Le relazioni fra Bulgaria e Santa Sede. Dialogo oltre i conflitti della storia
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- Creato: 29 Aprile 2019
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In vista del viaggio apostolico di Papa Francesco in Bulgaria e in Repubblica di Macedonia del Nord (5-7 maggio), pubblichiamo ampi stralci dell’introduzione del libro «Bulgaria e Santa Sede. Venticinque anni di relazioni diplomatiche (1990-2015)» (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2016, pagine 287, euro 20). Kiril Plamen Kartaloff
Dopo la lunga parentesi della dominazione ottomana, con l’indipendenza dello Stato bulgaro riconquistata nel 1878, la Chiesa cattolica svolse un’opera di rilievo nel campo educativo e sociale. Vi furono così nuovi contatti tra la Bulgaria e la Santa Sede che divennero più stabili nel 1925 quando fu inviato a Sofia come visitatore apostolico monsignor Angelo Giuseppe Roncalli con il compito soprattutto di provvedere ai gravi bisogni della piccola e disastrata comunità cattolica. Il rappresentante pontificio iniziò a svolgere la sua opera conoscendo molto da vicino la Bulgaria e soprattutto le comunità cattoliche composte da circa 35.000 fedeli, tra una maggioranza di rito latino sostenuta dalle congregazioni religiose legate alle diplomazie delle potenze occidentali (francesi soprattutto) e una minoranza “uniate”, poco gradita sia dai latini che dagli ortodossi. Ciò che colpiva il prelato nelle sue prime visite era lo stato miserevole della disciplina ecclesiastica in Bulgaria, e la povertà del Paese in generale, che lo spinse ad adoperarsi per i singoli casi personali e per le grandi emergenze come quella dei terremotati bulgari del 14 aprile 1928 che lo videro al loro fianco, impegnato ad aprire i “refettori del Papa” e a portare soccorsi sia ai cattolici sia agli ortodossi.
L’incarico, inizialmente a termine, si trasformò in una permanenza decennale, durante la quale monsignor Roncalli pose le basi per la fondazione di una Delegazione apostolica, di cui egli stesso, nel 1931, venne nominato primo rappresentante. Si ricorda che i delegati apostolici sono i rappresentanti del Papa presso le Chiese locali senza carattere diplomatico, i quali, nel territorio a essi affidato (che comprende generalmente più diocesi o vicariati e prefetture apostoliche), vigilano sulle condizioni della Chiesa cattolica. Esistono molti casi in cui il governo nazionale, pur non avendo relazioni diplomatiche con la Santa Sede, concede al delegato apostolico la presenza e l’attività diplomatica a favore della Chiesa, seppure in via meramente ufficiosa. È il caso di Roncalli, che in poco tempo riuscì a stabilire buoni rapporti sia con la famiglia reale bulgara sia con la classe dirigente.
Alla fine del 1934, il futuro pontefice venne trasferito alla sede di Costantinopoli, alla quale era unita anche la Delegazione apostolica in Grecia. Alla sede di Sofia venne nominato come suo successore monsignor Giuseppe Menotti Mazzoli, già segretario della Delegazione apostolica d’Egitto e Palestina, che però raggiunse la sua nuova sede solo nel luglio del 1935. Mazzoli rimase in Bulgaria per dieci anni, ovvero sino alla sua morte, sopravvenuta l’8 dicembre 1945. Nell’attesa di individuare un suo successore, venne nominato reggente ad interim della Delegazione apostolica monsignor Francesco Galloni. In seguito, poiché il nuovo delegato designato per la sede di Sofia, monsignor Georges de Jonghe d’Ardoye, non aveva ottenuto l’agrément delle autorità bulgare, e in vista dell’evoluzione della Bulgaria in un paese socialista, la Santa Sede ritenne più opportuno lasciare Galloni alla sede di Sofia in qualità di incaricato d’affari. Si occuperà della Delegazione apostolica sino alla fine del 1948, quando, dopo uno scambio di note tra il ministro degli Esteri bulgaro Vasil Kolarov e l’allora sostituto della Segreteria di Stato vaticana, monsignor Giovanni Battista Montini, avendo ormai compreso che il governo dell’epoca stava per interrompere le relazioni con la Santa Sede, fece in modo di venire “in congedo” in Italia. Alla delegazione rimaneva il suo segretario, il padre passionista Placido Corsi, al quale, poco tempo dopo, nel febbraio 1949, giunse l’ordine governativo di abbandonare il paese. Il ministro Kolarov giustificò tale misura accusando la Chiesa cattolica di essere un nemico implacabile dell’Unione Sovietica e dei paesi di democrazia popolare e quindi anche del popolo bulgaro. Con ciò s’interruppero i contatti fra la Santa Sede e la Bulgaria per oltre un decennio, mentre sino al 1991 non vi fu più rappresentanza della Santa Sede a Sofia.
Negli anni Cinquanta si sviluppa nell’Unione Sovietica una letteratura anticattolica e antivaticana che sottolinea i legami tra il papato e l’imperialismo. Anche in Bulgaria la Chiesa cattolica è dapprima attaccata sulla stampa (facendo eco alle campagne diffamatorie anticattoliche dei media sovietici che descrivono la Santa Sede come una grande società per azioni, proprietaria di immense ricchezze, banche, terreni, fabbriche, immobili); poi è privata dei suoi beni, scuole, istituti, opere educative e di assistenza; quindi è ridotta alle sole funzioni liturgiche, con divieto di qualsiasi espressione catechetica a eccezione dell’omelia nella messa domenicale limitata a pochi minuti; infine, tra il 1950 e il 1952, la Chiesa cattolica in Bulgaria è colpita da ripetuti arresti, culminati in una serie di processi.
