A cinquant’anni dalla «Nostra aetate»
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- Creato: 15 Maggio 2015
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di TIMOTHY MICHAEL DOLANIl nostro incontro è particolarmente provvidenziale, poiché celebriamo il giubileo d’oro di Nostra aetate, illuminato documento del concilio Vaticano II e insegnamento che ha trasformato in modo radicale i rapporti tra ebrei e cattolici.
Per oltre la metà di questi cinquant’anni il Papa è stato Giovanni Paolo II — ora santo — per il quale la comunità ebraica nel mondo nutre profondo rispetto. Quattro mesi dopo la sua morte, nel 2005, ho compiuto un viaggio molto commovente in Polonia e a Roma, insieme con altri quattro vescovi e una mezza dozzina di rabbini. Nella città eterna stavamo facendo tardi e la nostra guida annunciò che, per non arrivare in ritardo al nostro appuntamento nella sinagoga, avremmo dovuto saltare la preghiera sulla tomba di Giovanni Paolo II. «Nemmeno per sogno», hanno protestato i sei rabbini. Stare davanti alla sua tomba nella basilica di San Pietro, vescovi e rabbini con le mani unite, è stato tra i momenti culminanti del nostro viaggio. Ora, sono due le cose che mi vengono subito in mente: la prima sono i progressi teologici nella comprensione ebraico-cattolica sotto Giovanni Paolo II; e la seconda, il dialogo sincero sulle questioni nevralgiche sorte durante i ventisei anni del suo pontificato. Questo prestigioso centro di teologia ebraica di certo è ben consapevole della proposta indirizzata da Giovanni Paolo II a noi, ebrei e cristiani, di ritornare ora al dialogo rudemente interrotto nel 70 dopo Cristo, quando i soldati romani rasero al suolo Gerusalemme, sparpagliando sia gli ebrei sia i cristiani in una diaspora ancora presente, e di riprendere questioni profonde, come l’alleanza, l’elezione, il posto unico e speciale di Israele nella rivelazione di Dio, la Legge e il modo in cui dobbiamo relazionarci come figli di Abramo e popolo del Libro. L’accoglimento di quell’invito fatto da Giovanni PaoloII ha portato a un promettente fiorire di sapere ebraico-cristiano. Allo stesso modo, tutti conosciamo le questioni “radioattive” che il Papa polacco non ha mai eluso, temi delicati come le preghiere del venerdì santo, la tetra e tragica eredità dell’antisemitismo cristiano, il ruolo della Santa Sede durante la shoah, il riconoscimento diplomatico dello Stato d’Israele da parte del Vaticano, o perfino episodi più eclatanti come la croce e il convento proposti a Auschwitz, il film La passione di Cristo e la visita di Kurt Waldheim a Roma. Invece di approfondire questi due ambiti certamente meritevoli, oso suggerire che Papa Giovanni Paolo II ha realizzato il sogno di Nostra aetate in un modo più sostanziale e innovativo: fidandosi abbastanza della comunità ebraica da invitarla a quella che era senz’altro la priorità numero uno del suo pontificato, ovvero recuperare il primato dello spirito. Detto in termini semplici, Giovanni PaoloII riteneva che la tossina più rilevante che avvelenava il progetto umano fosse la negazione della sovranità di Dio, perfino della sua esistenza, e che l’alleato più naturale della Chiesa per rispondere a questa sfida fossero gli ebrei. La tendenza ultimamente prevalente di «cavarsela benissimo senza Dio», per usare la definizione del secolarismo data dal rabbino Jonathan Sacks, era mortale e doveva essere rovesciata. Il Papa riteneva che la comunità ebraica avrebbe condiviso il suo senso di urgenza. Vorrei tentare di spiegare. Giovanni Paolo II aveva preso alla lettera l’affermazione del salmista per la quale «solo in Dio riposa l’anima mia» e che, come le nostre Scritture rivelano costantemente, qualsiasi tentativo di cercare pace assoluta, significato e fine in chiunque o in qualunque cosa non sia Dio è una ricetta per il caos e la frustrazione. È stato Billy Graham a osservare come il risveglio dell’anima vuota ed esaurita dell’umanità fosse diventata la missione di Giovanni Paolo II, e come questo Pontefice fosse convinto che i «nostri fratelli e sorelle maggiori», come vi ha definiti, fossero i nostri partner più preziosi in questo sforzo. Era giunto a questo impulso di ripristinare il primato dello spirituale nell’attività umana in modo molto naturale. Il cattolicesimo ad “alto contenuto di ottani” della sua amata Polonia vedeva il disegno e la presenza di Dio ovunque. La stessa tragica storia della Polonia aveva insegnato a Karol Wojtyła che solo la fede non avrebbe mai fallito. La sua Polonia era stata letteralmente cancellata dalle carte geografiche nel tardo XIX secolo e, sebbene il