Baghdad, Minsk e Betlemme: l'essenza del Natale (da ILFEDERALISTA.CH - sabato trippa)
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- Creato: 23 Dicembre 2020
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Un bambino nel cuore della tragedia Il virus non molla, quasi volesse farci capire qualcosa. Ma cosa? Può venirci in soccorso il Natale, che ci attira lo sguardo su un minuscolo evento del passato? La nascita di un bimbo in una famiglia sballottata dai disagi e dai potenti, in un angolo marginale dell'Impero? Un invito del Federalista a guardare il presepe e poi ad allargare l'orizzonte seguendo la stella che ci porta a Betlemme (e in Iraq, e in Bielorussia), dove il covid sommato alla miseria e alle persecuzioni non toglie la fiducia nel futuro. La visita del Ministro Cassis, improbabile re magio, ci ha portato oggi un dono che Berna e Roma si sono scambiate sopra la testa del Ticino. Le nostre newsletter riprenderanno il 4 gennaio 2021, ma per augurarvi buon anno abbiamo in serbo ancora un'edizione speciale dei nostri dossier sul federalismo dedicata niente meno che a Denis de Rougemont. Buon Natale!
Prima ondata, poi seconda ondata, poi mentre arriva il vaccino la nuova variante del virus: sembra quasi che qualcosa o, diciamo pure, la realtà stessa voglia tenerci a mollo nella crisi perché "insoddisfatta" di come la stiamo vivendo, di come la stiamo capendo. Cosa non vogliamo capire?
Siamo giunti al Natale con la crisi pandemica che scombussola di nuovo la nostra vecchia Europa –per restare in casa-, rialza inevitabili barriere, fa tremare il pilastro della speranza posta nei vaccini, appesantisce sulle nostre teste la spada di Damocle delle minacce economiche e sociali.
E in mezzo a questo bailamme cosa c’entra il Natale? C’entra tanto quanto c’entrò quel minuscolo evento di 2000 anni fa con la grande Storia, un evento all’apparenza banale e irrilevante che accadeva in un’oscura provincia del grande e potente Impero romano. Ma che cambiò la storia e il mondo.
Allora il Natale può forse aiutarci a capire il significato della tempesta che -come dicevamo all’inizio della pandemia con le parole di quell’uomo solo in mezzo alla grande piazza vuota- smaschera la nostra vulnerabilità e fa apparire come false, perché parziali quelle “sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità”
Contro tutti i nostri sforzi per salvare alcuni accidenti “tradizionali” e festosi del Natale (di per sé anche belli e generosi), siamo costretti a guardare in faccia il Natale nella sua essenza (lo stanno ripetendo in molti, persino i politici). “Abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alle nostre comunità”, abbiamo “dimenticato ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli” (sempre parole di Bergoglio in quel 27 marzo scorso).
C’è stata una donna, una filosofa ebrea che, sulle rovine del totalitarismi del Novecento, aveva folgorato tutti con una osservazione semplice e grande: “Gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire, ma per ricominciare”. Il Natale di Gesù di Nazaret è il mistero di una nascita che ce lo insegna.
Continuava infatti Hannah Arendt, rovesciando il pensiero del suo maestro Heidegger secondo cui l’uomo nasce per essere gettato nella morte: “Il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane, dalla sua normale, ‘naturale’ rovina è in definitiva il fatto della natalità. (…) È questa fede e speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa ed efficace espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la 'lieta novella’ dell’avvento: ‘Una bambino è nato tra noi’”.
Lo ricordava ieri Francesco davanti ai suoi collaboratori di Curia, invitando tutti a guardare e riguardare quella natività nella ricostruzione dell’altro Francesco, arrivando addirittura, come suggeriva Sant’Ignazio, ad immaginarci nella scena del presepe, “facendomi io poverello e indegno servitorello che li guarda [i protagonisti], li contempla e li serve nelle loro necessità”.
E allora guardiamo quel presepe di assoluta semplicità e abissale profondità, lasciandoci guidare da un grande uomo di fede e di cultura.
(voce di don Francesco Ricci -1930-1991).
Prima di continuare il nostro percorso natalizio, ancora qualche spunto dall’intervento di Papa Francesco ai suoi collaboratori.
Cosa fare per ritrovare quella “immunità necessaria per far fronte all’avversità”, immunità che avevano “i nostri anziani” e che noi abbiamo perso? Cosa fare per non fermarsi allo spavento di fronte alla crisi, per non “sentirsi schiacciati davanti all’esperienza del buio, della debolezza, della fragilità, delle contraddizioni, dello smarrimento”?
“Chi non guarda la crisi alla luce del Vangelo, si limita a fare l’autopsia di un cadavere: guarda la crisi, ma senza la speranza del Vangelo, senza la luce del Vangelo”. Francesco non teme le frasi forti (e sta parlando anzitutto a dei cardinali): “Se noi tagliassimo Dio, ricco di misericordia, la nostra vita sarebbe una bugia, una menzogna”.
“Che cosa fare durante la crisi? Innanzitutto, accettarla come un tempo di grazia donatoci per capire la volontà di Dio su ciascuno di noi”. Parole impossibili da pronunciare impunemente, se non fossero espressione di un’esperienza che si sta facendo. E conclude: “Fondamentale è non interrompere il dialogo con Dio, anche se è faticoso. Pregare non è facile”. Un dialogo possibile solo per i credenti? No, possibile per la coscienza di ogni uomo.
