Nei luoghi santi per ravvivare la fede
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- Creato: 13 Ottobre 2012
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Nei luoghi santi per ravvivare la fede
Sua Beatitudine FOUAD TWAL
Patriarca di Gerusalemme dei Latini
Presidente della Conferenza dei Vescovi Latini nelle Regioni Arabiche (C.E.L.R.A.)
Il pellegrinaggio ai luoghi santi, e alle «pietre vive» è un mezzo eccel-lente per ravvivare la nostra fede e quella del pellegrino, conoscendo meglio il quadro culturale, storico e geografico dove sono nati i misteri in cui crediamo, occasione di incon-tro personale e incarnato con la per-sona di Gesù. I cristiani di Terra Santa sono i discendenti diretti della primissima comunità cristiana che è «la memo-ria collettiva vivente della storia di Gesù». La visita ai luoghi santi do-vutamente preparata e guidata dalla lettura della Parola di Dio, e l’incon-tro con la comunità possono fortifi-care i credenti di poca fede e far ri-nascere la fede laddove era morta. In questo tempo in cui i luoghi santi vengono talvolta offesi e aggre-diti, la presenza dei pellegrini è una vera testimonianza di fede e di co-munione con la nostra Chiesa del Calvario. Abbiamo bisogno di voi, delle vostre preghiere e della vostra solidarietà! Là dove gli apostoli han-no gridato a Gesù «accresci lo no-stra fede» (Lc 17, 5), venite anche voi, carissimi confratelli vescovi con i vostri sacerdoti, seminaristi e co-munità, a chiedere al Signore la fede e la pace che ci manca. Ritengo urgente la necessità che la nostra fede sia uno stile di vita che avvicina agli altri. Dobbiamo cambiare una certa mentalità negativa, che vede nella fe-de un’appartenenza a una fazione sociologica che spinge alla militanza e alla violenza. La vera fede aiuta a sentirci più figli di Dio e dunque più fratelli verso gli altri, anche a co-sto della croce e del sangue. La nuova evangelizzazione per es-sere moderna ed efficace deve ripar-tire da Gerusalemme: ripartire dalla prima comunità cristiana ancorata sulla persona di Cristo, avendo una causa per la quale era disposta ad affrontare ogni sacrificio fino al do-no della vita stessa. Le nostre comunità sono minorita-rie in mezzo a credenti diversi. Le circostanze le hanno spinte a chiu-dersi, preoccupate di difendersi, sen-sibili ai propri diritti, attente ai loro luoghi e al loro rito. Comunità in-troverse e paurose. Per molti la fede è un fatto ereditario e sociale, quan-do invece dovrebbe essere più perso-nale e impegnativa. Non si tratta di sopravvivere ma di sfondare e comunicare.
© osservatore Romano - 15-16 ottobre 2012