Appello del Papa perché in Pakistan si ponga fine alla violenza

Faisalabad, 3. Profondo dolore "per l'insensato attacco alla comunità cristiana di Gojra City", che ha portato alla "tragica uccisione di bambini, donne e uomini innocenti" è stato espresso da Benedetto XVI in un messaggio - a firma del segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone - inviato al vescovo di Faisalabad, Joseph Coutts. Nel messsaggio, il Papa fa appello perché "nel nome di Dio si rinunci a seguire la strada della violenza che causa così tanta sofferenza e a intraprendere la strada della pace" e raccomanda fortemente il vescovo di incoraggiare tutta la comunità diocesana e tutti i cristiani in Pakistan, perché continuino negli sforzi profusi per contribuire a "costruire una società che, con un profondo senso di fiducia nei valori umani e religiosi, sia caratterizzata dal mutuo rispetto fra tutti i suoi membri".
Per tre giorni in Pakistan resteranno chiuse, in segno di lutto, le scuole e le università cristiane. Sembra ormai accertato che sono otto, fra cui quattro donne e un bambino, le vittime dell'assalto di un gruppo di musulmani, appartenenti al movimento estremista Sipah-e-Sahaba, avvenuto, sabato, nel villaggio di Gojra. Oltre cinquanta abitazioni sono state date alle fiamme e migliaia di abitanti sono fuggiti.


Da tempo nella regione del Punjab la tensione è ai massimi livelli tra musulmani e cristiani. Al centro degli scontri ci sono le accuse di blasfemia rivolte alla comunità cristiana. Prima dell'attacco a Gorja, nei giorni scorsi, un villaggio, quello di Korian, è stato devastato dopo un raid condotto da migliaia di musulmani:  una sessantina di abitazioni e due chiese sono state distrutte. Il pretesto per l'attacco a Korian è stato il ritrovamento nei pressi di una casa, in occasione di una cerimonia nuziale, di alcune pagine di un testo contenenti iscrizioni islamiche. I cristiani che vi dimoravano sono stati accusati di dissacrazione e, per tale motivo, si è scatenata l'ira della comunità musulmana che è poi sfociata nelle furiose violenze. Dopo l'attacco a Korian, i cristiani hanno organizzato una manifestazione di protesta, a seguito della quale i musulmani hanno attuato un nuovo assalto scegliendo come obiettivo, appunto, il villaggio di Gojra. Alcune delle vittime sono state identificate:  si tratta di Hamed Masih, Asia Bibi, Asifa Bibi, Imamia Bibi, Musa, Akhlas Masih, Parveen. Com'era già avvenuto a Korian, i musulmani hanno interrotto le strade di accesso al villaggio, impedendo a polizia e vigili del fuoco di intervenire, trasformando così Gojra in una trappola di fuoco per gli abitanti.
Ora la situazione è sotto il controllo delle forze di sicurezza, ma nel Paese si è levata forte l'indignazione per il furioso atto di intolleranza. La polizia, nel frattempo, ha provveduto a denunciare ottocento musulmani. Il primo ministro del Punjab, Shahbaz Sharif, ha fra l'altro annunciato un risarcimento di 500.000 rupie (poco più di 4.000 euro) ai familiari delle vittime. Una commissione d'inchiesta governativa si occuperà inoltre della vicenda.
Gli appelli provenienti dalla comunità cristiana affinché venisse garantita la sicurezza appaiono dunque inascoltati. Proprio recentemente, il segretario esecutivo della Commissione nazionale di giustizia e pace (Ncjp) della Chiesa cattolica in Pakistan, Peter Jacob, aveva infatti affermato:  "Riceviamo continuamente lettere di minacce, la situazione è delicata e la tensione palbabile". Il ministro della Giustizia del Punjab, Rana Sanaullah, ha annunciato un'inchiesta. Ma le forze politiche di opposizione hanno convocato d'urgenza una sessione parlamentare, condannando gli attacchi e accusando il Governo di non aver fatto quanto promesso per proteggere i cristiani. Inoltre, è stato chiesto al capo della Corte Suprema di Giustizia, Iftikhar Mohammed Chaudhry, di far sì che i responsabili delle violenze di questi giorni vengano catturati.
Secondo la Ncjp "fatti come quelli accaduti in questi giorni sono frequenti nel Punjab e si ricollegano sempre a false accuse di blasfemia". La Ncjp ha ribadito al Governo la richiesta di tutela e protezione nei confronti delle minoranze religiose che - rileva lo stesso organismo - "non possono essere terrorizzate, minacciate e assalite senza che le autorità governative intervengano". L'articolo 295 della legge penale pakistana, noto come "legge sulla blasfemia" condanna "quanti con parole o scritti, gesti o rappresentazioni visibili, con insinuazioni dirette o indirette, insultano il sacro nome del Profeta Maometto". La pena prevista può arrivare fino all'ergastolo. In particolare, la disposizione che permette di mettere in carcere il presunto trasgressore, sulla base di semplici dichiarazioni orali fatte da qualsiasi cittadino, favorisce talvolta l'utilizzo della legge come strumento di vendetta. La Chiesa cattolica da tempo auspica l'abolizione della normativa. "Chiediamo - ha detto l'arcivescovo di Lahore, Lawrence John Saldanha - l'abolizione della legge sulla blasfemia e di quella sugli hudud, le punizioni previste dalla legge islamica, che spesso colpiscono le minoranze. Queste prevedono il taglio delle mani o anche la lapidazione per le donne. Ne chiediamo l'abolizione, anche se la legge è stata applicata raramente".
La questione è stata sollevata anche presso la Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite:  la Franciscans International e la Dominicans for Justice and Peace, due organizzazioni non governative dei francescani e dei domenicani, accreditate all'Onu, hanno nel passato presentato un documento congiunto, chiedendo l'abolizione della legge sulla blasfemia e la protezione della vita, della proprietà e della dignità delle minoranze religiose. Il ministro pachistano delle Minoranze, Shahbaz Bhatti, smentendo le accuse della comunità musulmana ha sottolineato che "non è vero che il Corano è stato profanato", e "le accuse sono soltanto illazioni". Il ministro ha specificato poi che l'organizzazione musulmana Sipah-e-Sahaba è tra quelle messe al bando dal Governo pachistano.

(©L'Osservatore Romano - 3-4 agosto 2009)