In una sera di fine estate
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- Creato: 19 Agosto 2016
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di GIANLUCA BLANCINI Era il 20 agosto 1940 quando frère Roger Schutz giunse per la prima volta sulla collina di Taizé e acquistò la casa dove ora vivono un centinaio di frères, a una ventina di chilometri dalla linea di demarcazione che passava a Saint-Gengoux-le-National e che divideva la zona occupata dall’esercito tedesco dalla zona libera retta dal governo di Vichy e poco dopo, grazie alla sorella Geneviève accorsa in aiuto, iniziò ad accogliere alcuni profughi, per lo più ebrei.
Egli stesso si dedicava personalmente al lavoro dei campi, all’allevamento di una mucca, alla sistemazione della casa, all’accoglienza e all’allestimento di una piccola cappella per la preghiera. Frère Roger descrisse il senso del suo approdo a Taizé, nell’intento di soccorrere i profughi, in stretto collegamento con l’esperienza vissuta dalla nonna materna durante la prima guerra mondiale: «Il suo esempio mi ha ispirato quando nel 1940 ho lasciato la Svizzera per andare a vivere in Francia, il Paese di mia madre, per potervi creare un comunità. C’era di nuovo la guerra e io avevo la certezza di dover aiutare quanti stavano attraversando quella prova. Avendo trovato una casa nel villaggio di Taizé, a un prezzo più che modesto, quello di una buona automobile, mi sono stabilito lì. È stato grazie a un modico prestito che ho potuto fare quell’acquisto». Marie-Louise Marsauche-Delachaux, così si chiamava la donna, all’epoca dello scoppio della prima guerra mondiale era già vedova e viveva nel nord della Francia. Mentre si avvicinava il fronte di combattimento, avvenne che ben due bombe scoppiarono presso la sua abitazione. La prima provocò un grande cratere nel giardino, l’altra cadde nella biblioteca tra i libri del marito, ma senza esplodere. Rifiutandosi decisamente di lasciare la casa, la donna ne fece piuttosto un luogo di rifugio per i profughi, ospitando soprattutto persone anziane e donne in gravidanza. Fortemente colpita dall’esperienza bellica, non poteva arrendersi all’idea che in Europa i cristiani si fossero uccisi tra loro e si era convinta che si dovesse fare il possibile per evitare che, in futuro, si dovesse mai più rivedere quanto era allora accaduto. Mossa da una fede profonda e per nulla bigotta, intraprese un percorso di riconciliazione: da cristiana di un antico ceppo evangelico stabilitosi in Francia da molto tempo, prese a frequentare anche la Chiesa cattolica. Il suo esempio segnò profondamente il nipote. Così frère Roger descrisse in seguito la sua intuizione fondamentale: «Da giovane, in un periodo in cui c’erano tanti dissidi in tutta Europa, m’interrogavo continuamente: perché questi scontri, questi giudizi senza appello tra gli uomini, tra gli stessi cristiani? E mi chiedevo: sulla nostra terra c’è una strada per riuscire a capire tutto dell’altro? E arrivò un giorno, che potrei datare e un luogo che potrei descrivere, con la luce ovattata di una sera di fine estate, con le ombre che scendevano sulla campagna, un giorno in cui presi una decisione. Mi dissi: se questo cammino esiste, comincia da te, impegnati, tu personalmente, a capire tutto di ogni uomo. Si trattava solo di ritornare, e di ritornare ancora, per tutta la vita, a questa decisione a senso unico: cercare di capire piuttosto che di esser capito». Questa decisione lo stimolò a non rimanere solo, ma a creare una comunità, un «umile segno di comunione», in cui vivere insieme ad altri le dimensioni essenziali della fede cristiana; una vita comune che segnasse una via di uscita dall’isolamento, per rompere con una tradizione cristiana