L’insegnamento spirituale di padre Sofronio

di ROSSELLA FABIANI
Padre Sofronio
Fra il 1917 e il 1923 scomparvero 128 vescovi e 25.000 sacerdoti, altre migliaia furono imprigionati in campi di lavoro, mentre venivano distrutte 40.000 chiese, chiusi i monasteri e confiscati i beni ecclesiastici. Eppure lo Spirito non ha mai smesso di soffiare: profili di volti della Russia eccelsa, anche se umile e sofferente, hanno di continuo richiamato a un pellegrinaggio dello Spirito fino alla riscoperta della Santa Rus’.
Nella prospettiva di un’autentica complementarità tra cristianità d’oriente e d’occidente si colloca l’opera di un grande starec come l’archimandrita Sofronio che con il suo lavoro ci sollecita a riprendere il complesso rapporto tra l’Europa e il suo oriente, la Russia, oltre che a rintracciare i fondamenti comuni della cultura cristiana e della Chiesa indivisa. Ma padre Sofronio ci invita anche ad affrontare la teologia della persona, «il soggetto principale degli sviluppi teologici a venire» secondo la definizione del metropolita Callistos, vescovo nella stessa giurisdizione in cui Sofronio fonderà il monastero di San Giovanni Battista a Maldon nella contea dell’Essex, in Inghilterra. In questa prospettiva, la cosa più preziosa da dare a una persona è il tempo, e lo starec Sofronio, a ognuna delle persone che ha incontrato, ha dato il suo tempo migliore. A questo gigante dello Spirito del secolo scorso — canonizzato nel 1988 dal Patriarca di Costantinopoli — l’Associazione Insieme per l’Athos ha dedicato all’Accademia di Romania a Roma la giornata «Padre Sofronio (Sacharov). Dal Monte Athos all’Essex: l’a rc h i m a n d r i t a Sofronio e il suo insegnamento spirituale» alla quale sono intervenuti monsignor Siluan Span, vescovo della diocesi ortodossa Romena d’Italia, Adalberto Mainardi, monaco di Bose, l’arciprete Sergio Mainoldi, decano per l’Italia dell’arcivescovado delle Chiese ortodosse russe in Europa occidentale, Stefano Caprio, sacerdote e docente al Pontificio istituto orientale, Giuseppe Balsamà e Antonio Manzella dell’Asso ciazione Insieme per l’Athos. Nato nel 1896 a Mosca, in una grande famiglia ortodossa, padre Sofronio, al secolo Sergej Semionovich Sacharov, sperimentò la presenza di Dio, dopo essere passato attraverso un fraintendimento intellettualistico iniziale: abbandonato infatti il Dio vivente della sua infanzia, si rivolge al misticismo orientale non cristiano. Confondendo l’individuo con la persona, serve, come lui stesso dirà più tardi, il «Dio dei filosofi che in realtà non esiste». Dopo avere studiato Belle Arti a Mosca, a 26 anni si trasferisce a Parigi dove si dedica alla pittura, che «lo possiede come uno schiavo» (scriverà poi), ed espone nei luoghi più illustri dell’arte moderna, dal Salon d’Automne al Salon des Tuileries. Ma la pittura non lo soddisfa: «I mezzi di cui disponevo erano incapaci di restituire la bellezza che regna nella natura». La svolta avviene il giorno di Pasqua del 1924: colui che egli aveva abbandonato, gli si manifesta. «Io sono colui che sono » (Esodo, 3, 14): questa rivelazione fatta a Mosè da Dio è per padre Sofronio una vera via di Damasco. «Grande è la parola io — scrive —. Essa designa la persona e poiché Dio dice “Io”, l’uomo può dire “tu”. È una relazione. E la preghiera è questa relazione del figlio con il Padre ». Desideroso di dedicare la sua vita a Dio, entra all’Istituto Saint-Serge, appena fondato a Parigi. Anche gli studi, però, non lo soddisfano: fino alla morte manterrà un atteggiamento critico verso la teologia accademica. Per Sofronio, discepolo fedele di san Silvano (1866-1938), «il cristianesimo non è una dottrina, ma la vita». La teologia non è un esercizio speculativo, ma «lo stato di essere ispirati dalla grazia divina» e la santità non è di ordine etico, ma ontologico: «Non è santo colui che ha raggiunto un livello elevato nella morale umana o in una via di ascesi e anche di preghiera (anche i farisei digiunavano e recitavano lunghe preghiere), ma colui che porta in sé lo Spirito Santo». Nel 1925, lasciata Parigi, raggiunge il monte Athos dove entra nel monastero di San Pantaleimon, diventando monaco con il nome di Sofronio. Secondo l’e s p re s s i o n e di Teodoro Studita che ama citare, per Sofronio il monachesimo è «la terza grazia », la vita celeste sulla terra, il cuore spirituale della Chiesa. Presto riceve la grazia della preghiera incessante, «dono di Dio collegato a un altro dono: il pentimento». Trasfigurato dalla preghiera, diventa preghiera. Il monaco, per lui, è l’icona della Madre di Dio. È colui che prega per il mondo intero. Dopo cinque anni al monte Athos, viene ordinato diacono e conosce lo starec Silvano. Subito Sofronio, intellettuale colto e ferito dalla metafisica, si mette ai piedi di questo uomo semplice e quasi analfabeta che viveva al massimo grado l’amore per i nemici. «Tieni il tuo spirito all’inferno e non disperare»: