Come il Vangelo arrivò nella terra di Agbar
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- Creato: 06 Novembre 2013
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di Sabino Chialà uello latino. Sebbene le complesse dispute cristologiche dei primi secoli abbiano contribuito a dividere l’antica Chiesa di espressione siriaca in varie comunità ecclesiali, ragione per cui è più corretto parlare di “Chiese di tradizione siriaca”, è nella comunità e nel patriarcato di Antiochia che tale realtà ecclesiale, nel suo insieme, affonda le proprie radici. Da Antiochia, dove per la prima volta i credenti nel Risorto ricevettero il nome di cristiani (cfr. Atti degli apostoli, 11, 26), l’annuncio evangelico raggiunse la città di Edessa, capitale dell’Osroene, e di qui la Mesopotamia, regioni abitate in massima parte da popolazioni di lingua e cultura aramaica. L’idioma edesseno, variante di aramaico noto come “siriaco”, configurerà dunque queste comunità come “siriache”. La tradizione attribuisce l’evangelizzazione di queste terre all’ap ostolo Tommaso, che di qui avrebbe raggiunto l’India; e insieme a lui a due discepoli, di nome Addai e Mari, cui la tradizione siro-orientale ascrive una delle più arcaiche preghiere eucaristiche giunte sino a noi. Un’antica leggenda riferisce poi quello che pretende sia stato l’antefatto di tale missione: il re edesseno Abgar Ukkama avrebbe inviato il proprio funzionario Anania da Gesù per offrirgli ospitalità nel proprio regno, al fine di metterlo al riparo dalle insidie tesegli dai capi del suo popolo e per ottenerne in cambio la guarigione da una malattia. Gesù, respingendo l’invito, avrebbe tuttavia promesso l’invio, dopo la sua morte, di un discepolo a Edessa. Intanto, avrebbe fatto dono al re edesseno di una sua lettera o, secondo un’altra versione della leggenda, di una sua immagine miracolosamente impressa su di un telo, da cui deriva la tradizione del mandylion. Al di là della leggenda, alcuni dati storici attestano la presenza di cristiani in questa regione già intorno alla metà del II secolo: l’esistenza di un’antica traduzione dei vangeli in siriaco; l’opera di uno scrittore di nome Bardesane (154-223); la testimonianza di Abercio di Gerapoli che nella sua stele racconta di un viaggio verso oriente, datato intorno al 200, durante il quale sarebbe passato per Edessa e vi avrebbe incontrato una comunità cristiana; e da ultimo, al 206 si fa risalire la conversione di un altro re di Edessa, Abgar IX, che regnò tra il 179 e il 216, probabile realtà storica soggiacente la leggenda su menzionata. L’espansione del cristianesimo in queste regioni fu rapida e diede frutti abbondanti e anche vari: nella medesima città di Edessa si fiancheggiarono varie correnti di cristianesimo, la maggior parte delle quali successivamente ritenute eterodosse. Sono espressione di tale vivacità le prime attestazioni letterarie in lingua siriaca, provenienti da quest’area: la L e t t e ra di Mara bar Serapione; le Odi di Salomone; il Canto della perla; la Caverna dei tesori; oltre ai già menzionati scritti di Bardesane e all’opera di Taziano, autore, tra l’altro, del famoso D i a t e s s a ro n oAr m o -nia dei quattro vangeli. Tale produzione letteraria raggiunse un suo primo apice nel IV secolo con due autori che la tradizione successiva considererà come i due primi pilastri della propria espressione teologica: Afraat, il “sapiente persiano”, ed Efrem, “l’arpa dello Spirito Santo”, nelle cui opere la prima fisionomia di questa tradizione cristiana, semitica e profondamente radicata nella Scrittura e nella sua interpretazione, è ancora particolarmente evidente. A Efrem è poi tradizionalmente ricondotta la fondazione della prima e meglio nota “scuola teologica” siriaca, quella di Edessa-Nisibe, che tanta parte avrà nello sviluppo religioso e culturale di queste comunità. Di pari passo con le accademie teologiche, dove si coltivavano anche la filosofia greca e la medicina, parallelamente a quanto avveniva in Egitto, fra III eIV secolo si assiste in Siria e