«Sea Sorrow» di Vanessa Redgrave. Richiesta di umanità
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- Creato: 27 Giugno 2018
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Emilio Ranzato - Vanessa Redgrave mette mano per la prima volta alla cinepresa per firmare un grido di dolore, una richiesta di umanità rivolta ai suoi simili e soprattutto alla sua patria, quel Regno Unito dove trova accoglienza solo l’un per cento dei rifugiati politici del mondo. Ma ovviamente nel documentario Sea Sorrow (2017), uscito in questi giorni nelle sale, si parla dell’egoismo, delle paure infondate, dei pregiudizi, come di sentimenti purtroppo ampiamente diffusi in tutto il mondo occidentale.Interviste a rifugiati politici dal passato a dir poco drammatico, un sopralluogo da parte della stessa Redgrave a un accampamento di rifugiati in Francia, un corteo a Londra per manifestare a favore dei migranti e per chiedere maggiore accoglienza al popolo britannico, i pareri del deputato laburista Alfred Dubs su quanto può fare il governo, i ricordi d’infanzia dell’autrice ovvero storie di migrazioni dovute alla guerra mondiale, filmati d’archivio sulla proclamazione della dichiarazione universale dei diritti umani, un passo de La tempesta di Shakespeare in cui Ralph Fiennes interpreta Prospero che alla figlia Miranda ricorda il loro viaggio e il loro «dolore del mare».
Il materiale, in poco più di un’ora di durata, è sin troppo e assemblato in modo un po’ confuso, ma anche questo limite testimonia il senso di urgenza alla base del lavoro della grande attrice britannica. Urgenza di dare risposte concrete, sul piano pratico, a un problema dalle dimensioni enormi e destinate a crescere. Ma urgenza, soprattutto, di svegliare coscienze arroccate su privilegi ormai insostenibili, per aprirle il più possibile alla condivisione di questo problema.
Sea Sorrow è insomma uno di quei lavori di cui si sente il bisogno anche a prescindere dai risultati. Eppure, a rendere piuttosto compatto e comunque coinvolgente un materiale che poteva essere troppo eterogeneo, non sono soltanto le ottime e soprattutto sincere intenzioni di Redgrave, ma anche uno stile piano e sicuro che non sembra quello di un’esordiente. In particolare, risultano appropriate alcune scelte che danno un senso di straniamento brechtiano, come le frequenti inquadrature frontali ai testimoni di queste difficili esperienze. Un taglio astratto che non toglie nulla alla drammaticità del reale, e che al contempo dà significato ai tanti andirivieni temporali e scarti di tono del documentario.
Il rifugiato diventa così una figura ancestrale e archetipica che attraversa tutta la storia del mondo. C’è, forse, in questo, un atteggiamento un po’ rassegnato che sembra contravvenire allo spirito del progetto e a tutta la militanza della regista su questo terreno. Tuttavia, c’è altresì qualcosa di molto cristiano in questo imperativo di aiutare il prossimo anche senza intravedere ancora una luce in fondo al tunnel.
© Osservatore Romano - 28 giugno 2018