Lo sguardo del giornalista su Paolo
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- Creato: 24 Ottobre 2011
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di CRISTIANA DOBNERMarc Rastoin, gesuita e biblista al Collège des Bernadins (luogo di incontri e iniziative culturali a Parigi), figlio "d'arte ecumenica" per parte di padre e di madre, Jean e Jacqueline Rastoin (scrittrice e traduttrice attiva nel dialogo ebraico-cristiano), e fratello della carmelitana Cécile (a sua volta presente nel mondo ecumenico con i suoi scritti) coglie il nucleo da cui irradia tutto il saggio: "Come partire dalle nostre Scritture per pensare positivamente l'esistenza presente d'Israele?".
L'ultimo libro di Benedetto XVI dimostra come le interpretazioni antisemite siano state ormai bandite dal pensiero teologico della Chiesa. Tuttavia queste chiarificazioni devono penetrare nella mentalità e nell'immaginario comune.
Alle lettere paoline l'autore affianca la disanima rigorosa dell'opera di Luca "legata a quella di Paolo da numerosi legami". La continuità profeti, Cristo, apostoli ne risulta dimostrata e operante.
Un'asserzione lapidaria regge tutto l'impianto: "Se il Cristo è una novità radicale, nello stesso tempo è completamente inscritto nel movimento dell'amore di Dio per la sua creazione, come lo dimostra la Scrittura. Per Paolo, Cristo non è estraneo all'esperienza d'Israele. Al contrario ne rivela tutta l'ampiezza". La cascata degli interrogativi non ha fine. Bouthors possiede l'intelligenza e l'arguzia per non porre le sue interpretazioni come parole definitive ma possiede anche la consapevolezza della qualità delle sue risposte, sempre meditate, documentate ed equilibrate. Basterà un solo esempio. L'indurimento, l'accecamento e la sordità d'Israele, se sono una rude lezione per il popolo che non mantiene fede all'alleanza, non esprimono però una condanna. Dimostrano solo la loro qualità di prova. Non sono infatti volte alla cancellazione del popolo eletto, ma mirano a riportarlo a una rinascita come nazione santa, qual è realmente.
Ruotando intorno al perno comune indicato, i dieci capitoli costituiscono una griglia serrata in cui può passare soltanto quanto positivamente crea e contiene in sé la Parola di Dio, abbandonando quelle posizioni desuete (o oggi ingiustificabili teologicamente), che tanto attrito e sofferenza hanno provocato nel rapporto fra popolo ebraico e Chiesa.
Al lettore attento non potrà sfuggire un dato estremamente importante: se avrà la pazienza di raccogliere gli interrogativi e le rispettive risposte in una sinossi, si troverà fra le mani (e anche nel cuore aperto all'ascolto del Dio che si rivela) una nuova postura teologica ed ermeneutica che gli consentirà di sentirsi parte attiva in ogni passo che Israele e la Chiesa stanno oggi muovendo.
L'accorato appello conclusivo dell'autore quindi non poggia su un'emotività scossa o su un cedimento di pietà, quanto piuttosto su tutta l'arcata gettata nel saggio che si dimostra anello aperto di un'inclusione. L'esergo riporta una frase di Emmanuel Lévinas, che la finale incorpora e fa propria rilanciandola nella storia di ciascuno, perché la responsabilità comune diventi trasparente: "Possiamo, ebrei e cristiani, ognuno secondo la propria chiamata, essere fedeli servitori dell'Alleanza che Dio ha voluto".
(©L'Osservatore Romano 24-25 ottobre 2011)