Dall’incontro alla riconciliazione
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- Creato: 21 Gennaio 2015
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di HYACINTHE DESTIVELLE * Venticinque anni dopo la caduta del muro di Berlino, il 2014 ha mostrato che la conclusione della guerra fredda non ha ancora cessato di far sentire le sue ripercussioni sulle relazioni tra i cristiani. La caduta dei regimi comunisti dell’Europa orientale segnò, per coloro che chiamavamo “cristiani dell’est”, la fine di una persecuzione senza precedenti. Senza precedenti nella storia della Chiesa fu anche la loro straordinaria risorgenza, che alimentò la speranza di un rinnovato respiro “a due polmoni” del cristianesimo europeo. All’epoca tutti credevano che tale svolta sarebbe stata accompagnata da un ricongiungimento ecumenico. In realtà, questa speranza si è rapidamente infranta.
Come le differenze nazionali erano state cancellate dalla morsa dei regimi comunisti, così le differenze confessionali — inestricabilmente legate alle rivalità nazionali — ricomparvero con la libertà ritrovata. La fine della persecuzione segnò anche la fine di quello che era stato a volte definito “ecumenismo del gulag”. Nel 2014, la crisi ucraina, crisi innanzitutto politica e nazionale, ha avuto gravi conseguenze sulle relazioni tra cattolici e ortodossi. I rappresentanti del patriarcato di Mosca hanno criticato duramente la Chiesa greco-cattolica ucraina. In Serbia, alcuni responsabili ortodossi hanno colto l’occasione delle visite dei prelati della Curia romana per menzionare i fatti della seconda guerra mondiale come principale pietra d’inciampo nelle relazioni tra la Chiesa ortodossa serba e la Chiesa cattolica. Queste tensioni mostrano che il dialogo teologico, per quanto assolutamente indispensabile per il ristabilimento dell’unità, non è sufficiente. Le difficoltà della Commissione mista internazionale del dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, che sono emerse nuovamente durante l’ultimo incontro ad Amman nell’ottobre del 2014, evidenziano che il dialogo teologico tra esperti deve essere accompagnato da un processo di riconciliazione che coinvolga tutti i livelli delle Chiese. Ciò è particolarmente vero per molte Chiese dell’E u ro p a centro-orientale il cui clero e i cui fedeli, oppressi per decenni dalle autorità politiche e isolati dall’o ccidente, non sono stati sensibilizzati alla questione ecumenica nella stessa maniera in cui lo sono stati i loro fratelli cristiani occidentali. Forse non abbiamo riflettuto a sufficienza su uno dei processi di riconciliazione più importanti della storia contemporanea: la riconciliazione franco-tedesca. Pochi popoli si sono scontrati a tal punto, nel corso della storia. Tuttavia, all’indomani della seconda guerra mondiale, la visione profetica e la determinata volontà di alcuni politici hanno permesso di realizzare ciò che pareva impossibile: l’odio secolare che separava questi due popoli si è trasformato in un’amicizia, che è forse il frutto più bello del processo di unificazione europea. Le Chiese farebbero bene a meditare su come sia stato possibile un simile miracolo. Loro, che dovrebbero essere le voci profetiche della riconciliazione, rimangono troppo spesso prigioniere di riflessi nazionali. Certamente, alcune Chiese sono state parti attive in processi di riconciliazione in Europa centrale e orientale. Basti citare l’esempio della riconciliazione germano-polacca promossa dai vescovi polacchi nella loro lettera indirizzata ai confratelli tedeschi nel 1965. Più recentemente, nel 2012, l’«appello alla riconciliazione» al popolo russo e al popolo polacco lanciato dal patriarca di Mosca e dalla conferenza episcopale polacca è stato un altro b ell’esempio dell’impegno delle Chiese in favore della riconciliazione. Ma anche le più belle dichiarazioni rischiano di rimanere lettera morta se non sono accompagnate da azioni concrete che favoriscono un’evoluzione delle mentalità attraverso la promozione di una “cultura della riconciliazione”. È su questa “cultura della riconciliazione” — priorità basilare per l’unità dei cristiani in Europa centrale e occidentale — che vorremmo riflettere in questo contesto e proporre alcuni orientamenti, partendo da eventi che hanno segnato le relazioni tra la Santa Sede e varie Chiese ortodosse slave nel 2014. Il fondamento di ogni riconciliazione è innanzitutto la “cultura dell’i n c o n t ro ”, secondo l’e s p re s s i o n e cara a Papa Francesco. Quello che chiamiamo il “dialogo della carità” è stato, dal punto di vista storico, il punto di partenza di una relazione rinnovata con la Chiesa ortodossa e rimane la condizione e il