suo status fosse stato ripristinato dopo la prima guerra mondiale, era stata lasciata nel fango. Così il giovane Karol Wojtyła aveva guardato ai vostri Salmi: «Chi confida nel Signore è come il monte Sion: non vacilla, è stabile per sempre». Lui stesso aveva perso tutto — la madre, la sorella, il fratello e il padre — quando era appena poco più che ventenne. Aveva pianto con tutto il resto della Polonia quando, il 1° settembre 1939, aveva visto gli stormi della Luftwaffe sul suo Paese, e per sei cupi anni aveva vissuto nel pericolo quotidiano, vedendo scomparire ogni notte gli amici ebrei e i suoi compagni di classe nel seminario clandestino a Cracovia. Le cose non migliorarono, poiché la Polonia perse la guerra due volte quando il totalitarismo di Hitler fu sostituito da quello di Stalin, giacché il clima di «vita senza Dio» imposto, oppressivo, continuò a soffocare la Polonia. C’è dunque da stupirsi che le sue prime parole dalla loggia della basilica di San Pietro siano state quelle tante volte ripetute dal Dio d’Israele e da suo Figlio, Gesù: «Non abbiate paura!»? La causa di Giovanni PaoloII, dunque, era quella di far scendere in piazza cattolici, cristiani ed ebrei per gridare «Noi vogliamo Dio». Perché a essere dissipato era stato il senso di soggezione per il mistero stesso di Dio, mistero al centro del giudaismo e del cristianesimo. La nostra visione è stata macchiata; scetticismo e cinismo dominano; tutto è alla mercé della manipolazione da parte della nostra cocciutaggine; e il principio del piacere ha finito col derubarci della gioia. L’uomo era diventato un rompicapo che doveva essere risolto da tecnici, non un mistero da amare e abb r a c c i a re . Nostra aetate ci dice che tutti i popoli includono una sola comunità e hanno una sola origine, e una è anche la loro meta finale: Dio. La sua provvidenza, la sua bontà, i suoi disegni salvifici si estendono a tutti. Per ebrei e cristiani, la fede in Dio ha determinate implicazioni che, così riteneva Giovanni Paolo II, obbligano ebrei e cristiani a lavorare insieme. Una di queste potrebbe essere il nostro insistere sulla dignità della persona umana, creata, secondo la Genesi, a immagine e somiglianza di Dio, fatta, come dice il salmista «poco meno di un dio». La seconda potrebbe essere la santità di ogni vita umana, mai il mezzo per un fine, bensì fine a se stessa. La terza potrebbe essere la fedeltà alla legge di Dio, verità, come ha commentato Giovanni Paolo II sul monte Sinai, «inscritte nel cuore umano prima ancora di essere scolpite nella pietra», che non devono essere contraddette dalla volontà propria o dalla richiesta popolare. La quarta potrebbe essere la solidarietà, la percezione che ci siamo dentro tutti insieme e che è molto meglio se siamo uniti e ci cerchiamo invece di rinchiuderci nelle nostre comodità. La quinta potrebbe essere la mutua visione del mondo. Ebrei e cattolici condividono le stesse lenti. Detto in parole semplici, la storia è la Sua storia. La storia della salvezza, al- la quale credono ebrei e cristiani, è, di fatto, la storia del mondo. Sia Giovanni Paolo II sia il rabbino Joshua Heschel ci ricordavano che «“coincidenza” è il termine usato dai non credenti al posto di “p ro v v i d e n z a ”». E, come Heschel anche Giovanni PaoloII era convinto che la storia umana non sia tanto il raccontare la nostra ricerca di Dio, bensì la ricerca che Dio fa di noi. Quindi, Papa Giovanni Paolo II è potuto diventare un pellegrino, come Abramo, ricordando al mondo la sua vera storia, la sua identità autentica, come creazione di Dio, che si sviluppa secondo il Suo disegno. Questa ottica comune a ebrei e cristiani ci rende, come ha spesso osservato Giovanni Paolo II, «una benedizione gli uni per gli altri». Insieme, condividiamo le nostre lenti con altri, di modo che tutti possano vedere la storia come la “Sua” storia, che la dignità e la vita umana vengano favorite e non frenate quando proclamiamo «noi vogliamo Dio», che ciascuno di noi è chiamato a rinnovare l’esodo, permettendo al Signore di liberarci dalla schiavitù e dalla morte per passare alla libertà e alla vita, come celebriamo ogni primavera con il Pesach e la Pasqua. È stato Theodor Herzl, più di un secolo fa, a comprendere che l’antisemitismo è una prova del fatto che nella cultura dell’O ccidente c’è qualcosa di gravemente sbagliato. E George Weigel: «Quando il canto delirante dell’antisemitismo s’innalza, è sempre un segno che il paziente è in pericolo di vita in non piccola parte perché ha dimenticato le radici bibliche dell’impresa civilizzatrice occidentale».
© Osservatore Romano - 16 maggio 2015