Croazia Preghiera interreligiosa in memoria delle vittime di Jasenovac, la "Auschwitz dei Balcani" (+ foto)

jasenovac DSC 2324(R.C., a cura "Il sismografo") Una preghiera interreligiosa per tutte le vittime del famigerato campo degli Ustascia si è tenuta sotto il monumento del "fiore di cemento" a Jasenovac, in Croazia. L'incontro di preghiera fortemente voluto dal vescovo di Požega, Antun Škvorčević,  si è svolto il giorno in cui la diocesi celebra la Giornata della purificazione della memoria e del ricordo dei martiri, il 26 marzo
Nel sito dell'ex campo di concentramento degli Ustascia, a Jasenovac, i leader religiosi hanno pregato per le vittime di tutti i regime totalitari, per la pace e il perdono.

"Preghiamo con il pensiero rivolto alle vittime di tutti i campi di concentramento, luoghi di discriminazione e sofferenza, a quelli di ieri e, purtroppo, anche a quelli di oggi. Non vogliamo escludere a nessuno, ha detto mons. Giorgio Lingua, il Nunzio Apostolico nella Repubblica di Croazia, secondo quanto riporta la HRT (Radio Televisione Croata) che ha trasmesso in diretta la cerimonia.
Fra i leader religiosi che hanno preso parte all'incontro, hanno preso anche la parola il vescovo ortodosso di Pokrača-Slavonia, Jovan Ćulibrk, il rabbino capo del coordinamento delle comunità ebraiche in Croazia, Luciano Moše Prelević,  e Mevludi ef Arslani, della Comunità islamica in Croazia.
La preghiera è stata iniziata dal vescovo di Požega, Antun Škvorčević, che ha ricordato che ogni vittima merita di essere rispettata. "Non con sentimenti di odio e vendetta, ha insistito il presule, ma con una memoria purificata. Credo che la memoria sia purificata al meglio attraverso il pentimento, la penitenza, il perdono, la misericordia, ha detto mons. Škvorčević. Ha poi ricordato Papa Francesco durante il suo recente viaggio in Iraq facendo sue le parole che disse il Pontefice a Mosul: "la fraternità è più forte del fratricidio, la speranza è più forte della morte, la pace è più forte della guerra".
Il campo di Jasenovac
Il campo di concentramento di Jasenovac, creato dallo Stato Indipendente di Croazia, retto da Ante Pavelić con il pieno appoggio dell'Italia fascista e della Germania nazista, fu il più grande campo ustascia, operante dall'agosto 1941 all'aprile 1945. Venne definito, in una lettera del 24 febbraio 1943 indirizzata ad Ante Pavelić, il dittatore dell'epoca, dal cardinale Alojzije Viktor Stepinac una "vergognosa macchia per lo Stato Indipendente Croato". Si trova nei pressi dell'omonima località sulle rive del fiume Sava, ad un centinaio di chilometri a sud-est di Zagabria, vicino all'attuale confine croato-bosniaco.
Il 22 aprile dell'anno scorso, in piena pandemia,  giorno del 75° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Jasenovac, per la prima volta dopo quattro anni le comunità serba, Rom ed ebrea decisero di partecipare alla commemorazione per le vittime del più grande campo di concentramento dell'ex Jugoslavia. L'evento  fu raccontato dal giornalista de la Repubblica, Gianluca Modolo: «Una "Auschwitz dei Balcani", nata nell'omonima cittadina sulle sponde della Sava a un centinaio di chilometri a Sud di Zagabria nel 1941 durante il regime ustascia di Ante Pavelic, alleato della Germania nazista, e dove, fino al 1945, morirono in più di 80mila tra ebrei, serbi, Rom e oppositori politici croati.
Dopo anni di cerimonie divise - da una parte le comunità delle vittime, dall'altra i rappresentanti delle istituzioni - questa mattina sotto al "fiore di cemento" c'erano tutti: il presidente croato Zoran Milanovic, il primo ministro Andrej Plenkovic, lo speaker del Parlamento Gordan Jandrokovic e accanto a loro Ognjen Kraus, il presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche croate, Milorad Pupovac, presidente del Consiglio nazionale serbo di Croazia, Veljko Kajtazi rappresentante parlamentare della minoranza nazionale Rom e Franjo Habulin, presidente della Lega dei Combattenti Antifascisti di Croazia. Tutti a porgere mazzi di fiori sul monumento progettato nel 1977 dall'architetto Bogdan Bogdanovic.
Dal 2016, serbi, ebrei, Rom e antifascisti avevano deciso di boicottare l'annuale cerimonia a causa del clima nostalgico e revisionista nel Paese sotto la presidenza di Kolinda Grabar-Kitarovic, istituendo una cerimonia parallela ogni 12 aprile. Quell'anno nel campo un gruppo di ex paramilitari ultranazionalisti installarono una targa: "Za dom spremni", "Per la patria pronti", lo slogan fascista degli ustascia. Un oltraggio alla memoria di chi lì dentro perse la vita.
"Le cose non sono molto cambiate", ha dichiarato alla France Presse Ognjen Kraus. "Ma a causa della difficile situazione causata dal virus, abbiamo deciso di mostrare la nostra solidarietà ed essere presenti".
Dopo i bombardamenti alleati sul campo nel marzo e nell'aprile del 1945, il comandante Vjekoslav Luburic ordinò che tutti i prigionieri venissero uccisi e il campo dato alle fiamme, così da distruggere le prove dei crimini ustascia. La sera del 21 aprile 1945, 700 donne vennero giustiziate. La mattina seguente, circa 600 uomini guidati dal partigiano Ante Bakotic tentarono la fuga: ai colpi delle mitragliatrici sopravvissero solo in 92. Ma non Bakotic. I partigiani di Tito riuscirono a conquistare il campo ai primi di maggio di quell'anno.
Tra l'agosto del 1941 e l'aprile del 1945 a Jasenovac morirono, secondo le cifre ufficiali, 83.145 persone».

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