fondamento indispensabili per ogni fruttuoso “dialogo della verità” con essa. Nel maggio del 2014, la commemorazione dell’incontro avvenuto a Gerusalemme tra il beato Papa Paolo VI e il patriarca Atenagora ha permesso di misurare il cammino percorso in 50 anni: con la Chiesa di Costantinopoli, possiamo addirittura parlare di una “istituzionalizzazione” del dialogo della carità, simbolizzato dagli scambi annuali delle delegazioni per le rispettive feste patronali. In seguito alla caduta dei regimi comunisti in Europa orientale, la Santa Sede, senza perdere il suo legame privilegiato con il patriarcato ecumenico, ha potuto diversificare i suoi contatti con altre Chiese ortodosse autocefale. Recentemente, alla fine del 2014, il cardinale presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, Kurt Koch, ha avuto l’o ccasione di visitare Chiese ortodosse meno conosciute, ma che si trovano in contesti particolarmente sensibili. Per esempio la Chiesa ortodossa autocefala della Polonia, molto attiva nella promozione dell’unità dei cristiani a livello nazionale e internazionale, di cui il cardinale Koch ha incontrato il primate, il metropolita Sawa. O come la Chiesa ortodossa autocefala della Georgia, Chiesa venerabile che, sin dalle origini del cristianesimo, rende testimonianza dell’ortodossia nel Caucaso, di cui il cardinale ha incontrato il patriarca-catholicos Ilia II . Tuttavia, 25 anni dopo la caduta del muro di Berlino, è inevitabile costatare che molto rimane ancora da fare per normalizzare le relazioni — tuttora segnate dalla diffidenza — con la Chiesa ortodossa nel suo insieme. Ciò che ci auguriamo è dunque una diversificazione e una intensificazione del dialogo della carità con ciascuna delle Chiese ortodosse a tutti i livelli della vita ecclesiale: scambi annuali di delegazioni, “giornate dell’amicizia”, gemellaggi tra diocesi, parrocchie e comunità sono paletti indispensabili di questa “cultura dell’inc o n t ro ”, necessaria alla riconciliazione. Tuttavia, nessuna riconciliazione potrà realizzarsi senza una purificazione della memoria. La conseguenza più diretta dell’incontro del 1964 è stata proprio la cancellazione delle reciproche scomuniche del 1054, atto a proposito del quale Paolo VI utilizzò quest’espressione per la prima volta. Oggi, la memoria di molte Chiese in Europa centrale e orientale è ancora ferita da una storia di conflitti in cui si mescolano fattori nazionali e fattori religiosi. Lo sfaldarsi di Paesi una volta uniti sotto il giogo di regimi autoritari ha provocato un “ritorno delle nazioni” e risvegliato ferite di un passato più o meno recente che pesano ancora. Così, le relazioni tra serbi ortodossi e croati cattolici rimangono tributarie del ricordo della tragica storia del regime ùstascia. E le relazioni tra ortodossi russi e greco-cattolici ucraini sono ancora gravate dal trauma dello “pseudo-concilio” di Lviv del 1946. Questi esempi evidenziano la necessità di una rilettura comune della storia, condotta da commissioni di esperti che favoriscano la riconciliazione delle memorie e la domanda di perdono. Un modello particolarmente riuscito di questo tipo di processo in Europa centrale è fornito dalla commissione ceca “Husovskà” che ha riletto, negli anni Novanta, la storia dolorosa delle relazioni tra cattolici e ussiti. Una terza dimensione indispensabile alla riconciliazione, e che riguarda meno il passato del futuro, è l’ecumenismo missionario. Come sappiamo, le questioni missionarie, a partire dalla Conferenza di Edimburgo del 1910, sono all’origine del movimento per l’unità dei cristiani. Venticinque anni fa, le nuove tensioni legate alla rinascita delle Chiese in Europa centro-orientale dipendevano in gran parte dal fatto che alcune di loro si vedevano come concorrenti. Per rispondere a questa nuova situazione, la Santa Sede, in dialogo con le varie Chiese, elaborò nel 1992 delle direttive intitolate Principi generali e norme pratiche per coordinare l’evangelizzazione e l’impegno ecumenico della Chiesa cattolica in Russia e in altri paesi della Comunità degli Stati Indipendenti . Le nuove tensioni emerse nel 2014 in Ucraina dimostrano che sarebbe forse necessaria una riattualizzazione di queste direttive per rispondere meglio alle sfide davanti a cui si trovano l’ecumenismo e la missione in Europa orientale. Queste sfide sono state in parte oggetto di un convegno su “L’eredità del concilio Vaticano II : nello spirito di Lumen gentium , Unitatis redintegratio e Orientalium ecclesiarum ”, organizzato dal 30 settembre al 1° ottobre 2014 a Lviv dall’Università cattolica d’Ucraina. Una quarta dimensione importante è il cosiddetto “ecumenismo culturale”. Il Pontificio