troppo individualista, tanto da rischiare di condurre allo scoraggiamento. Lo scoppio della guerra suscitò in frère Roger il desiderio di trasferirsi in Francia, il Paese della madre, a seguito della disfatta, per andare in soccorso dei sofferenti e per iniziare una vita nella solitudine e nella preghiera. Fu così che egli iniziò la realizzazione del sogno di una vita monastica all’interno del protestantesimo e si operò una vera e propria svolta nella sua vita. Frère Roger non aveva alcuna intenzione di creare un rifugio di pace separato dal mondo devastato, ma un’esperienza di solidarietà in un contesto diviso e lacerato: i profughi in Francia erano molti, in gran parte ebrei, che tentavano di fuggire nella parte non occupata del Paese. Giunto in Borgogna si mise subito in contatto con alcuni preti e pastori di Lione, tra cui il padre Paul Couturier (1881- 1953) e il pastore protestante svizzero Roland de Pury (1907-1979), col quale alcuni uomini della resistenza stavano organizzando gli spostamenti dei rifugiati che vennero accolti anche a Taizé, prima di transitare verso la Svizzera. Nel 1942, a soli due anni dall’inizio del suo percorso a Taizé, frère Roger e la sorella, scoperti dai tedeschi, dovettero lasciare la Borgogna e tornare in Svizzera. Un ufficiale francese in pensione li aveva avvertiti. Fu a Ginevra che frère Roger iniziò davvero una vita comune utilizzando un appartamento privato e una cappella della cattedrale per la preghiera. «Avendo saputo che vivevo a Taizé, alcuni amici di Lione mi chiesero se era possibile accogliere in casa dei profughi, in particolare degli ebrei. E la casa divenne a poco a poco il luogo di un andirivieni di profughi, a volte presi dalla paura e dallo sfinimento. Ognuno diceva soltanto il suo nome e raccontava del suo passato solo ciò che desiderava». La recente biografia di Sabine Laplane riporta alcuni dettagli di questo periodo: il numero dei rifugiati che variava da cinque o sei ogni volta, fino a dieci; la dedizione sempre attenta che frère Roger dimostrava loro, anche nel non voler sapere nulla se non il nome, per non rischiare mai di comprometterli; l’utilizzo di un drappo bianco alla finestra come segnale in caso di controlli improvvisi; l’imp egno quotidiano nella lettura e nella riflessione del testo dell’enciclica di Pio XI Mit brennender Sorge. Questo suo impegno gli valse il riconoscimento da parte di personalità ebraiche alla sua morte. Levi Kelman, rabbino a Gerusalemme, scrisse un messaggio alla Comunità nel 2005, ma anche Richard Wertenschlag, gran rabbino di Lione, si espresse con parole molto positive nei confronti di frère Roger in occasione del suo assassinio. Nel luglio 1939, si era tenuta la Conferenza mondiale della gioventù cristiana ad Amsterdam che aveva visto la partecipazione di frère Roger. Nello stesso anno era stata creata la Cimade (Comité InterMouvements Auprès Des Evacués) di cui Madeleine Barot fu presidente durante tutto il tempo della seconda guerra mondiale. Fu grazie a questo ed e ai rapporti con altre personalità del mondo protestante impegnate nella lotta contro il nazismo e nel soccorso ai rifugiati che si sono stabiliti rapporti e collaborazioni con la Comunità di Taizé tanto che, a metà degli anni Cinquanta, frère Laurent faceva parte dell’équipe dell’organizzazione. È anche grazie a questi contatti che si sono sviluppati in seguito i rapporti con Paul Evdokimov e altre personalità ortodosse sensibili al tema della persecuzione razziale e religiosa. Un altro punto di consonanza tra il pensiero di frère Roger e gli ebrei lo si può ritrovare nella sua tesi discussa il 30 aprile 1943 a Losanna. In essa nel proporre la preghiera al mattino, a mezzogiorno e sera