Dopo l’elezione, nel 1958, di Giovanni XXIII inizia una certa misura di “destalinizzazione” nel paese, che alleggerisce la pressione delle istituzioni statali sui cattolici. La Chiesa cattolica bulgara fu autorizzata a inviare suoi rappresentanti al concilio Vaticano II. Il clero si sentì incoraggiato dall’elezione del cardinale Roncalli al soglio pontificio, giacché gran parte di esso lo aveva conosciuto durante il suo decennio bulgaro. Inoltre, vi era la speranza che Giovanni XXIII, che veniva chiamato “il Papa bulgaro”, avrebbe mostrato particolare attenzione verso la Bulgaria e avrebbe contribuito al miglioramento delle condizioni di vita della Chiesa cattolica nel paese. Di conseguenza, i primi anni di pontificato di Paolo VI coincidono con un periodo di relativa apertura del regime comunista in Bulgaria e in altri paesi dell’Est europeo. Nonostante l’intensa propaganda ateistica, i cattolici bulgari conservano quasi intatta la loro profonda religiosità e il forte attaccamento al clero e alla Santa Sede. Negli anni Sessanta la pressione dello Stato sulla Chiesa cattolica rallenta notevolmente rispetto al periodo precedente. Dopo l’approvazione della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche (18 aprile 1961) cominciano le prime missioni vaticane in Oriente e si moltiplicano le visite di rappresentanti della Chiesa cattolica in Bulgaria.
Anche la Chiesa ortodossa bulgara fa grandi passi in favore del dialogo con la Chiesa cattolica. Nel 1965 il patriarca Kiril riceve a Sofia monsignor Johannes Willebrands, presidente del Segretariato per l’unità dei cristiani, e accetta di inviare un osservatore ortodosso bulgaro all’ultima sessione del concilio Vaticano II, dando così inizio, nel 1967, a un’intensa corrispondenza con Paolo VI. Il patriarca propone al pontefice la convocazione di una conferenza ecumenica per la pace, da tenersi in Bulgaria, con la partecipazione del Papa, del patriarca di Mosca e dei responsabili delle altre Chiese cristiane e religioni. Nel 1971 Kiril muore e il suo successore Maxim è orientato in modo diverso al dialogo con la Chiesa di Roma. Nella primavera del 1968, per iniziativa della Bulgaria e, in particolar modo, dell’ambasciatore bulgaro a Roma Krum Hristov, inizia la consuetudine della celebrazione annuale della festa dei santi fratelli Cirillo e Metodio (24 maggio) presso la tomba di San Cirillo nella basilica paleocristiana di San Clemente al Laterano. Tuttavia l’invasione della Cecoslovacchia da parte degli eserciti del patto di Varsavia brucia l’appena germogliato dialogo tra la Bulgaria e la Santa Sede.
All’inizio degli anni Settanta si crea un nuovo rapporto della Bulgaria con la Santa Sede, anche se la posizione ufficiale della Bulgaria nei confronti del Vaticano richiedeva un certo coordinamento con gli altri paesi socialisti. Durante un incontro, tenutosi a Sofia tra il 23 e il 25 ottobre 1972, i responsabili delle questioni ecclesiastiche e religiose presso i governi di Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Germania Orientale, Unione Sovietica, Mongolia, Romania e Bulgaria, analizzando la politica vaticana in base a tre aspetti — l’atteggiamento della Santa Sede verso l’ideologia comunista, verso il blocco dei paesi comunisti nel suo insieme e verso i singoli stati — indicano quali devono essere i comportamenti di tali paesi riguardo ai fini politici della Santa Sede: sia nella propaganda che nelle iniziative concrete essi dovevano sfruttare al massimo l’occasione offerta dal nuovo corso vaticano per rafforzare l’influenza comunista fra i cattolici, richiamandoli alla lotta comune per la pace e per la giustizia sociale. L’incontro a Sofia influisce pesantemente sull’atteggiamento della Bulgaria nei confronti del Vaticano. Il governo bulgaro è vincolato ad applicare due indirizzi: da una parte, continuare i contatti con la Santa Sede senza stabilire relazioni diplomatiche ufficiali; dall’altra, rafforzare il controllo sulla Chiesa cattolica bulgara.
