Gli ebrei nella liturgia cattolica: non solo “perfidi giudei”
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- Creato: 09 Gennaio 2016
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A cura di P. Pietro Messa, ofm
Papa Francesco domenica 17 gennaio 2016 visiterà la sinagoga di Roma, cinquant’anni dopo la chiusura del concilio Vaticano II che dedicò attenzione anche al rapporto con il popolo ebraico. Il simbolo di tale contributo conciliare è l’eliminazione dalla liturgia del Venerdì santo dell’espressione “perfidi giudei” che rimane come il simbolo delle relazioni tra cattolici ed ebrei precedenti al Concilio. L’importanza di tale riforma è dovuta anche al fatto che questa espressione non era presente in un generico scritto cattolico, ma nella liturgia ossia in testi che hanno un valore di tutto rilievo nella Chiesa.
Tuttavia bisogna prendere atto che l’espressione “perfidi giudei” non è la sola menzione e neppure l’unica modalità con cui nel passato sono stati menzionati gli ebrei nella liturgia. Infatti la recente edizione critica di testi liturgici del secolo XIII inerenti a san Francesco presenta la devozione propria degli ebrei nei confronti dell’Assisiate.
Dopo la canonizzazione, ossia il riconoscimento canonico della sua santità nel 1228 ad opera di papa Gregorio IX, fu affidato al francescano Giuliano da Spira di comporre l’ufficio liturgico del nuovo santo. Una volta composto nel 1230 circa – con le caratteristiche antifone e versetti che riprendono testi precedenti quali ad esempio quelli usati per san Martino di Tours – mancava però una parte importante, ossia le letture da farsi nella recita notturna del mattutino.
A tale mancanza i frati Minori in un primo momento supplirono inserendo brani della Vita di san Francesco scritta da Tommaso da Celano; non soddisfatti di ciò negli anni seguenti – nel 1237-1239 circa – elaborarono nuovi testi da leggere tra cui la Leggenda umbra. Proprio da questa furono tratte le nove letture necessarie per la recita liturgica notturna; la sesta riporta il racconto di un bambino che a Capua cadde e sprofondò nella sabbia del fiume Volturno da dove fu recuperato ormai privo di vita da un passante.
Al vederlo morto accorsero in molti invocando l’aiuto del Santo d’Assisi; tra di essi «anche degli ebrei convennero mossi da naturale pietà, e dicevano: “San Francesco, ridona il bambino a suo padre!» (Franciscus liturgicus, Editrici Francescane, Padova 2015, p. 171). Grazie a tale invocazione dell’intercessione di san Francesco da parte di cristiani ed ebrei il bambino ritornò in vita.
Avendo la liturgia anche una dimensione performativa, i francescani usando tale testo per la celebrazione del loro fondatore, ossia san Francesco, ebbero modo di interiorizzare che anche nei non cristiani vi era una «naturale pietà» che accomunava gli uni agli altri (cfr. I Francescani e gli Ebrei, Studi Francescani, Firenze 2013).
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