Daremmo la vita per un «uomo inutile»?
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- Creato: 05 Febbraio 2018
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Autori: Safyan Artemii - Thiry Jean François - Il 25 gennaio un uomo di 35 anni è morto investito da un treno alla periferia di Mosca. Un fatto di cronaca come tanti e che meriterebbe solo la nostra compassione se le circostanze di questa morte non fossero così imponenti oltre che tragiche.Di questa storia si è subito parlato sui mass media e nei social, e c’è da augurarsi che se ne parli ancora a lungo, che la si citi in predica e la si additi come esempio. Il tempo ci aiuterà a capire la profondità di questo gesto, ma possiamo già tentare di evidenziarne alcuni aspetti.
In una lettera a un amico, nel 2011 Georgij scriveva: «Quando mi ha creato, prima ancora che io fossi generato nel seno di mia madre, Dio deve aver chiesto alla mia anima: “Sei disposta a fare questa strada? Vuoi questo cammino?” – e io ho risposto di sì. I teologi diranno che è un’eresia, ma la nostra anima sa il cammino che la attende. Il nostro compito è proprio riconoscerlo e accettarlo come un dono dalle mani di Dio. Allora non è solo una croce, ma diventa anche una gioia. È croce perché sulla strada della vocazione bisogna lottare con il mondo, la carne e il diavolo. Ma è gioia perché su questa strada – e su nessun’altra – si trova la comunione con Dio». Alla luce di queste parole, l’estremo gesto di Georgij non è stato prima di tutto un atto eroico individuale, ma il frutto di una coscienza acquisita nella compagnia della Chiesa, e che in quel momento gli ha dettato un agire che non era solo il suo.
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2018/02/05/