frère Roger motiva la scelta riferendosi al modello della chiesa primitiva di Gerusalemme e dell’uso ebraico di pregare tre volte al giorno. È singolare questo riferimento se si considera il periodo storico e l’esperienza vissuta nel frattempo a Taizé dal fondatore. «I primi cristiani pregano alla terza, alla sesta e alla nona ora, ossia alle 9, alle 12 o alle 15, ore in cui Cristo fu condannato, crocifisso e poi morì. Era anche l’orario della preghiera degli ebrei, cfr. Atti degli apostoli, 3, 1; 10, 9; Numeri, 28, 4 e seg.». La chiesa della Riconciliazione, che oggi ospita decine di migliaia di giovani ogni anno per la preghiera con la Comunità, è sorta agli inizi degli anni Sessanta come segno di riconciliazione in Europa grazie all’associazione Aktion Sühnezeichen a favore della Comunità e del suo impegno nei confronti dei rifugiati ebrei durante la seconda guerra mondiale. L’Associazione, presieduta e voluta dall’avvocato berlinese Lothar Kreyssig, aveva voluto porre dei segni in Europa per manifestare nella concretezza il pentimento di alcuni, di un certo numero, dice frère Roger, di tedeschi. La chiesa della Riconciliazione, inaugurata nel 1962, è divenuta un simbolo eloquente per quanti si impegnano ancora oggi nei rapporti tra culture e religioni, nonché per l’unità tra i cristiani. Nel 1961 il periodico di Taizé, «Nouvelles de Taizé et Grandchamp», riportava: «Lo scorso aprile sono arrivati, a Taizé, una trentina di giovani operai tedeschi, volontari reclutati dall’Action “Signe de Réconciliation”, che si è assunta il compito di costruire, in diversi Paesi toccati dall’ultima guerra, edifici che manifestino la profonda volontà di pace e di pentimento di un certo numero di tedeschi. Simili opere sono già andate a buon fine in Olanda, in Norvegia, in Grecia, e altre sono in preparazione in Inghilterra e in Israele. Se è stata scelta Taizé, se è a questa comunità che l’offerta completamente gratuita è stata fatta, vuol dire che gli inizi di questo rinnovamento monastico in seno alle chiese della Riforma sono coincisi, dal 1940 al 1942, con una modesta azione tra i rifugiati, tra i quali alcuni sono ebrei, che hanno varcato la vicina linea di demarcazione. Le migliaia di visitatori che verranno ogni anno a Taizé troveranno, più che un memoriale del passato, un segno di pace risolutamente volto al futuro. La chiesa include due zone: una destinata alla preghiera in vista dell’unità dei cristiani, l’altra, invitando più in particolare al silenzio, sarà una testimonianza del pentimento dei tedeschi che avranno innalzato questo segno di riconciliazione sulla collina di Ta i z é » . Considerando i rapporti tra Taizé e gli ebrei nel tempo si possono distinguere le relazioni con le istituzioni da un lato e i rapporti con singole personalità dall’altro. Rispetto alle istituzioni vanno segnalati i riconoscimenti che frère Roger ha ricevuto nel corso del tempo. Tra questi emerge il premio Templeton assegnatogli a Londra il 10 aprile 1974, anno in cui a Taizé si tenne il concilio dei giovani. Il premio di 34.000 sterline per il dialogo interreligioso era stato assegnato l’anno precedente a madre Teresa e in genere riconosciuto a persone che cercano con gli uomini contemporanei «di approfondire la conoscenza e l’amore di Dio». Ricevendo il premio frère Roger annotava nel suo diario: «Accetto questo premio di riconciliazione nella semplicità del cuore, solo come una conferma di credenti, buddisti, induisti, musulmani, ebrei e cristiani, rivolta al credente che cerco di essere giorno dopo giorno. L’imp ortante somma di denaro che accompagna questo premio non sarà per la comunità. Questa ha sempre rifiutato i doni, noi siamo vissuti solo del nostro lavoro, senza