Il nostro percorso natalizio allarga ora gli orizzonti geografici. Basta guardare fuori dal nostro orticello per scoprire che, là dove più si fatica, il Natale assume il suo significato essenziale. Ce lo ricordano i cristiani iracheni e anche – come vedremo in un video – la gente di Betlemme. Perfino in Bielorussia, dove la dura repressione dittatoriale non si è placata, il Natale diventa occasione di rinnovata unità e fiducia nel futuro.
Piccoli passi per la comunità cristiana d'Iraq
Pochi giorni fa dall’Iraq, Paese a maggioranza musulmana, è arrivata una notizia che ha dello straordinario: per decreto presidenziale il 25 dicembre diventa festa nazionale per tutti, senza distinzioni confessionali. Una scelta preludio alla visita di papa Francesco, che a marzo farà un viaggio apostolico nel Paese arabo toccando i luoghi simbolo: da Baghdad a Mosul, passando per Ur dei Caldei e la piana di Ninive, culla della presenza cristiana nel Paese. Proprio in quell’area, nel 2014, l’ISIS attaccò i villaggi cristiani e yazidi massacrando la popolazione. Oggi la presenza cristiana nel Paese è ridotta al lumicino. Pastore fedele e guida riconosciuta della comunità cristiana locale rimane il cardinal Raphael Sako, che in occasione del Santo Natale ha voluto scrivere una lettera a tutti i fedeli iracheni.
“Negli ultimi due decenni - scrive il primate caldeo - abbiamo celebrato il Natale in condizioni di insicurezza, che sono peggiorate in modo significativo in questo 2020 a causa della pandemia. Ancora una volta siamo chiamati ad andare all'essenziale e a concentrarci sul vero significato del Natale: Qualcuno che viene per rispondere alle nostre domande di pace e felicità”. Il cardinale ha invitato tutti a leggere insieme durante le festività l’ultima lettera apostolica, “Fratelli tutti”: “Il Papa ci ricorda che cristiani e musulmani dovrebbero mettere da parte le differenze per amarsi ed essere al servizio l’uno dell’altro, come membri di un’unica famiglia”.
In una dichiarazione resa ad Asianews, poi, il porporato ha voluto ricordare l’importanza del viaggio apostolico che Bergoglio compirà in Iraq la primavera prossima.
“Nelle omelie delle messe - prosegue il porporato - noi vescovi cercheremo di spiegare il senso della presenza del papa, che è lo stesso del Natale: Gesù nato fuori dalla propria casa, come sfollato, che non perde la speranza e il legame con la famiglia. Per questo bisogna celebrare, perché è anche il ritorno dei cristiani nelle loro terre, nelle loro città, nelle loro abitazioni”.
Parlando della reazione dei musulmani all’annuncio, il primate caldeo ha spiegato che “se possibile, sono ancora più entusiasti dei cristiani. Ci sarà un incontro interreligioso a Ur. E abbiamo chiesto che il papa possa fare una tappa a Najaf, con un incontro con il grande ayatollah al-Sistani, la massima carica religiosa sciita”. In passato il pontefice argentino ha infatti compiuto grandi “gesti” con leader sunniti (fra cui la firma dello storico documento sulla fratellanza con l’imam di al-Azhar ad Abu Dhabi nel febbraio 2019). Ora “è tempo di farlo anche con gli sciiti, grazie anche al carisma straordinario di questo Papa - afferma il card Sako - per il dialogo, nell’aprire porte che sembrano chiuse”.
Una Betlemme blindata attende il Natale
Anche a Betlemme, solitamente meta di centinaia di migliaia di pellegrini, quest’anno è tutto diverso. Senza turisti da oltre nove mesi a causa dell’emergenza sanitaria, la città (che dipende per l’80 per cento dal settore turistico) sta vivendo condizioni economiche, sanitarie e sociali difficilissime. Ma la presenza cristiana non smette di esserci, attraverso gesti concreti, anche in questo tempo di attesa cristiana.
Minsk: la lettera dei 4 leader religiosi spiazza la dittatura
Lasciamo ora il Medio Oriente per volare in Bielorussia, dove la repressione del presidente corrotto Lukashenko sta colpendo duramente la popolazione. Nei giorni scorsi a Minsk il ministero dell’Interno ha creato una banca dati unificata, dove inserire tutti i partecipanti alle proteste contro Lukashenko, ma anche utenti delle chat e amministratori dei canali social critici nei confronti del potere. Una notizia inquietante, se si pensa che sono oltre 30mila i bielorussi scomparsi durante le proteste e si presume detenuti nel Paese. Come se non bastasse, il presidente-dittatore due giorni fa ha emesso un decreto che vieta “qualsiasi forma di dissenso religioso” nei confronti del suo operato, con “severe punizioni per chi minaccia o disturba la convivenza nel Paese”.
Una mossa che ha trovato però i leader delle quattro religioni presenti in Bielorussia compatti e uniti. In occasione del Natale, infatti, i rappresentati della Chiesa cattolica, di quella ortodossa, gli ebrei e i musulmani hanno scritto una lunga lettera rivolta a tutto il popolo. In esso si legge che “il Natale si avvicina ma il cammino della pace nel nostro Paese è lungo. Stiamo attraversando sofferenze e prove, abbiamo vissuto in passato le tragedie della guerra e il caos dei conflitti (…) Tra noi, così diversi, c’è molto in comune che può aiutare a vedere nelle persone ostili o in conflitto contro di noi non un nemico, ma il nostro prossimo con cui dialogare e ricostruire con fiducia il futuro del nostro Paese. Ripartiamo da qui”. La lettera, complice l'intensa attività diplomatica vaticana, ha sortito i primi effetti: dopo mesi di esilio potrà rientrare in patria per celebrare il Natale l’arcivescovo di Minsk Tadesuz Kondrusiewicz.
