Nei meandri di sure e glosse

preghiera-2La percezione dell’islam nell’Europa latina: è questa la tematica sulla quale lavora il gruppo di ricerca del progetto Islamolatina, diretto dal filologo Martínez Gázquez. Si tratta di un argomento poco conosciuto, approfondito dal lavoro di questa équipe dell’università di Barcellona: ed è anche grazie ai risultati raggiunti che si è arrivati alla scoperta delle traduzioni latine del C o ra n o che oggi conosciamo. Marie-Thérèse D’Alverny in un suo testo del 1948 dedicato a questo argomento, Deux traductions latines du Coranau Moyen Age , parlava solo di due traduzioni latine, mentre ce ne sono molte altre: oltre a quello che D’Alverny aveva definito il Corpus Toletanum , su cui Pietro il Venerabile basò la sua refutazione dell’islam, e alla traduzione latina legata alla ripresa delle azioni belliche al tempo degli Almohadi, affidata a Marco da Toledo dall’arcivescovo della sua città, Rodrigo Jiménez de Rada, c’è la traduzione che risale al 1475, ad opera di Guglielmo Raimondo Moncada. Di questo testo è giunto fino a noi solo il prologo e le sure 20 e 21.
Doveva essere una grande opera, commissionata dal duca di Montefeltro, in cinque lingue, de Arabico in Latinum sermonen uerti, deinde in Hebraicum et postea in Caldeum et Syrum ; il traduttore compie una trascrizione delle parole difficili da tradurre e alla fine del testo ne spiega il senso. Abbiamo poi l’ Alcoranus latinus del cardinale Egidio da Viterbo del 1518; per la traduzione il porporato aveva incaricato un saraceno convertitosi al cristianesimo, Gabriele Terrolensis. Leo Africanus, invece, si era occupato di rifare le glosse. Al patriarca di Costantinopoli, Cirillus Lucaris, è attribuita la traduzione di quello che appare come un quaderno di lavoro. Mancano delle sure, alcune come la 112 hanno tre traduzioni diverse. In questo breve e sommario excursus ricordiamo anche i testi di Germano di Silesia (1669) e Ludovico Marracci; il suo Alcorani textus uniuersus ex correctionibus Arabum exemplaribus summa sarà utilizzato come base per le traduzioni mo derne. Il primo indizio che abbiamo in Spagna dell’interesse cristiano per la scienza araba è il monastero di Ripoll. Siamo intorno alla fine dell’anno 900 e in un manoscritto legato a questo luogo i nomi delle stelle sono delle traslitterazioni dei termini arabi. In ambito monastico, il crescente interesse per l’astronomia nasceva dalla scienza del computo per la determinazione della festa della Pasqua. Il periodo delle grandi traduzioni ( XI XII secolo) vede la traduzione delle Tavole di al-Jwārizmī a opera di Pietro Alfonso (1062?-1130), un ebreo converso — che esercitava la professione di medico e si trasferì in Inghilterra — che dice di voler tradurre tutto ciò che gli è possibile, seguendo lo stesso ordine dei testi originali. Walcher de Malvern, astronomo proveniente dalla Lotharingia, arrivato in Inghilterra nel 1091 e Adelardo di Bath (1120-1152) furono suoi allievi: la scienza araba è più sicura, sosteneva quest’ultimo, perché fondata sulla ragione e non sull’autorità ( Ego enim aliud a magisteri Arabicis ratione duce didici, tu uero aliud auctoritatis pictura captus capistrum sequeris ). La stessa latinità che Roberto da Ketton aveva descritto come ignorante della storia e delle dottrine islamiche adesso era alla ricerca affannosa del testo dell’ Al m a g e s t o di Tolomeo e fin tanto che non riusciva a trovarlo traduceva tutto quello che poteva essere attinente a quell’argomento. Il traduttore del primo C o ra n o latino si era occupato, e questo era il suo vero interesse, dell’astrologia di al-Kindi. Platone di Tivoli, un italiano che studiava a Barcellona, aveva anche lui riconosciuto il valore dei «grandi tesori degli arabi». Molto numerose furono le traduzioni compiute da Gerardo da Cremona (1114-1187). I suoi allievi ne misero un elenco in una sua piccola biografia allegata al termine della sua ultima traduzione. Aveva trovato l’ Al m a g e s t o a Toledo e lo aveva tradotto, tutta la sua vita era stata dedicata alle traduzioni dall’arabo. Daniele di Morley (1140-1210) aveva sentito che a Toledo si imparava di più che a Parigi, vi era andato e aveva avuto Gerardo da Cremona come maestro, e in seguito aveva riportato i testi tradotti in Inghilterra. In questo stesso periodo è attivo Domenico Gundissalino, o Gundisalvi, che portò a compimento importanti traduzioni, e fu autore lui stesso di un trattato di filosofia, il De anima . Anche Marco da Toledo tradusse testi scientifici, di medicina in particolare; Michele Scoto aveva tradotto anche testi di alchimia. Non mancarono le critiche islamiche a questo imponente processo di traduzioni: le cronache musulmane parlano di sacerdoti e monaci che dedicavano la vita a studiare le scienze dei musulmani ”esotiche” per tradurle nella loro lingua e confutarle. E li accusano di appropriarsi del materiale contenuto nei testi arabi senza rivelarne la provenienza. Una norma in vigore al mercato di Siviglia fa capire il clima di diffidenza verso i traduttori non seguaci dell’islam: non si potevano vendere testi arabi ai cristiani, soprattutto il Corano.

Sara Muzzi