Nove difficili mesi

nove difficili mesiL’accoglienza ai perseguitati dai nazisti tra l’ottobre 1943 e il giugno 1944

«Il re e la famiglia reale sono fuggiti da Roma, il Capo del Governo è stato arrestato e

fatto prigioniero dagli italiani, le truppe si sono sbandate e non pensano più a difenderci». Lo smarrimento vissuto a Roma dopo la caduta del fascismo, l’armistizio e la fuga di Vittorio Emanuele III a Brindisi, nel drammatico racconto delle oblate agostiniane del monastero di Santa Maria dei sette dolori.

Nel loro Registro della cronaca dal 1938 , nelle pagine comprese tra la 85 e la 93, descrivono la situazione di quei mesi: «Le truppe tedesche, padroneggiando l’Italia, perseguitano ovunque uomini e li deportano nei campi di concentramento». Sono giorni drammatici, in cui si è chiamati in causa direttamente per salvare vite umane. Scrive la monaca che redige questa cronaca: «In modo speciale perseguitano gli ebrei che fucilano o li fanno morire nelle camere a gas. In tale frangente ebrei — fascisti — soldati — carabinieri e borghesi, cercano rifugio negli istituti religiosi; che con grave pericolo, aprono le porte per salvare vite umane».
Il monastero di Santa Maria dei sette dolori — in via Garibaldi, a Trastevere, alle pendici del Gianicolo — è una delle tante case religiose che, tra l’ottobre del 1943 e il giugno del 1944, a Roma, si trasformano in rifugio sicuro per i perseguitati dai nazisti. A mobilitarsi sono istituti religiosi, parrocchie, ospedali cattolici oltre alle strutture direttamente legate alla Santa Sede. Ebrei, renitenti alla leva, politici antifascisti trovano scampo grazie a questa gigantesca opera di assistenza umanitaria diffusa sull’intero territorio della città, organizzata ricalcando e sfruttando la capillare presenza della Chiesa cattolica.
Si tratta di un impegno senza precedenti che coinvolge centinaia di preti e religiosi che — a rischio della loro stessa vita — decidono di nascondere i ricercati. Si calcola che siano circa cinquemila gli ebrei che, in tal modo, riescono a mettersi in salvo.
I diari dei conventi femminili di clausura sono una fonte importante per cercare di ricostruire quel che accade a Roma tra l’ottobre del 1943 e il giugno del 1944. La cronaca del monastero di Santa Maria dei sette dolori è esplicita: «È questo il desiderio espresso, ma senza obbligo, dal Santo Padre Pio XII, che per primo riempie di rifugiati il Vaticano — la Villa di Castel Gandolfo e San Giovanni in Laterano».
Per rispondere a questa richiesta del Papa, le monache aprono le porte ai rifugiati: «Nel nostro convento sono rifugiate circa centocinquanta persone, sono intere famiglie con numerosi bambini — donne e uomini che tratteniamo qui con le proprie famiglie, dopo che i superiori ci hanno dato il permesso di lasciarli qui. Per dar posto a tanta gente, abbiamo ceduto parecchie stanze nostre e ci siamo ristrette in poche stanze. Il locale sopra la Chiesa, detto il Noviziato, è pieno di gente e le famiglie hanno formato con cartoni dei piccoli recinti, dove vivono per essere più liberi gli uni dagli altri. È pericoloso per essi avvicinarsi alle finestre, perché i tedeschi che hanno occupato la caserma dei carabinieri qui davanti al nostro cancello, stanno sempre guardando con i binoccoli sulle nostre finestre, e siccome hanno già sentore di qualche cosa, possono irrompere da un momento all’altro dentro il monastero, e portarli via tutti».
La cronaca descrive in modo vivissimo le paure, gli stenti e le difficoltà di quei nove mesi. «Abbiamo parecchie Consorelle anziane e ammalate, che soffrono molto per tutti questi spaventi e per mancanza anche di carne — latte che sono molto scarsi compresi i condimenti. A comprare qualche cosa, oltre i generi che riceviamo ogni mese con la tessera, non è possibile perché non abbiamo denari e quelli che vendono di nascosto, sono molto cari. Ai Padri Gesuiti della Università Gregoriana abbiamo chiesto lavoro, ed ogni settimana ci mandano da lavare e rammendare oltre centocinquanta paia di calze nere. Per compenso ci danno formaggio — patate — olio — burro, dato che loro hanno delle tenute con bestiame, e perfino ci forniscono candele per la Chiesa, per la Santa messa e funzioni perché a comprare fuori non ci sono. È stata per noi una vera provvidenza. Approfittando di questo scompiglio generale, i ladri hanno derubato di quà e di là. Siamo costrette in due a dormire in Sagrestia, e ogni tanto fare un giro la notte con una lampadina accesa in mano a fare un giro per il monastero, non potendo accendere le luci, perché c’era ordine di oscuramento, per paura dei bombardamenti. Per guadagnare qualche soldo e procurare il necessario, dato che abbiamo qualche macchina per maglieria, siamo riuscite a procurarci dei filati di lino e lana e con l’aiuto di due ragazze stiamo facendo dei golf e pedalini per uomo, che poi portiamo per campione nei diversi negozi di Roma, con la speranza di avere qualche ordinazione di lavoro».