La Chiesa cattolica in Bulgaria non faceva parte di quel fenomeno politico-diplomatico noto come l’Ostpolitik della Santa Sede, che mirava inizialmente a curare interessi strettamente ecclesiali dato che il paese era rimasto rigorosamente chiuso verso il Vaticano, senza manifestare alcun interesse a dialogare e a negoziare. Tuttavia gli anni Settanta sono particolarmente importanti per le relazioni tra la Bulgaria e la sede apostolica. Durante l’incontro dei ministri degli Esteri dei paesi partecipanti alla Conferenza di Helsinki nel 1973, il ministro austriaco Rudolf Kirchschläger presenta il suo collega bulgaro, Petar Mladenov, a monsignor Agostino Casaroli, segretario del Consiglio per gli affari pubblici della Santa Sede. I due diplomatici si accordano per migliorare i reciproci rapporti «senza fretta e senza forzare i tempi e gli avvenimenti, per procedere con cautela, a piccoli passi». Mladenov invita Casaroli a visitare la Bulgaria nel maggio 1975. Poche settimane dopo, il 27 giugno, il presidente della Repubblica Popolare di Bulgaria, Todor Zhivkov, è ricevuto da Paolo VI. Dopo l’udienza, si leggeva nel comunicato: «Oltre ad argomenti di interesse bilaterale [riguardanti cioè la Chiesa cattolica, sia di rito latino che di rito bizantino-slavo, in Bulgaria], sono state ampiamente esaminate questioni di carattere generale, relative, in particolare, ai problemi della pace e del disarmo, alla riduzione delle forze armate e alla sicurezza in Europa, al Medio Oriente e Cipro, e alla cooperazione internazionale». Giovanni Paolo II ricorderà tale avvenimento come l’incontro che «segnò l’inizio di uno scambio aperto di vedute e gettò, per così dire, le basi di una ricerca comune e non sterile di soluzioni dei diversi problemi riguardanti i rapporti tra la Chiesa e lo Stato in Bulgaria».
I frutti di tale incontro, davvero storico, non tardarono a maturare. Da quel momento i rapporti tra la Bulgaria e la Santa Sede diventarono molto più intensi. Nell’estate del 1975 giunse a Sofia monsignor Angelo Mottola, officiale della Congregazione per le Chiese orientali, con lo scopo di apprendere i problemi della Chiesa cattolica bulgara, di preparare l’insediamento dei due appena nominati titolari delle diocesi vacanti di Sofia-Plovdiv e Nicopoli, e di interpellare il governo bulgaro sulla prossima visita di una delegazione vaticana (della quale faceva parte anche l’archimandrita bulgaro Giorgio Eldarov), guidata da monsignor Casaroli. Tale visita avvenne l’anno successivo, dal 3 al 10 novembre. Per il diplomatico vaticano si trattava di un viaggio che avrebbe rappresentato «un evento importante, dal momento che è la prima volta che un rappresentante della Santa Sede compie, negli ultimi anni, una visita a livello governativo, e non solo ecclesiastico, in Bulgaria: questo del resto — osservò Casaroli — viene a conferma dell’esistenza di un clima aperto e di un aperto dialogo sui problemi che maggiormente ci stanno a cuore». I primi giorni del suo soggiorno nel paese li dedicò alla visita delle tre circoscrizioni ecclesiastiche cattoliche: l’esarcato bizantino-slavo di Sofia, il vicariato apostolico di Sofia-Plovdiv e la diocesi di Nicopoli. Insieme con tre calici, destinati come suo dono personale alle tre cattedrali, Paolo VI aveva rimesso a monsignor Casaroli, come segno di «paterna benevolenza e di compiacente incoraggiamento», un messaggio autografo in lingua bulgara per i cattolici in Bulgaria, con la data 1° novembre: «È motivo di particolare conforto per noi conoscere la loro costanza nella fede e attaccamento a questa sede di Pietro. Li esortiamo a dare sempre esemplare testimonianza di unità nella carità e a rimanere saldi nelle nobili tradizioni ereditate dai loro grandi patroni e santi, Cirillo e Metodio. In pegno di abbondanti grazie celesti e di consolanti doni dello Spirito impartiamo loro di gran cuore la nostra apostolica benedizione, assicurandoli del nostro costante interesse — che vuole essere anche un augurio — per il progresso, tanto spirituale che materiale, dell’intero diletto popolo bulgaro».
L’8 novembre Casaroli ebbe un incontro ufficiale con il ministro degli Esteri Mladenov. Il diplomatico vaticano sollevò alcune questioni importanti: la personalità giuridica della Chiesa cattolica; l’erezione di nuovi centri di culto; le residenze del clero; i beni confiscati; le congregazioni religiose femminili; la residenza del vescovo di Nicopoli, la formazione dei futuri sacerdoti e l’insegnamento religioso dei giovani. Riguardo al complesso e delicato problema del riconoscimento giuridico della Chiesa cattolica in Bulgaria, Mladenov affermò che i cattolici bulgari dovevano continuare a essere leali nei confronti della politica dello Stato socialista. Su tale questione vi era altresì la forte opposizione della Chiesa ortodossa, come confermato dall’incontro di monsignor Casaroli con il patriarca Maxim. Al suo ritorno a Roma, Casaroli, dopo aver definito gli incontri con i massimi rappresentanti dello Stato bulgaro «aperti e cordiali», avrebbe detto di aver rilevato con piacere un notevole interesse della Bulgaria alla cooperazione con la Santa Sede sul piano culturale e storico e di vedere in ciò un terreno di collaborazione umana e culturale, più vicino alla missione della Santa Sede, perché meno politico e meno politicamente strumentale. Quanto infine ai problemi della Chiesa cattolica, ecco le sue impressioni raccolte durante il soggiorno: «In Bulgaria siamo una Chiesa minoritaria: 60-70.000 cattolici su oltre otto milioni di bulgari. Ma è una Chiesa viva, sia per le radici storiche che ha nel paese sia per la vitalità delle espressioni religiose. In conclusione, i problemi ci sono e rimangono. Ma il clima religioso che ho trovato è molto bello. Non voglio farmi illusioni, ma torno a Roma con speranza».