Consiglio ne è ben consapevole, poiché, nel gennaio del 2014, ha commemorato il cinquantesimo anniversario della creazione, al suo interno, del Comitato cattolico di collaborazione culturale con le Chiese ortodosse e con le Chiese ortodosse orientali, che assegna borse di studio a studenti ortodossi e sostiene vari progetti di natura culturale nei Paesi dell’E u ro p a centro-orientale. Da diversi anni, i progetti culturali si sono rivelati particolarmente utili per sviluppare relazioni con alcune Chiese ortodosse. Con il patriarcato di Serbia, il 2014 ha segnato il decimo anniversario di una convenzione firmata tra la facoltà di Teologia di Belgrado e la Pontificia università lateranense, che consente scambi regolari di studenti e di docenti. La visita effettuata a Belgrado nel settembre scorso dall’arcivescovo Jean-Louis Bruguès, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, ha permesso di spianare il terreno a una collaborazione tra la Biblioteca apostolica vaticana e la biblioteca e gli archivi della Chiesa ortodossa serba. La collaborazione culturale è stata anche uno dei principali temi della visita compiuta a Roma, nell’aprile del 2014, da una delegazione del Dipartimento di relazioni ecclesiali esterne del patriarcato di Mosca, guidata dallo ieromonaco Stefan (Igumnov), segretario delle relazioni intercristiane di tale Dipartimento. Pur non rappresentando un’alternativa al dialogo teologico, l’ecumenismo culturale, inteso nel suo ampio senso, è un luogo privilegiato per lo “scambio di doni” grazie al quale le Chiese possono imparare nuovamente a respirare “con due polmoni”. Un quinto aspetto fondamentale della riconciliazione tra le Chiese in Europa è l’ecumenismo pratico. Nel nuovo contesto di progressiva secolarizzazione, di mondializzazione e di crescenti estremismi, cattolici e ortodossi sono tenuti a testimoniare insieme i valori che condividono e a agire insieme per preservarli: sostegno al dialogo interreligioso, difesa della libertà religiosa, protezione dei cristiani perseguitati, promozione della pace, della giustizia sociale, della famiglia, del rispetto della vita, tutela del creato. I Forum ortodossicattolici europei, creati nel 2008 dal Consiglio delle conferenze episcopali europee e dalle Chiese ortodosse europee, hanno precisamente come obiettivo quello d’incoraggiare la reciproca conoscenza e la definizione di posizioni comuni su questioni sociali e morali. Dal 2 al 6 giugno 2014, dietro invito dell’esarcato patriarcale bielorusso della Chiesa ortodossa russa, si è tenuto a Minsk il quarto Forum ortodosso-cattolico europeo sul tema “Religione e diversità culturale: le sfide per le Chiese cristiane in Europa”, che ha riunito oltre venti vescovi cattolici e ortodossi europei sull’attualissima questione del pluralismo culturale e religioso. Infine, non si può parlare della riconciliazione tra i cristiani in Europa senza menzionare l’ecumenismo spirituale, definito dal decreto conciliare Unitatis redintegratio come «l’anima di tutto il movimento ecumenico» (n. 8). Parallelamente alla Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, sarebbe opportuno sviluppare con le Chiese ortodosse altre forme di ecumenismo spirituale. A esempio, in un’epoca in cui le nostre Chiese tornano a essere Chiese di martiri, forse sarebbe bene evidenziare maggiormente questa realtà ecumenica, cara a Papa Francesco, che è l’«ecumenismo del sangue» e, più in generale, l’«ecumenismo dei santi»: commemorazioni ecumeniche per i cristiani oppressi dalle persecuzioni, celebrazione dei santi locali tramite scambio di delegazioni, promozione degli scambi di reliquie. Un’altra realtà dell’ecumenismo spirituale, in quest’anno proclamato “Anno della vita consacrata”, è la vita religiosa. Come mostra il convegno organizzato nei giorni 22-24 gennaio 2015 a Roma dalla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, la vita consacrata ha incontestabilmente una vocazione speciale nella promozione dell’unità, in particolare tra cattolici e ortodossi. La promozione di una cultura della riconciliazione è la condizione indispensabile per porre fine allo scandalo insopportabile della divisione dei cristiani in Europa centrale e orientale. Essa contribuirebbe non solo all’unità dei cristiani, ma anche all’unità dell’umanità e alla pace nel mondo. Tale cultura ha tuttavia bisogno di profeti e di artigiani del «ministero della riconciliazione» ( 2 Corinzi , 5, 18). Ha bisogno di cristiani convinti che solo la loro riconciliazione renderà testimonianza a Colui che li ha riconciliati con Dio.
*Officiale del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani
© Osservatore Romano - 22 gennaio 2015