Un diritto fondamentale
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- Creato: 01 Febbraio 2018
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La difesa della libertà religiosa non è «una questione di etichetta o di denominazione», ma tocca la vita concreta delle persone e uno dei loro diritti fondamentali. Lo ha ricordato il cardinale Leonardo Sandri in un discorso tenuto martedì 30 gennaio alla Pontificia università Gregoriana, con l’intento di scuotere le coscienze di quanti ritengono tale questione come qualcosa di lontano e inattuale, specialmente per il mondo occidentale.La realtà della persecuzione, invece, è tragicamente presente a ogni latitudine del pianeta. E chi lotta quotidianamente perché la propria identità religiosa venga riconosciuta e rispettata, rispondendo alle difficoltà e alle persecuzioni con «un’adesione profonda al Signore» e un tenace senso di «appartenenza», ha una capacità «di “dare del tu a Dio” che — ha detto il porporato — fa bene alla nostra fede in Occidente, a volte sin troppo assopita».
Il prefetto della Congregazione per le Chiese orientali è intervenuto a un incontro organizzato dall’ambasciata del Regno Unito presso la Santa Sede in occasione della presenza a Roma del sottosegretario del ministero degli Esteri britannico Lord Ahmad di Wimbledon. Erano presenti, tra gli altri, l’arcivescovo Arthur Roche, segretario della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, e il nunzio apostolico Silvano Tomasi. E dell’esperienza come nunzio ha parlato anche il cardinale Sandri, che ricordando gli anni del servizio diplomatico svolto in Messico, ha richiamato la figura di san José Sanchez del Río, il quindicenne messicano ucciso in odio alla fede nel 1928. Storie, ha spiegato il porporato, che non appartengono al passato ma si ripetono continuamente anche oggi.
Perciò l’intervento del cardinale è stato scandito da una serie di esperienze concrete compiute nel corso dei suoi viaggi in qualità di prefetto della Congregazione. In Medio oriente, come in India, ha raccontato di aver incontrato «fratelli e sorelle chiamati a vivere in contesti in cui da un lato si assistono a scene di coesistenza e collaborazione quotidiana tra persone e famiglie di diverse fedi», ma anche a situazioni di «grande sofferenza quando alcuni diritti fondamentali della persona umana, primo fra tutti quello della libertà religiosa, sono violati o almeno non sufficientemente garantiti»: esperienze, queste, «di dolore e di ferite».
Come la storia di Youssef, un ragazzo iracheno nato, battezzato e vissuto come cristiano: la madre, abbandonata dal marito, è stata costretta a risposarsi con un musulmano, e Youssef, ancora minorenne, è stato obbligato a essere registrato all’anagrafe come fedele musulmano. Non un semplice cavillo burocratico, una frase stampata su un documento, ma un vero e proprio dolore interiore, la messa in discussione di un’identità. È solo un esempio, ha spiegato il cardinale Sandri, che mostra però come «la lotta per l’affermarsi della libertà religiosa sia ben lungi dall’essere vinta».
© Osservatore Romano - 1 febbraio 2018