Con l’elezione di Giovanni Paolo II nell’ottobre 1978 e soprattutto con la sua visita in Polonia nel luglio 1979, la Chiesa cattolica, considerata da alcuni «quasi un semplice ricordo del passato», ritorna con nuova forza. Il primo rappresentante dei paesi del blocco orientale a essere ricevuto in udienza dal nuovo pontefice, il 13 dicembre 1978, in Vaticano, è proprio il ministro degli Esteri Mladenov. L’udienza papale con il diplomatico bulgaro si collocava nel quadro dei normali contatti che il Papa slavo intratteneva con le autorità civili per garantire ai cattolici un reale spazio di libertà religiosa e contribuire alla causa della distensione e della pace nel mondo. Un secondo incontro tra i due vi sarebbe stato il 6 dicembre 1988. Gli anni Ottanta sono anni difficili per i rapporti tra la Santa Sede e la Bulgaria. Nelle consultazioni di Praga (26 giugno 1979), Varsavia (25-27 settembre 1979) e Sofia (23 novembre 1979) l’Ostpolitik della Santa Sede è sottoposta a un approfondito riesame da parte dei paesi socialisti. I rappresentanti bulgari si associano alla proposta di avere maggiore prudenza nei contatti con la Santa Sede, di non concedere alla Chiesa cattolica uno statuto giuridico e di non riconoscere le conferenze episcopali. Per la Bulgaria i buoni rapporti con il Vaticano, guadagnati con fatica in precedenza, iniziarono a raffreddarsi anche a seguito dell’attentato a Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981, attribuito a una Bulgarian connection per il “caso Antonov” sospettato di coinvolgimento nell’attentato.
Dopo il crollo del muro di Berlino nel novembre 1989, anche la Bulgaria è entrata nel novero dei paesi dell’Europa orientale che hanno decretato la fine dei regimi del “socialismo reale”, avviandosi verso un nuovo assetto politico e sociale. Il vescovo dei cattolici di rito bizantino-slavo in Bulgaria, Metodi Stratiev, definì «un’alba di libertà» gli avvenimenti seguiti al 10 novembre, aggiungendo la testimonianza importante che «grazie a Dio la nostra situazione nel dopoguerra non è stata tragica, a differenza di quanto è accaduto ai nostri fratelli in Romania e in Ucraina, ma naturalmente abbiamo avuto moltissime difficoltà. Malgrado fosse stato abolito lo statuto della nostra Chiesa, ci hanno tacitamente lasciato vivere, anche se non avevamo nessuna personalità giuridica. Ora, con il nuovo corso, dopo le annunciate riforme, cominciamo a sperare che anche per noi possano venire giorni migliori. Qualche fatto già ci conforta». Infatti, le nuove autorità bulgare avevano avanzato richiesta di stringere rapporti diplomatici ufficiali con la Santa Sede, che vengono definitivamente stabiliti il 6 dicembre 1990. Nel 1991 il cardinale Agostino Casaroli, segretario di Stato, incaricò padre Georgi Eldarov, già visitatore apostolico dei bulgari cattolici all’estero, di recarsi in Bulgaria con la mansione di chargé d’affaires pro-tempore (25 maggio), al fine di preparare il terreno all’arrivo del nunzio designato, monsignor Mario Rizzi, e di recuperare l’antica sede della Delegazione apostolica, in via 11 agosto a Sofia, requisita dalle autorità bulgare per destinarla a sede dell’Associazione nazionale della stampa. L’anno successivo viene aperta l’ambasciata della Bulgaria presso la Santa Sede. Il 4 marzo 1990 «La Stampa» pubblica la notizia che la Conferenza episcopale bulgara ha ottenuto dal governo l’assenso per rivolgere a Giovanni Paolo II un invito a recarsi in Bulgaria. Così, in poco più di un decennio, si realizza, dal 23 al 26 maggio 2002, la storica visita del Papa slavo in Bulgaria, che, senza dubbio, rimane l’evento più importante che segna i nuovi rapporti tra la Santa Sede e la Bulgaria.
La finalità chiaramente pastorale ed ecumenica che Giovanni Paolo II ha inteso esprimere con i suoi atti e con le sue parole visitando la Bulgaria può essere individuata nelle sue stesse parole, rivolte alla delegazione bulgara ricevuta in Vaticano l’11 maggio 2002, in occasione della festa dei santi Cirillo e Metodio: «Anche se la mia visita nel vostro paese avrà uno scopo pastorale, quello di confermare i miei fratelli e le mie sorelle cattolici nella fede, è anche mio fervido desiderio rafforzare i vincoli di comunione cristiana tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa bulgara. Il nostro incontro aiuterà di certo la Bulgaria a consolidare le sue basi cristiane in un momento in cui è finito il vecchio ordine e sta prendendo forma una nuova vita per il paese. Sarebbe un servizio reso dalle Chiese al continente europeo che cerca di edificare una nuova unità, attingendo abbondantemente alle ricchezze sia dell’Oriente sia dell’Occidente». Queste intenzioni del Papa hanno trovato in Bulgaria larga esplicitazione soprattutto attraverso i suoi sette discorsi pronunciati negli incontri ufficiali, uniti alla piena disponibilità di voler avvicinare e ascoltare tutti; anche in tale circostanza gli interlocutori non hanno potuto non rilevare l’atteggiamento umile e semplice del Vescovo di Roma, quanto mai «appassionato» di vedere la ricomposizione dell’unità visibile del Corpo del Signore e la realizzazione di un’unione dei popoli europei non dimentichi dei valori più autenticamente umani e spirituali.
