Cerchi concentrici

taize-2di FRATEL JOHN

Nell’agosto del 1989, per il venticinquesimo anniversario dell’Ecclesiam suam,la prima enciclica di Paolo VI, mi era stata chiesta una riflessione su quel testo. Avevo evocato la perspicace constatazione della sfida posta alla Chiesa dalla modernizzazione e il sorprendente tono di ottimismo sereno che caratterizza il documento, venendo dalla penna di un Papa dalla natura piuttosto inquieta, e avevo sottolineato la «logica dell’incarnazione» che attraversa tutta l’enciclica come un filo d’oro. Altri venticinque anni sono passati e questo tema mi sembra ancora molto attuale e degno di essere rilevato.
Prima di tutto l’enciclica insiste sull’interpenetrazione della Chiesa e del mondo. «La Chiesa è immersa nell’umanità» e «non è affatto separata dal mondo». Di conseguenza, «tutto ciò che è umano ci riguarda» e per questo «nessuno è straniero al cuore della Chiesa». Nessuna barriera stagna divide la Chiesa e il mondo in due campi che si fronteggerebbero con ostilità o indifferenza. L’enciclica si pone però contro ogni adeguamento al mondo che farebbe dimenticare la specificità della Chiesa. La comunità cristiana sa che ha qualcosa d’insostituibile da offrire: un «messaggio di fraternità e di salvezza», una comunione con Dio attraverso Gesù Cristo. Il suo rapporto sempre vivo con il Cristo è il fondamento essenziale della vita della Chiesa. E in questo contesto il Papa cita la luminosa parola di sant’Agostino: «Rallegriamoci e rendiamo grazie, per essere diventati non solamente cristiani ma Cristo». Offrendo così alla nostra meditazione una visione della Chiesa pienamente solidale con gli uomini, PaoloVIè mosso dalla preoccupazione di trasmettere la fede, con un sentimento degno del grande apostolo di cui ha preso il nome. Questa preoccupazione viene espressa dal Papa in una formula lapidaria: «Il mondo non si salva dal di fuori». Lo stesso desiderio, che ha spinto Dio a prendere in Gesù Cristo volto umano, comanda il rifiuto della sua Chiesa di separarsi dalla pasta umana, di compiacersi in una immutabilità che la allontanerebbe dalla storia. Ne va di mezzo la sua vocazione di andare verso tutti gli uomini per condividere ciò che le sta più a cuore, in un dialogo «senza limiti e senza calcoli». Tutto in questa lettera prende senso a partire dalla logica dell’incarnazione, persino l’immagine dei «cerchi concentrici» usata per descrivere i destinatari del dialogo. Giovanni XXIIIsi era servito di questa immagine nella sua ultima udienza a fratel Roger per indicare come lui vedeva la nostra comunità all’interno della Chiesa, e la stessa immagine è poi stata ripresa al Vaticano II nella Lumen gentium. Se è chiaro che nessuna immagine presa isolatamente è in grado di raffigurare tutto il mistero della Chiesa, la figura dei cerchi concentrici ha tuttavia il vantaggio di situare la Chiesa pienamente nel cuore dell’umanità. Essa sposta lo sguardo dalla questione delle frontiere della Chiesa verso quella del suo centro, verso le fonti della sua comunione. Esclude subito ogni compiacimento confessionale, ogni visione stretta, striminzita della Chiesa, mistero di comunione universale in perpetuo divenire in seno all’umanità. Nonostante il mezzo secolo che ci separa dalla pubblicazione della Ecclesiam suam, il programma di PaoloVI, proseguito durante tutto il suo pontificato ed espresso con rinnovato impegno nel 1975 nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, non è per nulla desueto. Gli sforzi attuali di Papa Francesco di incoraggiare i cristiani ad andare verso le periferie per incontrare quelli che sembrano i più lontani, soprattutto i più poveri, piuttosto che compiacersi in una forma di vita ecclesiale forse bella ma chiusa, non sono comandati dalla stessa passione evangelica del suo predecessore? A Taizé, constatando l’interesse svegliato in molti giovani dalla visione di una Chiesa «luogo di comunione e di solidarietà per tutti», siamo convinti che, per le nuove generazioni, l’aspirazione espressa nella Ecclesiam suamnon è certo lettera morta. È interessante riconoscere che il fondatore della comunità, fratel