Niceta il Manzoni bizantino · Provvidenza e storia nella «Narrazione cronologica» ·
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- Creato: 26 Novembre 2018
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«La storia si rivela come generalmente utile alla vita se, com’è vero, gli uomini intenzionati al meglio ne traggono non poca utilità»: così esordisce il proemio che funge da portico d’accesso alla Narrazione cronologica (Chronikè diéghesis) dello
storiografo bizantino Niceta Coniata, nato in Asia Minore intorno alla metà del secolo XII, divenuto a Costantinopoli grande logotèta al vertice dell’amministrazione imperiale, poi caduto in disgrazia e morto in esilio a Nicea, dopo aver abbandonato la capitale conquistata e devastata dai latini nel 1204, durante lo svolgimento della quarta crociata.
Questo incipit, in cui Niceta enuncia la propria visione della storia come magistra vitae, riecheggia palesemente il capitolo i 22 della Guerra del Peloponneso, là dove Tucidide teorizza l’utilità per il futuro (ktèma es aièi) dalla ricognizione retrospettiva del passato: «Probabilmente il mio racconto risulterà poco dilettevole (...) A me però basterà che lo ritengano utile quanti vorranno vedere con precisione i fatti passati e orientarsi un domani di fronte agli eventi, quando stiano per verificarsi, uguali o simili».
E, più in generale, qualche affinità anche stilistica con l’opera tucididea è riscontrabile nella narrazione di Niceta, entrambe essendo caratterizzate da una certa complessità sintattica e da saltuarie, insolubili oscurità. Beninteso, la profondità concettuale e l’altezza letteraria di Tucidide non sono alla portata di un epigono, per quanto valente, come il Coniata. In compenso, ciò che soprattutto differenzia lo storiografo di Bisanzio dal suo modello ellenico è un’intenzionalità ulteriore, una disposizione di ordine etico e pedagogico strettamente connessa alla sua Weltanschauung cristiana. Prosegue infatti il proemio della Chronikè diéghesis con la seguente affermazione: «Grazie alla conoscenza del passato essa descrive con chiarezza le consuetudini umane e propone una varietà di esperienze ai magnanimi che nutrono un innato amore per il bene. La malvagità stigmatizzata e il ben fare esaltato in genere rendono gli uomini, che inclinano all’una o all’altro, moderati e migliori».
La cultura dell’intellettuale e la spiritualità del credente confluiscono nel profilo di Niceta, «intriso di sapere classico e cristiano», secondo l’inquadramento dell’insigne paleografo Guglielmo Cavallo, autore dell’introduzione al volume i della Narrazione, pubblicato nel novembre 2017 a cura della bizantinista Anna Pontani, con il titolo Grandezza e catastrofe di Bisanzio (Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori, pagine clii-712, euro 35). Si tratta, per la precisione, di un rifacimento, o meglio di un superamento, dell’omologo volume che uscì nel 1994 con traduzione della stessa Pontani, ma sulla base di un testo critico alquanto diverso, approntato da Riccardo Maisano.
L’adozione di un testo critico più affidabile, quello stabilito e poi emendato dal filologo Jan-Louis van Dieten, già posto a fondamento dei volumi ii (1999) e III (2014), ha comportato, da parte della curatrice, una capillare revisione della traduzione e una radicale ristrutturazione del commento.
Capace di far coesistere i classici e la Bibbia, Omero e i Salmi equamente citati, Niceta non è sempre in grado di attenersi a un metodo rigoroso. La successione diacronica degli eventi subisce alterazioni e scompensi. L’uso delle fonti non appare impeccabile, pur avendo egli accesso a documenti ufficiali. Nel riprendere a partire dal 1118, data della morte di Alessio i Comneno, la trama tessuta dall’Alessiade di Anna Comnena e nel dipanarla fino al 1206, appena oltre la conquista latina di Bisanzio, Niceta tende a lanciare al galoppo il suo talento di narratore munito di sofisticata attrezzatura retorica. Non è un caso che a un così ricco giacimento di spunti romanzeschi abbiano attinto eruditi, medievisti e bizantinisti in funzione di alcune rivisitazioni di quell’epoca, in bilico tra realtà storica e immaginazione narrativa. Anna Pontani menziona, tra gli altri, Umberto Eco per Baudolino (2000) e Paolo Cesaretti per L’impero perduto. Vita di Anna di Bisanzio (2006).
Niceta professa un’imperterrita concezione provvidenzialistica e finalistica circa i destini umani. Per lui, antesignano di Manzoni, dietro il drammatico sipario degli avvenimenti si può intravedere all’opera un Dio misericordioso, «che affanna e che consola», che punisce solo per redimere.
Ma questa sua fiducia in un’insondabile volontà divina orientata al bene dell’uomo deve fare i conti con le contraddizioni, le ingiustizie, le perversioni, le follie, le atrocità commesse, in guerra e purtroppo anche in pace, da coloro che detengono il potere, che esercitano un’autorità con colpevole arbitrio. Non esclusi, nella sua prospettiva testimoniale, neppure gli imperatori. Neppure quelli da lui serviti con la dedizione più fedele.