Ricordando, sin dal primo discorso (23 maggio), che la Bulgaria «si trova a fare da ponte tra l’Europa orientale e l’Europa del sud» e che «il cristianesimo è alle radici stesse della storia e della cultura di questo paese», il Papa sottolineò che l’impegno quotidiano della Chiesa cattolica in Bulgaria è quello di «contribuire a conservare e a sviluppare il patrimonio di valori spirituali e culturali di cui il paese va fiero». La cultura, quale espressione incarnata nella storia dell’identità di un popolo, fu il tema di un altro intervento nel quale Giovanni Paolo II evocò ampiamente l’opera dei fratelli Cirillo e Metodio, «apostoli della fede» e «apostoli della cultura» dei popoli slavi, con il loro contributo eminente al formarsi delle comuni radici cristiane dell’Europa. Nel discorso rivolto al patriarca Maxim e al santo sinodo ortodosso, definì l’incontro «segno di una progressiva crescita nella comunione ecclesiale»; ciò tuttavia, aggiunse il pontefice, «non può distoglierci da una franca constatazione: Cristo Signore ha fondato la Chiesa una e unica, ma noi, oggi, ci presentiamo al mondo divisi come se Cristo stesso fosse diviso», fatto che «non solo contraddice apertamente la volontà di Cristo, ma è anche di scandalo al mondo e danneggia la santissima causa della predicazione del Vangelo a ogni creatura (Unitatis redintegratio, n. 1)». Un terreno di comune impegno per cattolici e ortodossi, in Europa, è anche quello di lavorare insieme per la difesa dei diritti dell’uomo e della cultura della vita. Nell’ultimo incontro con i giovani, a Plovdiv il 26 maggio, ricordando l’esempio di fedeltà al Vangelo testimoniata dai tre martiri beatificati nella mattina, il Papa incoraggiò i giovani, «porta del futuro», a non cercare scorciatoie verso la felicità ma ad essere, nello spirito del Vangelo, il sale della terra e la luce del mondo: soltanto seguendo Gesù Cristo essi potranno scoprire tutte le potenzialità della loro giovinezza per il significato pieno dell’esistenza e realizzare «la bellezza di una vita vissuta come dono gratuito, motivato unicamente dall’amore».
Nel 2015 è ricorso il venticinquesimo anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Bulgaria, che si inseriscono idealmente nel solco tracciato, in epoche diverse, da protagonisti eccezionali: i santi Cirillo e Metodio, san Giovanni XXIII e san Giovanni Paolo II, i quali hanno contribuito a mantenere e a sviluppare i reciproci legami morali, spirituali e culturali. Questi grandi apostoli del mondo, intrepidi della verità e artefici di una comunità fraterna, hanno invitato tutti gli uomini di buona volontà, ma soprattutto i cristiani d’Oriente e d’Occidente, a camminare insieme, nell’unità della fede e nel rispetto delle legittime diversità, e ad accogliersi e a sostenersi a vicenda come membra dell’unico Corpo di Cristo (cfr. Novo millennio ineunte, 46) per andare avanti con speranza, affinché lo stesso spirito di comunione, effuso a Pentecoste, spinga tutti a ripartire, con rinnovato entusiasmo, all’inizio di una nuova stagione. «La stagione — come ha ribadito Papa Francesco durante il Regina Caeli di domenica 24 maggio 2015 — della testimonianza e della fraternità».
© Osservatore Romano - 29-30 aprile 2019Dopo la lunga parentesi della dominazione ottomana, con l’indipendenza dello Stato bulgaro riconquistata nel 1878, la Chiesa cattolica svolse un’opera di rilievo nel campo educativo e sociale. Vi furono così nuovi contatti tra la Bulgaria e la Santa Sede che divennero più stabili nel 1925 quando fu inviato a Sofia come visitatore apostolico monsignor Angelo Giuseppe Roncalli con il compito soprattutto di provvedere ai gravi bisogni della piccola e disastrata comunità cattolica. Il rappresentante pontificio iniziò a svolgere la sua opera conoscendo molto da vicino la Bulgaria e soprattutto le comunità cattoliche composte da circa 35.000 fedeli, tra una maggioranza di rito latino sostenuta dalle congregazioni religiose legate alle diplomazie delle potenze occidentali (francesi soprattutto) e una minoranza “uniate”, poco gradita sia dai latini che dagli ortodossi. Ciò che colpiva il prelato nelle sue prime visite era lo stato miserevole della disciplina ecclesiastica in Bulgaria, e la povertà del Paese in generale, che lo spinse ad adoperarsi per i singoli casi personali e per le grandi emergenze come quella dei terremotati bulgari del 14 aprile 1928 che lo videro al loro fianco, impegnato ad aprire i “refettori del Papa” e a portare soccorsi sia ai cattolici sia agli ortodossi.