Roger, condivideva fino in fondo questa «logica dell’incarnazione» messa in evidenza qua. In uno dei suoi primi libri,L’oggi di Dio(1961), a proposito dell’importanza di «comprendere gli uomini quali sono» scrive: «È necessario prendere l’uomo là ove egli si trova, quale egli è; entrare nella sua umanità; comprenderlo dall’interno. Non si tratta più, pertanto, di giudicarlo, ma unicamente di amarlo con una carità che comprende tutto». Per fratel Roger, come per Papa Montini, ciò non significava affatto un relativismo facile, ma il tentativo, «nel cuore della vita degli uomini (…) di assicurare la presenza del Cristo ed essere lievito nella pasta». Attraverso un lungo rapporto fatto di stima reciproca e di amicizia durata esattamente trent’anni — dal 1948 fino alla morte di Paolo VInel 1978 — non è troppo dire che il vescovo di Roma e il priore di Taizé si sostenevano vicendevolmente. Quando fratel Roger, davanti al numero sempre crescente di giovani che venivano sulla collina di Taizé negli anni Sessanta e Settanta, ebbe l’intuizione di organizzare un «concilio dei giovani» per far rivivere nelle nuove generazioni il senso della Chiesa, esitò molto davanti agli sforzi necessari per portare avanti una tale impresa. Ne parlò durante una delle sue udienze annuali con il Papa, che rispose senza esitare: Mettez-le sur les rails! («Lo metta in carreggiata!»). La fiducia di Paolo VI è stata poi per fratel Roger un appoggio sicuro di fronte alle fatiche, per non dire incomprensioni, generate dal tentativo di accompagnare dei giovani nelle loro ricerche, non sempre facili da capire. Più tardi, quando fratel Roger vedeva il Papa talvolta afflitto dal peso del ministero in un tempo di polemica che non risparmiava neanche la Chiesa, sentiva da parte sua il bisogno di consolarlo. Il 14 maggio 1977 scrisse nel suo diario: «Incontro con Paolo VI. Pieno d’attenzione, si interessa a quanto abbiamo vissuto coi giovani a Calcutta. A un certo momento dice: “Vorrei essere degno di quei giovani che si spingono così lontano nell’imp egno”. Più tardi: “Vo r -rei essere all’altezza”. Poi chiede: “Che cosa posso fare per loro?”. La sua trasparenza colpisce. Dinanzi a quell’uomo sommerso dalle prove, una parola sgorga spontaneamente dalle mie labbra: “Santo Padre, vedo in lei la traccia della santità del Cristo”». Nel maggio 1978, fratel Roger portò un gruppo dei suoi giovani fratelli, tra cui l’attuale priore di Taizé, fratel Alois, nel sud d’Italia, per vivere un tempo a Bari Vecchia. Quell’anno aveva sollecitato i giovani ad andare nelle comunità cristiane già esistenti, le parrocchie, per vivere il loro impegno non in maniera isolata ma con il popolo di Dio nel suo insieme. Pensava poi che fosse importante per noi fare ciò che abbiamo consigliato agli altri. Vivevamo attorno a una piccola chiesa, Santa Scolastica, condividendo la preghiera della comunità parrocchiale e praticando varie forme di servizio durante il giorno. Martedì 9 prendemmo il treno per tornare a Taizé. Appena arrivati a Roma, apprendemmo la notizia che il corpo di Aldo Moro era stato trovato a pochi passi dal nostro appartamento romano, mettendo fine a un lungo periodo di incertezza ma anche di speranza. Il giorno dopo partecipammo all’udienza generale del mercoledì nell’aula Nervi. L’udienza fu segnata dal grande dolore di Paolo VI davanti all’orrore dell’uccisione di quell’uomo che era, oltre a uno statista, suo amico personale. Alla fine dell’udienza, il Papa ascoltava l’elenco dei partecipanti e, quando venne pronunciato il nome di Taizé, vedemmo il suo volto illuminarsi con un’espressione di sorpresa e di gioia. Subito, discretamente, abbozzò con la mano un gesto di benedizione. Ci piace pensare che la nostra presenza inattesa portasse un po’ di consolazione a quell’uomo di Dio che, tre mesi prima della propria morte, stava vivendo un’altra tappa della suavia crucis per «completare – secondo le parole di quell’altro Paolo (Colossesi, 1, 24) — “quello che manca ai patimenti di Cristo nella [sua] carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa”».

© Osservatore Romano - 12 agosto 2014