L’arroganza dell’uomo mette in pericolo il creato

bartolomeo-20ISTANBUL, 2. Non ci sono solo le azioni distruttive visibili — come la deforestazione, l’esaurimento delle risorse idriche, lo sfruttamento complessivo delle fonti naturali e di energia, l’inquinamento di interi territori o di regioni marine attraverso lo spargimento o il deposito di materiali tossici e chimici — ma anche quelle invisibili a occhio nudo: «Stiamo parlando degli interventi sui geni di esseri viventi e della creazione di mutazioni con sviluppi imprevedibili, come ad esempio la scoperta di modi per liberare vasti poteri, atomici e nucleari, il cui uso improprio può cancellare tutte le tracce della vita e della civiltà sul nostro pianeta».
Questa è «avidità, amore per il potere, l’arroganza da parte di alcuni che sembrano opporsi alla saggezza di Dio e si considerano in grado di migliorare la sua opera». Gli antichi greci «chiamavano questa condizione spirituale, questa arrogante insolenza hýbris». Lo scrive il patriarca ecumenico, Bartolomeo, arcivescovo di Costantinopoli, nel suo messaggio per l’inizio del nuovo anno ecclesiastico, domenica 1° settembre, che tradizionalmente la Chiesa ortodossa dedica alla difesa dell’ambiente. Bartolomeo precisa che «naturalmente non siamo contrari alla ricerca scientifica, a patto che fornisca benefici per l’umanità e l’ambiente. Pertanto l’uso di scoperte scientifiche, ad esempio, per la guarigione di malattie, è sicuramente accettabile, ma lo sfruttamento commerciale di risorse derivate dalla tecnologia chimica e biologica, alla luce di qualche conclusione predeterminata secondo cui esse non sarebbero dannose all’umanità, va certamente denunciato perché ha più volte portato a tragiche conseguenze per l’umanità e l’ambiente». La condizione dunque «è che la ricerca e l’utilizzo di conoscenze non devono mirare unicamente al profitto o diventare un tentativo arrogante di costruire una nuova torre di Babele, in base alla quale le creature di Dio cercano di raggiungere e forse, con la presunzione di alcuni, superare il Creatore stesso. Purtroppo — ricorda il patriarca — a volte gli esseri umani dimenticano il fatto che “li ha creati colui che è principio e autore della bellezza” (Sapienza, 13, 3) e che “la mia mano ha posto le fondamenta della terra, la mia destra ha disteso i cieli” (Isaia, 48, 13)». Di conseguenza — conclude l’a rc i -vescovo di Costantinopoli — «è nostro dovere, come pastori della Chiesa e come persone di spirito e di scienza, nonché come cristiani devoti, pregare il Creatore affinché illumini gli scienziati in modo che penetrino nei misteri della natura con umiltà di fronte a Dio e rispetto verso le leggi naturali».

© Osservatore Romano - 4 settembre 2013