alcun capitale da parte. Non posso quindi accettarlo per l’accoglienza a Taizé, anche se la cassa è proprio vuota. Ho chiesto e ho fatto chiedere a dei giovani che in queste ultime settimane hanno soggiornato sulla collina a chi destinare questi soldi. La somma sarà distribuita a diversi giovani, soprattutto dell’emisfero sud, che, impegnati nei cammini della lotta e della contemplazione, cercano d’incontrarsi e di giungere instancabilmente alla comunione. Una prima somma sarà data, nelle isole britanniche, da una parte a dei giovani che si dedicano ad accogliere gli emigrati africani e asiatici, dall’altra a dei giovani che lottano per la riconciliazione in Irlanda del Nord». Tra le amicizie e le collaborazioni, i numerosi contatti con persone singole e comunità ebraiche avvenuti nel corso del tempo in Europa, a Gerusalemme e altrove nel mondo, si possono segnalare due relazioni maggiormente significative. La prima, iniziata più di 30 anni fa, con il rabbino Levi Weiman-Kelman, il quale visitò Taizé a più riprese, a cominciare dal 1977. Nel settembre 1979, mentre era in viaggio verso Israele dove andava per lavorare in un kibbutz, si fermò nuovamente presso la comunità. Il terzo viaggio fu un regalo che il rabbino Levi si fece per il cinquantesimo compleanno e fu segnato da forte ansia, per il timore che la comunità potesse essere cambiata nel frattempo e dal senso di colpa, per la convinzione di non aver trasmesso abbastanza di quel che aveva appreso a Taizé, nonostante avesse addirittura incorporato alcuni elementi della preghiera di Taizé nella propria congregazione, Kol HaNeshama, soprattutto la musica e alcuni canti per il culto del venerdì sera. All’arrivo, scoprì che quanto era riuscito a fare a Gerusalemme era già a conoscenza dei frères che con la loro accoglienza e il supporto placarono ogni suo dubbio, mentre la relazione diventava sempre più profonda. Il legame tra il rabbino Levi e la comunità di Taizé dimostra una profonda consonanza spirituale e testimonia che il dialogo ecumenico e interreligioso più fecondo si può svolgere all’insegna dello scambio dei doni. La seconda amicizia significativa riguarda il rabbino David Lazar che ora svolge il suo ministero in California. Invitato una prima volta dal rabbino Levi Weiman-Kelman, frequentò successivamente ogni anno la comunità, conducendo incontri di studio con i partecipanti sulla collina e portando con sé anche gruppi di giovani per far loro conoscere la fede cristiana. In conclusione, l’amicizia con i rabbini definiti dai frère di Taizé come «uomini dal cuore universale» testimonia alcune consonanze significative che uniscono lo stile ebraico all’esperienza di Taizé: l’interesse anzitutto per la dimensione spirituale, l’attenzione per la liturgia e la musica, lo stile narrativo nell’avvicinarsi alle discipline teologiche, l’interesse per la pace e la comune comprensione di un Dio che benedice l’uomo, ogni uomo e la sua vita. Negli anni la Comunità di Taizé ha accolto tra l’altro anche alcune famiglie e bambini palestinesi, per i quali proprio il rabbino Levi Kelman, di Gerusalemme, ha scritto nello spirito di Taizé una preghiera che può arricchire questa riflessione: «Se c’è mai stato un momento per pregare, esso è ora. Se c’è mai stato un luogo abbandonato, esso è Gaza. Signore, creatore di tutti i bambini, ascolta la nostra preghiera in questo giorno maledetto. Dio, che noi chiamiamo Benedetto, rivolgi il tuo sguardo verso di loro, i bambini di Gaza, affinché possano conoscere le tue benedizioni e la tua protezione, che possano conoscere la luce e il calore dove ora non ci sono che tenebre e fumo, e un freddo che avvizzisce e dilania la pelle».
© Osservatore Romano - 20 agosto 2016