Mesopotamia alla fioritura di un ascetismo autoctono e peculiare, che si espresse negli stiliti della regione di Aleppo, nei “figli del patto”, o in comunità cenobitiche meglio definite, in cui la vita comune era contemperata da un cospicuo tempo di solitudine. Soprattutto tra i siro-occidentali, i monasteri divennero ben presto anche luoghi di cultura, dove i classici greci furono studiati, tradotti e commentati. I secoli V e VI segnarono nella Chiesa tutta, ma in particolare al cuore della tradizione siriaca, le prime e più profonde lacerazioni; le tappe emblematiche di queste divisioni sono il concilio di Efeso del 431, quello di Calcedonia del 451, il secondo di Costantinopoli del 553 e poi ancora il terzo di Costantinopoli del 680, ma in realtà tensioni di natura politica, economica e di altro genere erano già in atto e avevano minato quell’unità che sembrava ora spezzarsi intorno a questioni di cristologia. È durante questi secoli che nacque una Chiesa Siro-orientale o Assira, detta anche impropriamente «nestoriana», che non accettò la condanna di Nestorio e il concilio di Efeso; e poco più tardi, intorno alla questione calcedonese, si consolidò una nuova frattura da cui nacque un secondo ramo della tradizione siriaca, la Chiesa Siro-occidentale, detta anche «giacobita» e «monofisita», termini impropriamente utilizzati e dedotti dalla polemica confessionale. Lungo i secoli, parti delle due comunità entrarono in comunione con la chiesa di Roma, dando vita ad altrettante «nuove» Chiese: nel 1550 quella Caldea, derivata dalla chiesa Siro-orientale o Assira; e nel corso del XVIIsecolo quella Siro-cattolica, parte dell’antica Chiesa Siro-occidentale o Siro-ortodossa. Infine appartengono alla medesima tradizione siriaca la Chiesa Maronita, interamente in comunione con quella di Roma, sulla cui origine si dibattono ancora varie ipotesi tra cui quella che la connette alla crisi monotelita, e le diverse chiese dell’India. Le lacerazioni cristologiche del V secolo isolarono ancora di più le comunità cristiane di Persia e Mesopotamia, situate al di là del limes ro m a -no in territorio persiano, che si costituirono in una struttura ecclesiastica indipendente, dotata di un proprio catholicos-patriarca con sede prima nelle città imperiali di Seleucia-Ctesifonte, quindi a Baghdad e di qui, in epoca medievale, in varie altre sedi sempre più a nord. L’isolamento, tuttavia, non impedì a questa tradizione di conoscere una fioritura eccezionale lungo tutto il primo millennio. Ne sono testimonianza, oltre ai numerosi monasteri e scuole, anche la sua straordinaria irradiazione missionaria che interessò la penisola arabica fino all’isola di Socotra, l’Asia Centrale, l’India, il Tibet e la lontana Cina, dove comunità siroorientali sopravvissero almeno sino al XIVsecolo. A livello letterario, la tradizione siro-orientale, tra il VIe il IX secolo, seppe offrire alcune tra le perle più preziose della letteratura siriaca: da Martyrios-Sandona a Simone di Taibuteh, da Giovanni di Dalyatha a Giuseppe Hazzaya, fino a Isacco di Ninive la cui opera fu apprezzata anche in Occidente, come testimoniano le numerose e antiche versioni realizzate in quasi tutte le lingue parlate da cristiani. Nelle regioni occidentali intanto si consolidava, in reazione alle definizioni cristologiche calcedonesi, l’altra tradizione ecclesiale su evocata, genericamente designata come Chiesa Siro-occidentale. L’elab orazione della sua fisionomia teologica propria si deve, oltre che a Severo di Antiochia (morto nel 538), autore di lingua greca presto tradotto in siriaco, a due figure di particolare prestigio, vissute a cavallo dei secoli Ve VI: Filosseno di Mabbug e Giacomo di Sarug. L’organizzazione ecclesiastica fu invece in massima parte opera di Giacomo Baradeo. Un posto di rilievo va infine riconosciuto a un c o rp u s di scritti che vanno sotto il nome di Giovanni il Solitario o di Apamea (Vsecolo), nel quale, secondo gli studiosi, si devono riconoscere due o tre autori distinti.
(©L'Osservatore Romano 7 novembre 2013)