Sia chiaro: Niceta distingue il piano della trascendenza, che si sottrae a ogni criterio di ragione pratica, da quello dell’immanenza, dove i fini perseguiti con determinati mezzi sono passibili di giudizio morale. Analizza i comportamenti degli “uomini illustri”. Ne elogia gli atti di coraggio, rettitudine, generosità. Simmetricamente, denuncia e deplora, all’occorrenza con l’arma tagliente dell’ironia, errori e orrori perpetrati da dignitari imbelli, burocrati corrotti e spietati comandanti militari.
Ma il contesto socio-culturale in cui vive e scrive gli impone qualche cauta reticenza, qualche diplomatico compromesso di fronte — per esempio — alla feroce repressione, degenerante in efferate sevizie, di congiure di palazzo, intrighi di corte, faide dinastiche. A volte deve avallare, bon gré mal gré, discutibili contaminazioni di sacro e profano care alla propaganda di regime e alla sensibilità del popolo, nel segno di quella spettacolarizzazione che a Bisanzio ingigantiva tante manifestazioni della vita pubblica.
Basti accennare ai cortei trionfali celebrati — per le vittoriose campagne contro unni, serbi e ungheresi a occidente, contro turchi e persiani a oriente — da Giovanni ii e Manuele i, i Comneni protagonisti dei primi otto libri: sfarzose parate con la compresenza di soldati in armi, prigionieri in catene, stendardi di Cristo e dei santi e, sovreminente su una quadriga, una venerata icona della Madre di Dio, presunta artefice della gloria imperiale.
Ci trasporta di nuovo in un vicino Oriente mediterraneo, ma s’inscrive piuttosto in un registro narrativo di pura invenzione, avulso da qualsiasi coordinata storico-cronologica, una recente acquisizione (marzo 2018) della medesima collana mondadoriana: l’anonima Storia di Apollonio re di Tiro, introdotta, tradotta e commentata da Giulio Vannini (pagine cvi-358, euro 35).
Databile forse al ii-III secolo, questa favola per adulti intessuta di peripezie ora tragiche ora farsesche culminanti in un catartico happy end, si inserisce al terzo posto, dopo il Satyricon di Petronio e le Metamorfosi di Apuleio, nel filone dei superstiti “romanzi” latini: una tradizione su cui influirono sia l’assai più copiosa letteratura romanzesca di stampo serio-idealistico fiorita in Grecia, sia la commedia di età ellenistica (Menandro in primis) con i suoi copioni melodrammatici e sentimentali. Quanto alla fortuna presso la posterità della Historia Apollonii regis Tyri, probabilmente nota persino a Dante e Boccaccio, la testimonianza più vistosa consiste nella sua rielaborazione in forma di dramma romanzesco, col titolo Pericles, Prince of Tyre, a opera di William Shakespeare (1607-1608).
Leitmotiv delle avventure e disavventure vissute da Apollonio, così come dagli altri numerosi personaggi che con lui interagiscono, è il confronto-scontro con una serie di realtà materialmente e moralmente negative. I reprobi — una minoranza — vi rimangono invischiati e subiscono un mortale castigo. I retti di cuore — la maggioranza — le superano e, dopo dolorose vicissitudini dalle quali escono purificati, ottengono il premio di un’agiata serenità. Paradigmatica è proprio la parabola del protagonista: perseguitato dal perfido re Antioco, padre incestuoso di colei che Apollonio sperava d’impalmare, fugge, s’imbarca e scampa a un naufragio sulla costa africana di Cirene; soccorso dal magnanimo sovrano locale, ne sposa la figlia, che però muore partorendo una bimba durante un viaggio per mare; la corrente trascina la sua bara, abbandonata alla deriva, fino a Efeso, dove un bravo medico riesce a rianimare dalla morte apparente la giovane donna, la quale, per mantenersi fedele al marito, entra come sacerdotessa nel tempio di Diana; frattanto Apollonio, sbarcato a Tarso, prima di ritornare a Tiro e isolarsi nel lutto, affida la figlioletta Tarsia alla custodia di una coppia di amici; senonché la bellezza di Tarsia divenuta adolescente arriva a eclissare la loro figlia legittima, e l’invidia li spinge a tramare per farla uccidere; ma, a loro insaputa, la fanciulla viene rapita da una ciurma di pirati, condotta a Mitilene e venduta a un lenone che la introduce in un postribolo, dove lei s’ingegna a preservare la propria verginità.
L’epilogo vedrà infine riuniti in un vincolo di affetti familiari e in un patto di amicizia non solo Apollonio, la moglie e la figlia, a sua volta ormai sposata, ma anche tutti coloro che hanno collaborato per il trionfo della giustizia e della verità: diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum, si potrebbe chiosare con l’Apostolo (Romani 8, 28). La citazione di san Paolo è del resto giustificata da ben più che dal coinvolgimento della nativa Tarso nelle peregrinazioni di Apollonio. Un’analisi non superficiale dei contenuti, della filosofia, del lessico di questo «romanzo di virtù morali» (Vannini) rivela come, a livello di cultura popolare, l’annuncio cristiano stesse sempre più impregnando l’immaginario della tarda antichità greco-romana e proto-bizantina.
Certo, sopravvivono nel testo tracce residue di paganesimo, fra cui i riferimenti a divinità quali Diana e Nettuno. Ma al di sopra di tutte le vicende tristi o liete, percepito e invocato come creator omnium, si staglia un Deus unico, Dominus pietoso e grande nell’amore.
di Marco Beck © Osservatore Romano 26.11.2018