Inaspettata benedizione
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- Creato: 27 Gennaio 2016
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ROMA, 27. Un «segno molto toccante » e «incredibilmente commovente ». Così, l’arcivescovo David Moxon, rappresentante personale a Roma dell’arcivescovo di Canterbury e direttore del centro anglicano, definisce quell’«inaspettata benedizione » impartita insieme a Papa Francesco e al metropolita ortodosso Gennadios, arcivescovo d’Italia e Malta ed esarca per l’Europa meridionale del Patriarcato ecumenico. Gesto conclusivo, e dunque forse ancora più eloquente, della celebrazione dei vespri che, nel pomeriggio di lunedì 25, solennità della Conversione di san Paolo, tradizionalmente suggella presso la basilica ostiense l’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani. Come è noto, al termine della celebrazione Papa Francesco ha chiamato accanto sé per impartire insieme la benedizione i due rappresentanti ecumenici con i quali in precedenza aveva anche varcato insieme la porta santa della basilica. «È stato incredibilmente commovente essere parte di ciò che — credo — è stato un invito senza precedenti, che ha detto molto di più anche delle parole che sono state realmente recitate», ha scritto Moxon in una riflessione pubblicata dall’Anglican News Service. Per il presule anglicano, «questo invito ha suggerito che, in questo momento di unità, la benedizione di Dio e la grazia di Dio passano attraverso la nostra diversità». Forse, aggiunge, «sarebbe sbagliato leggere troppo in quello che è successo », tuttavia «a me sembra un segno molto toccante, indimenticabile e suggestivo della nostra essenziale unità nel battesimo e del nostro desiderio di condividere le benedizioni di Dio ogni volta che vi è la possibilità». Da parte di Moxon anche la sottolineatura dell’omelia di Papa Francesco, «un’omelia venuta dal cuore», in cui il Pontefice ha voluto «invocare misericordia e perdono per i comportamenti non evangelici tenuti da parte di cattolici nei confronti di cristiani di altre Chiese» e nel contempo ha invitato i cattolici «a perdonare se, oggi o in passato, hanno subito offese da altri cristiani ». Parole, ha commentato il rappresentante anglicano, che rappresentano una «sfida, anche per chi non è cattolico romano, a rispondere nello stesso modo», e dunque «chiedendo perdono per i torti che abbiamo fatto e le ferite che abbiamo inflitto al corpo di Cristo».
© Osservatore Romano - 28 gennaio 2016