In #difesa di don Nevi, prete scettico di Cremona

chiesa e islamLo scenario che si è quindi presentato in occasione delle celebrazioni domenicali successive al martirio di padre Hamel ha visto contrapporsi, nel capoluogo lombardo, due sacerdoti sotto lo sguardo del loro vescovo. A condividere le perplessità del prete “critico” si trova nondimeno anche mons. Galantino, intervistato dal Corsera. Le buone intenzioni non risolvono tutto.

di Davide Vairani

Don Alberto Franzini non si tira in dietro e risponde. In una intervista dichiara: “Il Vescovo mi ha dato - carta bianca e io ho ritenuto opportuno che questo momento non fosse all’interno, ma al termine della Messa. Così, dopo la benedizione e la preghiera della Salve Regina, ho invitato i fedeli presenti a fermarsi in chiesa ancora un po’.

Perché ha voluto dar loro la parola al di fuori dalla Messa?
Per rispetto. Rispetto nei loro confronti e anche nei nostri.
Ed è proprio per questo motivo che sono sceso dal presbiterio. È stata una scelta precisa quella di accoglierli e dar loro la parola lì. Il presbiterio è la parte più sacra della chiesa, riservata al celebrante e alla proclamazione della Parola di Dio. Non sarebbe stato corretto, anche nei loro confronti, usare quello spazio liturgico per questo gesto.

Sicuramente inedito è stato sentir intonare i versetti del Corano…
Il canto di versetti del Corano in una Cattedrale può essere considerato suggestivo o sconcertante. Però bisogna considerare una cosa: il Corano deve essere pronunciato pubblicamente solo in arabo, non si può leggerlo in altre lingue. Così è stato fatto dall’imam, seguito dalla traduzione del rappresentante del centro islamico. Letto o cantato credo che cambi poco.

Qual è stata la reazione dei fedeli presenti in Cattedrale per la Messa?
Da quanto ho potuto capire, parlando con alcuni dei presenti, sono rimasti tutti molto soddisfatti, soprattutto per il tono misurato che si è avuto, da parte tutti quanti.

Si è parlato di inizio di un cammino …
Sicuramente è stata aperta una pagina nuova. E credo possiamo essere tutti d’accordo che non possiamo certo continuare a ignorarci. Il tempo richiede di aprirsi a gesti e novità anche profondi e un senso coraggioso e che guarda al futuro”.

E di nuovo in un libretto distribuito gratuitamente nel Duomo cittadino nell’ambito della collana I quaderni della Cattedrale don Franzini: “La presenza dei musulmani in cattedrale non era una ‘partecipazione liturgica’ […], non era un tentativo di banale irenismo […], non era da parte cattolica uno sminuire e uno svendere la nostra identità cristiana […]: quel gesto va letto non sul piano liturgico e dottrinale, ma sul piano umano, culturale e sociale”. Il monsignore cita poi diversi esponenti del cristianesimo contemporaneo, dal pontefice emerito Benedetto XVI a Giovanni Paolo II fino a papa Francesco del quale viene riportato un estratto dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium: “Di fronte ad episodi di fondamentalismo violento che ci preoccupano – sostiene Bergoglio – l’affetto verso gli autentici credenti dell’Islam deve portarci ad evitare odiose generalizzazioni”.

Questi i fatti.

Vorremmo tracciare a questo punto tre riflessioni.
La prima. In un intervista del 18 agosto al Corriere, Mons. Galantino ripropone il problema della presenza dei Musulmani a Messa invocando prudenza. “Stavolta per fortuna abbiamo avuto una buona reazione di condanna di quel gesto da parte di ambienti musulmani. Non ancora sufficiente, ma più forte rispetto a ogni precedente occasione”. Ad una domanda sull’ipotesi di un’iniziativa per portare i cristiani nelle moschee, il presule risponde: “Speriamo — nel caso — di arrivarci preparati. Stavolta eravamo impreparati. Non condivido l’atteggiamento di chi ritiene del tutto trascurabile la necessità di rispettare la sensibilità e talvolta anche la difficoltà da parte di alcuni a capire subito il senso di certi gesti”. Per Mons. Galantino “quella solidarietà è stata un bene per tutti. Ma la sua espressione nel contesto delle celebrazioni domenicali, o subito prima o subito dopo di esse, ma all’interno della chiesa, qualche aspetto problematico lo presenta. Si possono trovare modalità meno invasive ma ugualmente forti e significative. Non è necessario che l’abbraccio avvenga in chiesa, o domani in moschea”. Forse don Nevi non è così strampalato, oscurantista, bigotto se proprio Mons. Galantino esprime nella sostanza più di un dubbio sulla scelta adottata.

