Viaggio comune - GerusalemmeIl patriarca Bartolomeo all’Università ebraica di Gerusalemme
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- Creato: 30 Dicembre 2017
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Il patriarca Bartolomeo all’Università ebraica di Gerusalemme GERUSALEMME, 29. «Il nostro più grande errore non è il fatto di aspettarci così tanto dalla religione, piuttosto di non aspettarci ancora di più da questo grande potere spirituale, profondamente radicato nell’anima umana, su questioni riguardanti la pace, la solidarietà, il significato della vita e la destinazione eterna dell’essere umano e della creazione».
Ha parlato del contributo «cruciale» delle religioni alla protezione dell’ambiente, alla cultura della solidarietà, al dialogo e alla pace il patriarca ecumenico Bartolomeo, arcivescovo di Costantinopoli, insignito nei giorni scorsi della laurea honoris causa dall’Università ebraica di Gerusalemme. «Negli ultimi decenni — ha affermato nella lectio magistralis — abbiamo assistito a una rivalutazione del ruolo della religione nella sfera pubblica e del suo contributo per affrontare le principali sfide di oggi. Le fedi hanno conservato grandi valori, un prezioso patrimonio spirituale e morale, nonché profonda conoscenza antropologica. Non possiamo comprendere e valutare correttamente le culture umane nella loro unità e diversità senza fare riferimento alle radici religiose». Purtroppo, «l’attuale esplosione di fondamentalismo religioso e i terribili atti di violenza in nome della religione forniscono ulteriori argomenti contro la fede alle moderne critiche della religione e supportano l’identificazione di essa con i suoi aspetti negativi. La verità è che la violenza è la negazione delle credenze e delle dottrine religiose fondamentali». Bartolomeo, ricordando i quarant’anni di dialogo fra il patriarcato ecumenico e l’International Jewish Committee on Interreligious Consultations, sottolinea che, per diversi secoli nel passato, «la regione mediterranea ha visto una convivenza pacifica di ebrei, cristiani e musulmani. Questa esperienza dimostra che persone di diverse religioni possono vivere insieme, trovando principi di base nelle rispettive tradizioni che promuovono la solidarietà e la testimonianza comune. Dimostra — ha insistito — che le religioni possono servire da ponte tra le persone, come strumenti di pace, tolleranza e comprensione, così come per il riavvicinamento delle culture». Il dialogo interreligioso quindi «non significa negare la propria fede, ma piuttosto cambiare la propria mente o il proprio atteggiamento nei confronti dell’a l t ro . In tal senso, può anche guarire e disperdere i pregiudizi e contribuire alla comprensione reciproca e alla risoluzione pacifica dei conflitti. I pregiudizi e l’aggressività derivano dal travisamento della religione. Questo è il motivo per cui il dialogo interreligioso può scacciare paura e sospetto e promuovere uno spirito di fiducia e rispetto». Per l’arcivescovo di Costantinopoli, la credibilità delle religioni oggi dipende fortemente dal loro atteggiamento verso la protezione della libertà e della dignità umana: «Questo è il presupposto non solo per la pacifica convivenza, ma anche per la pura sopravvivenza dell’umanità. Solo insieme possiamo affrontare le sfide contemporanee. Nessuno — non una nazione, non uno stato, non una religione, né una scienza — può affrontare da solo i problemi attuali. È utopistico credere che una cultura della solidarietà possa essere stabilita attraverso la globalizzazione, il progresso economico, internet o anche attraverso l’ammirevole progresso della tecnologia. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro; abbiamo bisogno di mobilitazione comune, sforzi comuni, obiettivi comuni e uno spirito comune. Pertanto, consideriamo l’attuale, complessa crisi un’opportunità per praticare la solidarietà, il dialogo, la cooperazione, l’ap ertura, la fiducia. Poiché condividiamo un futuro comune, la strada verso questo futuro è un viaggio comune».
© Osservatore Romano - 30 dicembre 2017