembre 2012