L’incarico, inizialmente a termine, si trasformò in una permanenza decennale, durante la quale monsignor Roncalli pose le basi per la fondazione di una Delegazione apostolica, di cui egli stesso, nel 1931, venne nominato primo rappresentante. Si ricorda che i delegati apostolici sono i rappresentanti del Papa presso le Chiese locali senza carattere diplomatico, i quali, nel territorio a essi affidato (che comprende generalmente più diocesi o vicariati e prefetture apostoliche), vigilano sulle condizioni della Chiesa cattolica. Esistono molti casi in cui il governo nazionale, pur non avendo relazioni diplomatiche con la Santa Sede, concede al delegato apostolico la presenza e l’attività diplomatica a favore della Chiesa, seppure in via meramente ufficiosa. È il caso di Roncalli, che in poco tempo riuscì a stabilire buoni rapporti sia con la famiglia reale bulgara sia con la classe dirigente.
Alla fine del 1934, il futuro pontefice venne trasferito alla sede di Costantinopoli, alla quale era unita anche la Delegazione apostolica in Grecia. Alla sede di Sofia venne nominato come suo successore monsignor Giuseppe Menotti Mazzoli, già segretario della Delegazione apostolica d’Egitto e Palestina, che però raggiunse la sua nuova sede solo nel luglio del 1935. Mazzoli rimase in Bulgaria per dieci anni, ovvero sino alla sua morte, sopravvenuta l’8 dicembre 1945. Nell’attesa di individuare un suo successore, venne nominato reggente ad interim della Delegazione apostolica monsignor Francesco Galloni. In seguito, poiché il nuovo delegato designato per la sede di Sofia, monsignor Georges de Jonghe d’Ardoye, non aveva ottenuto l’agrément delle autorità bulgare, e in vista dell’evoluzione della Bulgaria in un paese socialista, la Santa Sede ritenne più opportuno lasciare Galloni alla sede di Sofia in qualità di incaricato d’affari. Si occuperà della Delegazione apostolica sino alla fine del 1948, quando, dopo uno scambio di note tra il ministro degli Esteri bulgaro Vasil Kolarov e l’allora sostituto della Segreteria di Stato vaticana, monsignor Giovanni Battista Montini, avendo ormai compreso che il governo dell’epoca stava per interrompere le relazioni con la Santa Sede, fece in modo di venire “in congedo” in Italia. Alla delegazione rimaneva il suo segretario, il padre passionista Placido Corsi, al quale, poco tempo dopo, nel febbraio 1949, giunse l’ordine governativo di abbandonare il paese. Il ministro Kolarov giustificò tale misura accusando la Chiesa cattolica di essere un nemico implacabile dell’Unione Sovietica e dei paesi di democrazia popolare e quindi anche del popolo bulgaro. Con ciò s’interruppero i contatti fra la Santa Sede e la Bulgaria per oltre un decennio, mentre sino al 1991 non vi fu più rappresentanza della Santa Sede a Sofia.
Negli anni Cinquanta si sviluppa nell’Unione Sovietica una letteratura anticattolica e antivaticana che sottolinea i legami tra il papato e l’imperialismo. Anche in Bulgaria la Chiesa cattolica è dapprima attaccata sulla stampa (facendo eco alle campagne diffamatorie anticattoliche dei media sovietici che descrivono la Santa Sede come una grande società per azioni, proprietaria di immense ricchezze, banche, terreni, fabbriche, immobili); poi è privata dei suoi beni, scuole, istituti, opere educative e di assistenza; quindi è ridotta alle sole funzioni liturgiche, con divieto di qualsiasi espressione catechetica a eccezione dell’omelia nella messa domenicale limitata a pochi minuti; infine, tra il 1950 e il 1952, la Chiesa cattolica in Bulgaria è colpita da ripetuti arresti, culminati in una serie di processi.
Dopo l’elezione, nel 1958, di Giovanni XXIII inizia una certa misura di “destalinizzazione” nel paese, che alleggerisce la pressione delle istituzioni statali sui cattolici. La Chiesa cattolica bulgara fu autorizzata a inviare suoi rappresentanti al concilio Vaticano II. Il clero si sentì incoraggiato dall’elezione del cardinale Roncalli al soglio pontificio, giacché gran parte di esso lo aveva conosciuto durante il suo decennio bulgaro. Inoltre, vi era la speranza che Giovanni XXIII, che veniva chiamato “il Papa bulgaro”, avrebbe mostrato particolare attenzione verso la Bulgaria e avrebbe contribuito al miglioramento delle condizioni di vita della Chiesa cattolica nel paese. Di conseguenza, i primi anni di pontificato di Paolo VI coincidono con un periodo di relativa apertura del regime comunista in Bulgaria e in altri paesi dell’Est europeo. Nonostante l’intensa propaganda ateistica, i cattolici bulgari conservano quasi intatta la loro profonda religiosità e il forte attaccamento al clero e alla Santa Sede. Negli anni Sessanta la pressione dello Stato sulla Chiesa cattolica rallenta notevolmente rispetto al periodo precedente. Dopo l’approvazione della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche (18 aprile 1961) cominciano le prime missioni vaticane in Oriente e si moltiplicano le visite di rappresentanti della Chiesa cattolica in Bulgaria.