padre Sofronio comprende che questo richiamo a una perenne autocondanna è il cammino più diretto per rendere il nostro cuore umile e libero di ricevere l’amore di Dio. Perché «una cosa è l’umiltà ascetica e tutt’altra cosa è l’umiltà di Cristo»: la prima consiste nel vedersi come il «peggiore di tutti», la seconda è «un attributo dell’amore di Dio che si offre senza misura», è l’azione dello Spirito Santo in noi, quando viviamo l’intera umanità come noi stessi. Dopo la morte dello starec Silvano (24 settembre 1938), padre Sofronio va a vivere come eremita in una cella a Karoulia, nel cuore del monte Athos. Qui la preghiera allarga il suo cuore: sente l’eco della guerra nella profondità della sua caverna. Di notte, in particolare, il grido dell’umanità sofferente gli trafigge il cuore e, come lo starec Silvano, prega per il mondo intero piangendo come per se stesso. In queste lacrime, dono di Dio, vede un riflesso della preghiera di Cristo nel giardino del Getsemani: capisce allora il profondo significato della parola di Cristo: «Amerai il tuo prossimo come te stesso ». Ma la pietra angolare del Vangelo per padre Sofronio è l’amore per i nemici: unico rimedio per tutti i mali, criterio ultimo e insuperabile della vera fede, della vera comunione con Dio e della verità nella Chiesa. Ordinato ieromonaco presso il monastero di San Paolo nel 1941, un anno dopo è elevato alla dignità di padre spirituale. Da questo momento sarà il confessore in diversi monasteri: è l’inizio di una paternità spirituale che non cesserà fino alla sua morte. Verso la fine del 1943, si trasferisce nell’eremo della Santa Trinità, nei pressi di Nea Skiti: le condizioni di vita sono durissime e la sua salute ne risente. Due anni dopo, sarà costretto a rinunciare ad abitare quella cella. Vive per un po’ nell’eremo di Sant’Andrea, ma nel 1947, ormai molto malato, è costretto a tornare in Francia: vivrà in quella piccola Russia dell’immigrazione che era Saint-Geneviève- des-Bois, vicino a Parigi. Attratte dal suo irraggiamento spirituale, persone dai più diversi orizzonti culturali si riuniscono attorno a lui. Nel 1959, dopo aver cercato invano in Francia un luogo adatto per iniziare un’esperienza di vita comunitaria, padre Sofronio parte per l’Inghilterra con alcuni discepoli. Il gruppo si stabilisce a Tolleshunt Knights nell’Essex, in una vecchia casa parrocchiale in disuso: nasce il monastero di San Giovanni Battista, che prende il nome della sua prima cappella, ornata di icone dipinte da padre Gregoire Krug. Per chi scopre il suo monastero è difficile non pensare allo spirito mistico di san Sergio di Radonez o di san Nilo Sorski. Come quest’ultimo, Sofronio dà grande valore all’attività intellettuale: come per lui, il rispetto per l’unicità della persona prevale sulla regola. Non è il typicon, l’ordinamento del monastero, che crea l’unità della comunità, ma la volontà e la piena coscienza di vivere nello Spirito di Cristo. Il grande pericolo di una regola, nella vita monastica e altrove, è quello di incoraggiare la persona a mettersi in regola con se stessa. L’unica regola valida è invece Cristo con il quale, a rigore, non possiamo mai «essere in regola» e di fronte al quale il nostro pentimento non avrà fine sulla terra. Per questo il monastero di San Giovanni Battista, il cui fondamento spirituale è l’insegnamento di san Silvano, non avrà regole, ma soltanto un orario: l’o rg a - nizzazione della giornata nei tre tempi del pasto, del lavoro e della preghiera. Una vita semplice, eucaristica, evangelica. Ritrovando i suoi vecchi carismi, padre Sofronio apre un laboratorio di iconografia e, insieme ai suoi monaci e soprattutto alle sue monache, orna di affreschi il refettorio e la nuova chiesa, dedicata oggi a San Silvano. E, presa la penna, scriverà articoli e libri (come Vita di San Silvano, Vedremo Dio com’è. Autobiografia spirituale, Ascesi e contemplazione e La preghiera: un’opera infinita). Muore l’11 luglio 1993, quando sta per compiere novantasette anni. Posto dapprima sotto la giurisdizione del Metropolita Antonio di Sourozh, Esarca per l’Europa occidentale del patriarcato di Mosca, e dal 1965 direttamente sotto la giurisdizione del Patriarca ecumenico di Costantinopoli, il monastero di San Giovanni Battista oggi ospita circa venticinque monaci e monache di dodici nazionalità diverse. Ritroviamo l’ecumenismo del cuore di padre Sofronio nei circa mille ospiti, in gran parte non ortodossi, che il monastero accoglie ogni anno. Con la sua iconografia leggermente naturalistica, la costituzione in ufficio della preghiera di Gesù, l’importante lavoro di traduzione svolto dai suoi discepoli, il dialogo e l’amicizia spirituale con molti cristiani di altre confessioni, padre Sofronio è stato, per citare l’espressione di Olivier Clément, un vero «passatore» tra l’oriente e l’occidente cristiano, uno dei grandi testimoni di questo secolo dell’universalità dell’orto dossia.