Per un’Europa solidale e attenta agli ultimi

san Martino di ToursSe vuole avere un futuro, l’Europa non può perdere i valori di solidarietà sui quali la sua cultura si è costruita nel tempo. Sin dai primi secoli cristiani, infatti il continente «è stato forgiato da persone, tra cui anche il vescovo Martino» che non solo hanno annunciato il Vangelo ma lo hanno messo in pratica nel «servizio al prossimo», nella cucitura del tessuto sociale attraverso la «compassione» e l’attenzione agli ultimi.
E «se non vivremo il presente con questo stesso spirito, per noi non ci sarà nemmeno un futuro». Lo ha ricordato il cardinale Dominik Duka, inviato speciale del Pontefice, che sabato 9 luglio ha celebrato a Szombathely, in Ungheria, la messa per i 1700 anni della nascita di Martino, il figlio dell’ufficiale romano che nel 335 si convertì al cristianesimo e poi divenne grande predicatore, vescovo di Tours e uno dei fondatori del monachesimo occidentale. Quella del santo è una figura molto amata sia in Francia — in Gallia trascorse la maggior parte della sua vita militare prima e del suo impegno pastorale poi — sia altrove, dove registra un presenza profonda nelle tradizioni e nella devozione popolari. Tant’è che la Conferenza episcopale ungherese, sottolineando il luogo di nascita del santo, Szombathely, appunto, ha proclamato il 2016 come «Anno martiniano» «Il padre dei poveri»: così lo ha definito Papa Francesco nella lettera con cui lo scorso 27 maggio ha nominato il porporato domenicano suo rappresentante per le celebrazioni, e ha ricordato, citando la Vita sancti Martini di Sulpicio Severo, come il soldato, anche quando non era ancora cristiano, ma solo un candidato al battesimo, si distinguesse per le opere di carità: «Assisteva i tribolati nelle malattie, soccorreva gli sventurati, nutriva i bisognosi, vestiva i nudi, non conservava nulla per sé della paga militare». Proprio questo aspetto ha evidenziato il cardinale Duka durante l’omelia: al momento del celebre episodio del dono di metà mantello al povero incontrato per strada, «Martino non è cristiano» e qui, ha detto l’arcivescovo di Praga, si può anche «trovare la risposta alla domanda se è possibile che attualmente nella nostra Chiesa si dedichino al servizio del prossimo anche collaboratori e collaboratrici non battezzati ma fedeli all’ideale dell’amore cristiano verso il prossimo». Alla messa celebrata presso la Monumenti Hill della cittadina dove Martino è nato — all’epoca, ha ricordato il cardinale, si chiamava Sabaria, ed era la città romana più antica della Pannonia — hanno partecipato migliaia di fedeli insieme al nunzio apostolico, l’a rc i v e scovo Alberto Bottari de Castello, e ai membri della Conferenza episcopale ungherese. Commentando il brano della prima lettura, nel quale Isaia (61, 1-3) si riferisce all’unto del Signore come a colui che è stato mandato a «fasciare le piaghe dei cuori spezzati» e a «consolare gli afflitti», l’inviato papale ha posto a tutti la figura di Martino come esempio di chi ha saputo consacrare la propria vita al servizio di Dio e degli uomini». In particolare, ripercorrrendo la vicenda biografica del soldato convertito al cristianesimo, ha mostrato come in lui si ritrova esattamente ciò che la Chiesa ha portato come contributo alla formazione di una coscienza europea. Si tratta, ha detto, di un triplice compito: prima di tutto «la celebrazione della messa» nella quale si «rende presente l’amorevole opera di salvezza di Gesù» (non ha caso sono molte le raffigurazioni artistiche del santo nell’atto di celebrare l’Eucaristia). In secondo luogo, «l’annuncio del Vangelo e la catechesi». E Martino fu protagonista nell’«organizzazione del sistema educativo» attraverso i monasteri da lui fondati. Infine «il servizio al prossimo, la diaconia, ovvero la caritas » nel quale egli fu modello per «i vescovi non solo in Gallia, ma in tutto quello che allora era l’impero Romano». Così, sono state gettate le radici cristiane del continente, e così queste hanno dato linfa attraverso i secoli, in una storia ininterrotta che è stata evocata dal porporato attraverso un esempio: «Quasi un millennio dopo, nella nostra regione mitteleuropea, diverse donne coraggiose, appartenenti alla dinastia locale degli Arpad, si sono dedicate al servizio nella carità: santa Elisabetta di Ungheria, santa Kinga di Polonia, ma anche sant’Agnese di Boemia». Un excursus storico necessario, ha spiegato il cardinale Duka, perché «chi non conosce il passato, non comprende il presente». Un presente nel quale, ha aggiunto, «l’anno speciale della misericordia» ci richiama all’impegno evidenziato nel capitolo 25 del vangelo di Matteo (vv. 31-46) letto durante la celebrazione a Szombathely: «L’immagine del giudizio universale, con le opere di misericordia corporali e spirituali in base alle quali verremo giudicati, dice chiaramente che cosa significa essere cristiano oggi», ovvero eredi di quegli «ideali di compassione umana e di amore per il prossimo» che sono stati del vescovo di Tours e delle grandi donne sante del Tredicesimo secolo.

© Osservatore Romano - 13 luglio 2016