Timori in Iraq dopo gli attentati alle chiese

Baghdad, 14. "Attacchi perpetrati con lo scopo di spingere i cristiani fuori dell'Iraq. Mi auguro tuttavia che i cristiani non cadano in trappole politiche di questo genere e rinnovino la loro fiducia nel Paese come il loro attaccamento alla sua unità". Monsignor Jean Benjamin Sleiman, arcivescovo di Baghdad dei Latini, in una dichiarazione al Sir riassume la posizione dei presuli iracheni davanti alla serie di attentati che, fra sabato e domenica, hanno interessato almeno otto chiese cristiane (caldee e ortodosse) nella capitale e a Mossul, provocando complessivamente quattro morti e trentadue feriti. Attentati studiati con l'intenzione di colpire i fedeli che uscivano dai luoghi di culto dopo aver assistito alle affollate liturgie del fine settimana. Gli ordigni erano infatti nascosti in scatole di cartone piazzate vicino all'ingresso delle chiese. In un caso, il più grave, è stata fatta saltare in aria un'autobomba. "Non conosco tutti i dettagli dei fatti accaduti - ha detto ancora Sleiman - tuttavia penso che questi siano attuati per scoraggiare i cristiani e spingerli all'emigrazione fuori dell'Iraq o a spostarsi dentro il Paese stesso. Scoraggiano anche coloro che pensano di ritornare e possono tendere a creare difficoltà al Governo".
Una posizione condivisa, tra gli altri, dall'arcivescovo di Kerkûk dei Caldei, Louis Sako, che interpreta gli attacchi come un messaggio rivolto anche ai cristiani che il Paese lo hanno già lasciato, "a non farvi più ritorno". Proprio a Kirkuk, domenica, è stato ucciso da uomini armati - riferisce l'agenzia France Presse - il capo del dipartimento di revisione dei conti finanziari della provincia, Aziz Rizko Missane, rappresentante cristiano molto noto in città. Ma non è ancora chiaro se il delitto sia legato alla sua confessione religiosa o alla sua professione.
La nuova ondata di violenze potrebbe essere legata alle prossime elezioni provinciali nel Kurdistan iracheno e a quelle non ancora fissate, ma previste nei prossimi mesi, nella contesa provincia di Kirkuk:  un messaggio di avvertimento alla minoranza cristiana in vista del voto. In questo quadro, la comunità dei fedeli resta un facile obiettivo. Stanchi e impauriti dopo anni di vessazioni e discriminazioni, attaccati ora perfino davanti alle chiese al termine della messa, i cristiani temono nuove persecuzioni. Ma a Baghdad, Mossul, Kirkuk i cristiani cercano di resistere e fra coloro che, a migliaia in questi anni, sono stati costretti ad abbandonare il Paese, rifugiandosi in Siria, Giordania, Turchia, e in altre nazioni, non è mai scemato il desiderio di tornare.
I rappresentanti delle Chiese hanno chiesto a più riprese al Governo di tutelare la vita dei cittadini di fede cristiana. Ieri, lunedì, le autorità civili e militari hanno preso drastiche misure per garantire la sicurezza nelle zone a rischio, decretando il coprifuoco in alcuni sobborghi a maggioranza cristiana di Mossul e rafforzando la protezione alle trentacinque chiese di Baghdad. Inoltre posti di blocco sono stati posizionati all'entrata delle città di Hamdaniyah e di Talkif, distanti rispettivamente trenta e dieci chilometri da Mossul. Quest'ultima misura - riferisce il sito Baghdadhope - è già stata revocata. La speranza è quella di un immediato, e duraturo, ritorno alla normalizzazione della vita sociale, a "una coesistenza giusta e pacifica di tutti i settori della popolazione irachena", come ha auspicato nel suo messaggio Benedetto XVI.

(©L'Osservatore Romano - 15 luglio 2009)