Anche la Chiesa ortodossa bulgara fa grandi passi in favore del dialogo con la Chiesa cattolica. Nel 1965 il patriarca Kiril riceve a Sofia monsignor Johannes Willebrands, presidente del Segretariato per l’unità dei cristiani, e accetta di inviare un osservatore ortodosso bulgaro all’ultima sessione del concilio Vaticano II, dando così inizio, nel 1967, a un’intensa corrispondenza con Paolo VI. Il patriarca propone al pontefice la convocazione di una conferenza ecumenica per la pace, da tenersi in Bulgaria, con la partecipazione del Papa, del patriarca di Mosca e dei responsabili delle altre Chiese cristiane e religioni. Nel 1971 Kiril muore e il suo successore Maxim è orientato in modo diverso al dialogo con la Chiesa di Roma. Nella primavera del 1968, per iniziativa della Bulgaria e, in particolar modo, dell’ambasciatore bulgaro a Roma Krum Hristov, inizia la consuetudine della celebrazione annuale della festa dei santi fratelli Cirillo e Metodio (24 maggio) presso la tomba di San Cirillo nella basilica paleocristiana di San Clemente al Laterano. Tuttavia l’invasione della Cecoslovacchia da parte degli eserciti del patto di Varsavia brucia l’appena germogliato dialogo tra la Bulgaria e la Santa Sede.
All’inizio degli anni Settanta si crea un nuovo rapporto della Bulgaria con la Santa Sede, anche se la posizione ufficiale della Bulgaria nei confronti del Vaticano richiedeva un certo coordinamento con gli altri paesi socialisti. Durante un incontro, tenutosi a Sofia tra il 23 e il 25 ottobre 1972, i responsabili delle questioni ecclesiastiche e religiose presso i governi di Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Germania Orientale, Unione Sovietica, Mongolia, Romania e Bulgaria, analizzando la politica vaticana in base a tre aspetti — l’atteggiamento della Santa Sede verso l’ideologia comunista, verso il blocco dei paesi comunisti nel suo insieme e verso i singoli stati — indicano quali devono essere i comportamenti di tali paesi riguardo ai fini politici della Santa Sede: sia nella propaganda che nelle iniziative concrete essi dovevano sfruttare al massimo l’occasione offerta dal nuovo corso vaticano per rafforzare l’influenza comunista fra i cattolici, richiamandoli alla lotta comune per la pace e per la giustizia sociale. L’incontro a Sofia influisce pesantemente sull’atteggiamento della Bulgaria nei confronti del Vaticano. Il governo bulgaro è vincolato ad applicare due indirizzi: da una parte, continuare i contatti con la Santa Sede senza stabilire relazioni diplomatiche ufficiali; dall’altra, rafforzare il controllo sulla Chiesa cattolica bulgara.
La Chiesa cattolica in Bulgaria non faceva parte di quel fenomeno politico-diplomatico noto come l’Ostpolitik della Santa Sede, che mirava inizialmente a curare interessi strettamente ecclesiali dato che il paese era rimasto rigorosamente chiuso verso il Vaticano, senza manifestare alcun interesse a dialogare e a negoziare. Tuttavia gli anni Settanta sono particolarmente importanti per le relazioni tra la Bulgaria e la sede apostolica. Durante l’incontro dei ministri degli Esteri dei paesi partecipanti alla Conferenza di Helsinki nel 1973, il ministro austriaco Rudolf Kirchschläger presenta il suo collega bulgaro, Petar Mladenov, a monsignor Agostino Casaroli, segretario del Consiglio per gli affari pubblici della Santa Sede. I due diplomatici si accordano per migliorare i reciproci rapporti «senza fretta e senza forzare i tempi e gli avvenimenti, per procedere con cautela, a piccoli passi». Mladenov invita Casaroli a visitare la Bulgaria nel maggio 1975. Poche settimane dopo, il 27 giugno, il presidente della Repubblica Popolare di Bulgaria, Todor Zhivkov, è ricevuto da Paolo VI. Dopo l’udienza, si leggeva nel comunicato: «Oltre ad argomenti di interesse bilaterale [riguardanti cioè la Chiesa cattolica, sia di rito latino che di rito bizantino-slavo, in Bulgaria], sono state ampiamente esaminate questioni di carattere generale, relative, in particolare, ai problemi della pace e del disarmo, alla riduzione delle forze armate e alla sicurezza in Europa, al Medio Oriente e Cipro, e alla cooperazione internazionale». Giovanni Paolo II ricorderà tale avvenimento come l’incontro che «segnò l’inizio di uno scambio aperto di vedute e gettò, per così dire, le basi di una ricerca comune e non sterile di soluzioni dei diversi problemi riguardanti i rapporti tra la Chiesa e lo Stato in Bulgaria».
