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La chiesa ortodossa russa di Firenze

di Elisabetta Galeffifirenze

Il giovane e attivo arciprete Vladimir Levitskij, giunto a Firenze intorno al 1878 per occuparsi dell'aristocratica comunità russa sulle rive dell'Arno, aveva avuto fin dall'inizio un progetto ben preciso:  quello di convincere l'ambasciatore russo allora di stanza a Firenze a costruire una chiesa ortodossa in città. "Qui l'ortodossia ha subito una grave offesa con la famigerata Unione di Firenze. Una maestosa chiesa russa sarebbe la migliore espiazione dell'involontario peccato commesso", scriveva il sacerdote.
L'"onta" di cui la città toscana si era macchiata, e da cui era necessario mondarsi, era il concilio di Firenze del 1439. Quando cioè, soprattutto a causa della minaccia turca a Costantinopoli, l'imperatore (Giovanni viii Paleologo), il Patriarca d'oriente (Giuseppe) e il Papa (Eugenio iv) decisero di rifondare l'unità tra i cristiani venuta meno con lo scisma del 1054. Un incontro per studiare le strategie più opportune per battere il nemico comune e salvare non solo il potere dell'imperatore e di Costantinopoli, ma anche la cristianità nei confini orientali dell'impero. Benozzo Gozzoli, pittore toscano quattrocentesco, in un grande affresco che copre più pareti di palazzo Medici Riccardi, ricorda l'importanza dell'evento con un'interminabile rappresentazione di dignitari e cavalieri al seguito dei tre potenti raffigurati come i tre re magi.

L'accordo di Firenze, sulla carta, fu raggiunto, ma il concilio si rivelò a livello popolare un fallimento. I fedeli delle differenti Chiese rifiutarono ogni tentativo di unione. Gli ortodossi non accettarono di riavvicinarsi alla Chiesa di Roma, accusata di voler dettare da sola le regole. Marco di Efeso fu l'unico metropolita bizantino presente al concilio di Firenze a non firmare il documento di unione delle Chiese. La sua posizione ebbe una grande risonanza nel mondo ortodosso. Imprigionato poco dopo il suo ritorno a Efeso, Marco morì molto presto. Oggi è venerato come santo dalla Chiesa ortodossa, compresa quella russa.
Non si sa se l'ambasciatore russo e lo zar Nicola ii acconsentirono alla costruzione sotto la spinta di padre Levitskij ma, nella basilica edificata a Firenze, san Marco di Efeso ha un posto d'onore in un affresco di grandi dimensioni che orna la chiesa superiore, quella più imponente. Insieme a lui gli affreschi ricordano il santo patriarca Fonzio, difensore della purezza dell'ortodossia e alcuni Papi precedenti allo scisma. La basilica russa di Firenze, a due passi dalla Fortezza da Basso, lungo il Mugnone, è nascosta dentro un lussureggiante giardino da cui sono visibili solo le cinque cupole sormontate da croci dorate e ricoperte da maioliche turchesi, verdi e bianche. Non fu possibile edificare il campanile, perché a quel tempo il suono delle campane era proibito alle chiese diverse dalla cattolica romana. La basilica, secondo la tipologia tipica delle chiese russe del nord, è composta da due chiese come dimostra anche la doppia dedica alla Natività di Cristo e a san Nicola Taumaturgo. Il suo progettista, l'architetto Michael Preobrazeskij, aveva costruito con gli stessi criteri la cattedrale della Resurrezione a San Pietroburgo. L'idea era molto pratica:  una chiesa superiore da usare in estate, stagione che inizia con le grandi festività pasquali, e una inferiore da riscaldare più facilmente durante l'inverno.
L'inizio dei lavori della chiesa a Firenze è datato 11 giugno 1899. Lo zar Nicola ii donò l'iconostasi di marmo dell'edificio superiore, i Demidoff, famiglia russa da lungo tempo "fiorentina", regalarono alla chiesa inferiore le icone e il magnifico portone ligneo, opera di un insigne incisore fiorentino, da cui si accede alla chiesa "estiva". La basilica, benedetta e inaugurata nel 1903, diventò un porto sicuro per i rifugiati in fuga prima dalla rivoluzione del 1917 e poi dalla ii guerra mondiale. Tanto che la via dove sorge la basilica, via Leone x, fu ribattezzata in quegli anni "via degli emigranti".
L'edificio appartiene all'Arcivescovado per le chiese ortodosse russe in Europa occidentale (esarcato del Patriarcato ecumenico), con sede a Parigi. Dal 1997 padre Gheorghij Blatinskij è il parroco della comunità, che segue il rito ortodosso russo e che oggi è composta in maggioranza - come ci racconta il prete - da ucraini, moldavi, bielorussi, georgiani che con difficoltà seguono la messa nello slavo antico che richiede la liturgia. "Abbiamo circa centocinquanta fedeli in chiesa la domenica - dice padre Blatinskij - e per l'autunno prepariamo una liturgia in italiano, almeno come traduzione da contrapporre alla nostra lingua ufficiale. I russi possono comprendere facilmente anche se non conoscono lo slavo antico, ma per gli altri fedeli non c'è alcuna assonanza con la lingua madre".
Padre Blatinskij con il suo arrivo ha dato continuità alla vita religiosa della basilica russa. Prima di lui giungeva a Firenze, solo per le ricorrenze religiose più importanti, il responsabile della basilica di Nizza o di altri centri europei dell'ortodossia russa. "Abbiamo un rito antichissimo, che si conforma alla liturgia di san Giovanni Crisostomo e a san Basilio", ci spiega padre Blatinskij. La messa settimanale inizia ogni sabato sera alle sei e mezzo e prosegue la mattina di domenica. "Non c'è stato alcun cambiamento - aggiunge - la rivoluzione bolscevica ha fermato il nostro tempo, abbiamo solo pensato a sopravvivere, ma il rito è bellissimo e rispettoso di ogni parte della liturgia cristiana. I canti fanno parte integrante della liturgia e anche questi necessitano della traduzione". Il coro è elemento essenziale e il suo direttore, nelle chiese di rito russo, è spesso figura di grande influenza sia nella vita religiosa che in quella amministrativa della comunità.
"I rapporti con i cattolici sono ottimi - conclude il parroco della basilica - e senza il loro aiuto non potremmo mantenere né avremmo potuto restaurare questa chiesa o venire in soccorso, materialmente, all'ondata di nuovi emigrati. Chi arriva a Firenze adesso dalle province russe o dagli ex Stati dell'Unione Sovietica è in cerca di un lavoro e molto povero. Sia la Caritas sia il banco alimentare hanno fatto molto per loro, ma serve sempre una mano da parte di tutti".
È passata molta acqua sotto i ponti dell'Arno da quando l'arciprete Levitskij scriveva la sua lettera all'ambasciatore. Alla fine, però, a Firenze il dialogo tra cattolici e ortodossi è stato ripristinato, così come il cammino verso l'unità.

(©L'Osservatore Romano - 19 agosto 2010)