A sorreggere le monache di fronte a difficoltà tanto grandi e inaspettate, è la fede e l’intensa preghiera quotidiana: «Ogni giorno nel pomeriggio, facciamo la processione con il quadro della Madonna del Patrocinio, recitando le litanie ed altre preghiere, dalla Chiesa, il giardino e refettorio, pregando la Beata Vergine che liberi da tanto flagello il monastero e quelli che ci sono rifugiati, e salvi Roma, l’Italia e il mondo intero. Tutte le suore a piedi scalzi e ci seguivano in processione a capo scoperto tutti gli ebrei e gli altri rifugiati e tutti fiduciosi ripetevano: questa Madonna ci salverà».
La cronaca è particolarmente interessante perché fornisce anche alcuni dettagli di carattere religioso sul rapporto con gli ebrei ospiti nel monastero: «Qualche giorno fa’ una giovane ebrea ha dato alla luce un bambino e lo chiamano il figlio del Convento, perché era per essa pericoloso uscire per andare all’istituto di Maternità. Ci hanno permesso di battezzarlo, ma abbiamo poca fiducia, perché nonostante il pericolo in cui vivono, non cambiano idea. Nello stesso Natale 1944, gli ebrei hanno fatto nel sepolcreto sotto la Chiesa, un grande e artistico Presepio, sebbene nella loro religione, aspettano ancora il Messia. In questi giorni, prima della nostra Pasqua, essi stanno facendo il digiuno, mangiando pane azimo che le donne fanno qui e cuociono in piccoli fornelli, poi si riuniscono in una stanza per pregare insieme. Oggi hanno celebrato la Pasqua e si sono riuniti nel nostro oratorio con uno che fungeva da Sacerdote. Poi hanno invitato a partecipare, con il permesso del superiore abbiamo assistito in tre. La funzione si è svolta con una nenia indefinibile di preghiere e canti in lingua ebraica davanti al candelabro acceso con sette bracci».
Nella cronologia contenuta nella cronaca ci sono degli errori di datazione. Si dice che nel Natale del 1944, ad esempio, gli ebrei sono ancora nel monastero. Così come l’indicazione dell’anno, nella parte superiore del foglio, diventa, a partire da pagina 88, il 1945.
Queste aporie possono essere spiegate con il modo in cui questi registri vengono scritti. La stesura finale del testo viene eseguita complessivamente — sulla base di memorie orali o scritte, di appunti e minute — alla fine dell’anno o — in questo caso, si può pensare — alla fine della guerra. E lo slittamento di datazione si può supporre sia dovuto a un puro errore materiale di trascrizione. È indubbia, infatti, la veridicità degli avvenimenti storici raccontati, che risultano precisi e conseguenti. La nostra cronista non è una sprovveduta né sembra perseguire fini diversi dalla genuina rendicontazione cronachistica. Fino alla liberazione di Roma: «Oggi finalmente dopo 5 anni di ferocissima guerra, e dopo nove mesi che avevamo in casa tutta questa gente nascosta, sono entrate a Roma le truppe americane, mettendo in fuga i tedeschi e liberando Roma e l’Italia da una invasione così paurosa. Nei giorni scorsi lo spavento era raddoppiato perché sulla città sorvolavano continuamente aeroplani che mitragliavano ovunque ed era pericoloso stare nei piani superiori, i cannoni tuonavano fuori porta San Giovanni da dove entravano le truppe americane e sul Gianicolo rispondevano con altrettanti colpi. Le truppe americane sono state accolte con entusiasmo, da liberatori, così tutti sono ritornati in libertà nelle loro case. Oltre a salvare la vita delle persone dobbiamo pensare anche alle bestie perché le truppe tedesche, girando nelle campagne, portavano via ai contadini tutto quello che trovavano. Così che nella periferia di Roma i poveri contadini, cercavano di nascondere quanto potevano. Nel nostro Monastero al cortile del forno, intorno al porticato, sono state sistemate undici mucche da latte e alcuni cavalli, che una mattina entrarono trionfalmente dal cancello e attraversarono tutto il Chiostro. Erano custodite dal proprietario e da una nipote che le mungeva due volte al giorno, e davano a noi per compenso tutto il latte. Una vera provvidenza perché alla sera e mattina, parecchie suore si facevano una buona zuppa di latte fresco, mentre una parte la acquistavano le persone rifugiate da noi e con il resto si faceva anche formaggio e ricotta. Anche queste sono tornate alla base, appena entrate in Roma le truppe americane. Essendo ancora molta fame nella città di Roma, il Circolo San Pietro, per conto del Vaticano, ha aperto molti centri di cucine economiche, distribuendo ogni giorno tante razioni di cibi cucinati, secondo i buoni delle tessere che ognuno aveva, dato che mancava anche gas e legna. Abbiamo richiesto anche noi per circa duecento razioni al giorno, o solo minestra o per chi voleva anche la pietanza. Per noi è stata una provvidenza, perché avevamo i generi cucinati da noi, la fornitura di legna e per compenso ci davano in cambio pasta e condimenti che fino allora avevano scarseggiato».

Questa cronaca è un documento straordinario perché descrive con grande vivezza la vita — fatta di paura, fame, carità e fede — in quel microcosmo in cui si era trasformato il monastero in quei nove, drammatici mesi dell’occupazione tedesca di Roma.

di Antonello Carvigiani

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