La seconda. “Una delle cause, a mio avviso, di questa lacerazione del sentire ecclesiale e presbiterale risiede nell’indebolimento di quel Magistero ecclesiastico – interprete qualificato della Parola Divina, che per secoli ha edificato l’unam, sanctam, catholicam et apostolicam Ecclesiam –, che ha perso autorevolezza ed incisività per l’indeterminatezza abbracciata nel presente, e, quindi, fatica oggi ad assolvere il suo compito, fiaccato com’è dal pensiero debole, e, a volte, più preoccupato di ricercare il consenso umano che la volontà di Dio, lasciando smarrito e sconcertato tanto il clero quanto il popolo di Dio”. Sono le parole di uno dei pochissimi sacerdoti cremonesi che si sono schierati a fianco di don Giuseppe Nevi, don Samuele Riva, che non ha esitato a scrivere un lungo articolo sul suo sito web. Aggiunge: “Nella babele di versioni trite e ritrite all’insegna del dialogo qualunquista, questo sacerdote ha mostrato una serie di virtù tale da far impallidire un manuale di filotea. Ha evangelizzato, ha dato ragione della sua speranza, ha custodito il bene perfetto e sommo della messa perché nulla andasse perduto. E lo ha fatto con quelle tanto strombazzate armi del dialogo, che permettono ad un uomo di farsi conoscere, rispettare e ascoltare. In tempi dove tutto è scontato e deprezzato al gran mercato del volemosebbene e dell’annacquamento delle identità, don Nevi non si è sottratto ad un compito faticoso, ma richiesto proprio ad ogni battezzato: difendere la verità nella carità. Ovviamente per il mainstream questo prete è retrogrado e oscurantista. Più facile non avere grane con giornali e vescovadi e allinearsi al pensiero più conveniente. Tentare di evangelizzare come un novello San Francesco col sultano, poi, men che meno. Meglio non rischiare”. Ma in tutto questo, il Vescovo di Cremona che ha fatto? Ha fatto silenzio. Il Vescovo Napolioni si è limitato a dire: “Entrambe (quelle di don Nevi e di don Franzini - n.d.r.) sono posizioni legittime perché sono state spiegate le ragioni, ma le nostre chiese sono aperte, noi non chiediamo nè passaporto nè carta di identità, dobbiamo costruire ponti e non muri. L’iniziativa è stata positiva e spero che si ripeterà”. Lo stesso Pastore che appena insediatosi a Cremona non ci ha pensato due volte a rimuovere don Nevi da responsabile dell’Ufficio di Pastorale Famigliare. Tutti a Cremona – e non solo – sanno bene le posizioni di don Nevi su unioni civili e utero in affitto. E tutti sanno bene quanto il suo operare da pastore e responsabile dell’Ufficio Famiglia sia sempre stato caratterizzato da azioni e interventi tesi a ribadire, sostenere e promuovere la famiglia fatta da un uomo e una donna finalizzata alla generazione dei figli quale istituzione insostituibile e minacciata sempre più dell’ideologia gender. Ma tant’è. Rimosso.

