Come l’antico albero

arte roma 026 s clementedi GIORGIO ALESSANDRINI

Il mosaico absidale della basilica superiore di San Clemente a Roma ci introduce in un microcosmo popolato di simboli a celebrare la fecondità dell’amore divino che dalla croce si irraggia e fiorisce. L’iconografia cristiana dei primi secoli evita la rappresentazione realistica del Cristo in croce, ricorre invece a un ideogramma caratteristico: la “croce gloriosa”, operando così una trasfigurazione simbolica da un sinistro ordigno di morte all’emblema impreziosito da gemme della vittoria sulla morte del Cristo risorto apportatrice per noi di eterna salvezza. Basta entrare nella basilica di San Apollinare in Classe a Ravenna per aver chiaro un esempio della croce trasfigurata che campeggia al centro del catino absidale. La rappresentazione più esplicita dei racconti evangelici della passione matura più tardi, ma spesso, come in Santa Maria Antiqua al Foro Romano (VIIIsecolo), per l’interpretazione teologica del fatto si fa ricorso al linguaggio simbolico. Nel caso specifico Gesù sulla croce è ritratto con indosso la veste rituale della celebrazione eucaristica: è il modo più diretto per richiamarsi alla mediazione a nostro favore dell’unico ed eterno sacerdote, secondo la lettera agli Ebrei: «Cristo, (...) come sommo sacerdote di beni futuri (...) non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna» (E b re i , 9, 11-12). In secondo piano, dietro Maria e Giovanni in preghiera, figura il centurione a cui la tradizione ha dato nome Longino, che anche l’affresco riporta, quello che dopo aver trafitto con un colpo di lancia il costato di Cristo, lo riconobbe come Figlio di Dio (Ma rc o , 15, 39). Ma, annota Giovanni, dal cuore aperto del crocifisso uscì sangue e acqua (Giovanni, 19, 34). In basso, sul lato destro si osserva allora che quel flusso si è mutato in sorgente: dalla morte rinasce la vita e Cristo è la fonte. Nella basilica di San Clemente i due modi narrativo e simbolico hanno chiaro riscontro. Il primo, nella basilica inferiore, nella crocifissione come nelle storie miracolose attribuite al santo e nella leggenda di sant’Alessio (XI secolo). Torna invece a trionfare il modo simbolico nella basilica superiore, nel mosaico dell’abside databile nei primi del XIIsecolo, che attraverso una sapiente composizione di immagini, prospetta in un quadro unitario i frutti e la sovrabbondante fecondità della grazia legata alla croce di Cristo. La croce nella verticale diventa espressiva del nuovo rapporto instaurato tra il cielo e la terra, tra il creato e il Creatore, tra Dio e gli uomini per una comunione rifondata da Cristo. La stessa croce nel setto orizzontale, dove la figura del crocifisso sembra aprire le braccia all’umanità e al mondo, sintetizza in immagine la portata universale della carità del Figlio e del dono di grazia che si espande per lui verso l’umanità intera. La morte che ha fissato Gesù nell’atteggiamento caratteristico dell’orante, ne fa l’icona del mediatore che esercita fino all’estremo l’intercessione per noi, fino al momento in cui rende lo spirito. Nella contemplazione del crocifisso immerso nel sonno di morte, i Padri avevano visto in figura il nuovo Adamo dormiente dal cui fianco Dio trae come sposa la nuova Eva, la Chiesa madre in Cristo dei nuovi viventi, rappresentata globalmente da tutta la figurazione dell’abside. Lo splendore dell’oro che, inalterabile, fa da sfondo alla croce e alle figure dell’intero complesso, esprime il carattere definitivo e glorioso dell’evento che segna vittoria dell’amore sulla potenza mortifera del peccato. Si può quindi esultare con Paolo: «Dov’è o morte la tua vittoria? Dove o morte il tuo aculeo?» (1 Corinzi, 15, 54). In un mondo che è nel tempo e supera i tempi, la redenzione si compie. La croce sta allora come l’antico albero della vita al centro di un nuovo eden, dove prospera la vite che rappresenta la Chiesa nei suoi tralci che portano frutto perché generati nel Cristo, la vite unica e vera. Ecclesia Cristi viti similabimus: così si legge nella dicitura sottostante il mosaico con riferimento a Giovanni: «Io sono la vite, voi i tralci, chi rimane in me ed io in lui fa molto frutto» (15, 5). Il rigoglio dei tralci, che partono tutti dalla base della croce circondata da un cespo di foglie di acanto, si dispiega per l’intero catino absidale e la stilizzazione in girali crea gli spazi che ospitano personaggi e scene esemplari di una vita che incarna il mandato evangelico. Tra questi si individuano profeti e santi, come Agostino, Gerolamo, Gregorio, Ambrogio e altri, e non mancano scene che rappresentano le opere di carità dei fedeli. Particolare significato riveste la coppia di tralci che delimitano lo spazio vicino alla croce e, passando per il cuore di Cristo, raggiungono la sede celeste dopo aver disegnato due anse in cui spiccano le figure di Maria e di Giovanni che accennano a Gesù e incarnano al vivo la parola evangelica: «In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Ma t t e o , 18, 19-20). Simboli minori come quello del piccolo cervo che alla base della croce schiaccia la testa al serpente antico, le lucerne accese, gli uccelli del cielo, sono nell’op era un invito continuo a farsi condurre dalle Scritture fin dove cresce l’alb ero della vita. Infine le dodici colombe che stazionano sui bracci della croce evocano il mandato di Cristo a partire, portando il Vangelo a tutte le nazioni nei quattro angoli della terra.

© Osservatore Romano - 12 febbraio 2014