Il terzo punto. Nessuno (ma proprio nessuno) si è domandato che cosa abbia recitato in arabo l’iman di Cremona nel Duomo di Cremona. Sura 50, versetto 32. Bene. Giuliano Guzzo in un articolo del 17 novembre 2015 (su: giulianoguzzo.com) si domanda: Davvero il Corano chiede di rispettare “tutta l’umanità”? Vale la pena riprenderlo. “Il rispetto doveroso verso ciascuna persona a prescindere dalla confessione religiosa e l’attenzione – non meno doverosa – a non generalizzare l’estremismo dissennato come proprio di chiunque professi la fede mussulmana non debbono condurre a una sottovalutazione delle difficoltà – oggettive – che l’Islam, non da oggi, incontra in percorsi di riforma ostacolati o perfino platealmente controbilanciati dall’insorgere o dal permanere di ramificazioni terroristiche. Allo stesso modo non pare corretto, pur rigettando giudizi inappellabili e forzatamente generali, insistere col proporre poche parole del Corano come prova inconfutabile della sua natura filantropica. E’ il caso, per esempio, della Sura 5 versetto 32: ‘Chi uccide una persona è come se avesse ucciso l’intera umanità, e chi salva la vita di una persona è come se avesse salvato tutta l’umanità’. A prima vista la frase è bellissima. Tuttavia, senza perdersi alla ricerca di altri versetti bensì dalla semplice lettura delle parole precedenti e successive emerge un quadro meno confortante: “Per questo abbiamo prescritto ai Figli di Israele che chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità. I Nostri messaggeri sono venuti a loro con le prove! Eppure molti di loro commisero eccessi sulla terra. La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li toccherà in questa vita; nell’altra vita avranno castigo immenso’ (5, 32- 33). Che dire? Non servono fini islamologi per capire come la tesi secondo cui il Corano prescrive una salvaguardia indistinta dell’umanità sia – escludendo la malafede – un azzardo. Tanto più che Saʿīd ibn Jubayr, che non è un agente della Cia sotto copertura ma un seguace del profeta Maometto, illustra il versetto 32 così: ‘Chi si permette di versare il sangue di un Musulmano, è simile a chi si permette di uccidere tutta l’umanità. Chi impedisce di versare il sangue di un solo Musulmano, è come chi impedisce lo spargimento di sangue di tutta l’umanità’. Anche fosse però dimostrato – e non lo è – che il versetto in questione sia sul serio un inno «a tutta l’umanità», resterebbe da capire come mai questo dovrebbe, per il fedele medio, contare più di altri come ‘Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate. Questa è la ricompensa dei miscredenti’ (Sura 2:191) o ‘Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite’ (Sura 2:216). Certo, si potrebbe ribattere che pure la Bibbia presenta passaggi ben poco teneri ma – ammesso e non concesso che questi equivalgano per durezza a quelli poc’anzi citati – pare da escludere che siano altrettanto numerosi a quelli “problematici” presenti nel Corano senza dimenticare, infine, un piccolo particolare: il Vangelo e, più in generale, il Nuovo Testamento alla luce del quale l’intera narrazione biblica assume una luce completamente nuova. E’ soprattutto Gesù – che chiede al Padre financo per i propri carnefici perdono, concetto di assai ardua reperibilità nei versetti coranici – ad illuminare ogni cosa precedente. Tornando al versetto 32 del Corano sembra dunque opportuno, senza con questo sposare alcuna deriva populista né incoraggiare cacce alle streghe, evitare di presentarlo al di là di un contesto che, come si è visto, non solo non collima ma suggerisce l’esatto opposto rispetto a istanze pacifiste”. Il Corano non è paragonabile alla Bibbia, dicendo che anche la seconda è piena di contraddizioni poi spiegate dal Nuovo Testamento. Se, infatti, il Corano descrive la guerra come strumento per espandere la religione del profeta, la Bibbia ha sì toni forti, ma non inneggia mai alla sottomissione di altri popoli per espandere la fede ebraica (che si ottiene per elezione di sangue). Insomma, il popolo d’Israele ha sempre cercato una terra dove vivere e per questo ha combattuto, ma non ha mai cercato di soggiogare altri popoli con la forza. Visti anche gli effetti prodotti dai due testi nella storia, si capisce che il paragone è falso. Anche perché il primo è un testo umano, il secondo divino. Parafrasando l’editoriale de “La Provincia di Cremona”, mi auguro che tra tutti i sacerdoti, vescovi, religiosi e fedeli ci siano tanti don Nevi. Ne va non solo della Chiesa, ma della ragione e dell’identità dell’uomo. Anche ora il Vescovo di Cremona deciderà di restare in silenzio?

© http://www.lacrocequotidiano.it/ - 7 settembre 2016


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