I frutti di tale incontro, davvero storico, non tardarono a maturare. Da quel momento i rapporti tra la Bulgaria e la Santa Sede diventarono molto più intensi. Nell’estate del 1975 giunse a Sofia monsignor Angelo Mottola, officiale della Congregazione per le Chiese orientali, con lo scopo di apprendere i problemi della Chiesa cattolica bulgara, di preparare l’insediamento dei due appena nominati titolari delle diocesi vacanti di Sofia-Plovdiv e Nicopoli, e di interpellare il governo bulgaro sulla prossima visita di una delegazione vaticana (della quale faceva parte anche l’archimandrita bulgaro Giorgio Eldarov), guidata da monsignor Casaroli. Tale visita avvenne l’anno successivo, dal 3 al 10 novembre. Per il diplomatico vaticano si trattava di un viaggio che avrebbe rappresentato «un evento importante, dal momento che è la prima volta che un rappresentante della Santa Sede compie, negli ultimi anni, una visita a livello governativo, e non solo ecclesiastico, in Bulgaria: questo del resto — osservò Casaroli — viene a conferma dell’esistenza di un clima aperto e di un aperto dialogo sui problemi che maggiormente ci stanno a cuore». I primi giorni del suo soggiorno nel paese li dedicò alla visita delle tre circoscrizioni ecclesiastiche cattoliche: l’esarcato bizantino-slavo di Sofia, il vicariato apostolico di Sofia-Plovdiv e la diocesi di Nicopoli. Insieme con tre calici, destinati come suo dono personale alle tre cattedrali, Paolo VI aveva rimesso a monsignor Casaroli, come segno di «paterna benevolenza e di compiacente incoraggiamento», un messaggio autografo in lingua bulgara per i cattolici in Bulgaria, con la data 1° novembre: «È motivo di particolare conforto per noi conoscere la loro costanza nella fede e attaccamento a questa sede di Pietro. Li esortiamo a dare sempre esemplare testimonianza di unità nella carità e a rimanere saldi nelle nobili tradizioni ereditate dai loro grandi patroni e santi, Cirillo e Metodio. In pegno di abbondanti grazie celesti e di consolanti doni dello Spirito impartiamo loro di gran cuore la nostra apostolica benedizione, assicurandoli del nostro costante interesse — che vuole essere anche un augurio — per il progresso, tanto spirituale che materiale, dell’intero diletto popolo bulgaro».
L’8 novembre Casaroli ebbe un incontro ufficiale con il ministro degli Esteri Mladenov. Il diplomatico vaticano sollevò alcune questioni importanti: la personalità giuridica della Chiesa cattolica; l’erezione di nuovi centri di culto; le residenze del clero; i beni confiscati; le congregazioni religiose femminili; la residenza del vescovo di Nicopoli, la formazione dei futuri sacerdoti e l’insegnamento religioso dei giovani. Riguardo al complesso e delicato problema del riconoscimento giuridico della Chiesa cattolica in Bulgaria, Mladenov affermò che i cattolici bulgari dovevano continuare a essere leali nei confronti della politica dello Stato socialista. Su tale questione vi era altresì la forte opposizione della Chiesa ortodossa, come confermato dall’incontro di monsignor Casaroli con il patriarca Maxim. Al suo ritorno a Roma, Casaroli, dopo aver definito gli incontri con i massimi rappresentanti dello Stato bulgaro «aperti e cordiali», avrebbe detto di aver rilevato con piacere un notevole interesse della Bulgaria alla cooperazione con la Santa Sede sul piano culturale e storico e di vedere in ciò un terreno di collaborazione umana e culturale, più vicino alla missione della Santa Sede, perché meno politico e meno politicamente strumentale. Quanto infine ai problemi della Chiesa cattolica, ecco le sue impressioni raccolte durante il soggiorno: «In Bulgaria siamo una Chiesa minoritaria: 60-70.000 cattolici su oltre otto milioni di bulgari. Ma è una Chiesa viva, sia per le radici storiche che ha nel paese sia per la vitalità delle espressioni religiose. In conclusione, i problemi ci sono e rimangono. Ma il clima religioso che ho trovato è molto bello. Non voglio farmi illusioni, ma torno a Roma con speranza».
Con l’elezione di Giovanni Paolo II nell’ottobre 1978 e soprattutto con la sua visita in Polonia nel luglio 1979, la Chiesa cattolica, considerata da alcuni «quasi un semplice ricordo del passato», ritorna con nuova forza. Il primo rappresentante dei paesi del blocco orientale a essere ricevuto in udienza dal nuovo pontefice, il 13 dicembre 1978, in Vaticano, è proprio il ministro degli Esteri Mladenov. L’udienza papale con il diplomatico bulgaro si collocava nel quadro dei normali contatti che il Papa slavo intratteneva con le autorità civili per garantire ai cattolici un reale spazio di libertà religiosa e contribuire alla causa della distensione e della pace nel mondo. Un secondo incontro tra i due vi sarebbe stato il 6 dicembre 1988. Gli anni Ottanta sono anni difficili per i rapporti tra la Santa Sede e la Bulgaria. Nelle consultazioni di Praga (26 giugno 1979), Varsavia (25-27 settembre 1979) e Sofia (23 novembre 1979) l’Ostpolitik della Santa Sede è sottoposta a un approfondito riesame da parte dei paesi socialisti. I rappresentanti bulgari si associano alla proposta di avere maggiore prudenza nei contatti con la Santa Sede, di non concedere alla Chiesa cattolica uno statuto giuridico e di non riconoscere le conferenze episcopali. Per la Bulgaria i buoni rapporti con il Vaticano, guadagnati con fatica in precedenza, iniziarono a raffreddarsi anche a seguito dell’attentato a Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981, attribuito a una Bulgarian connection per il “caso Antonov” sospettato di coinvolgimento nell’attentato.
Dopo il crollo del muro di Berlino nel novembre 1989, anche la Bulgaria è entrata nel novero dei paesi dell’Europa orientale che hanno decretato la fine dei regimi del “socialismo reale”, avviandosi verso un nuovo assetto politico e sociale. Il vescovo dei cattolici di rito bizantino-slavo in Bulgaria, Metodi Stratiev, definì «un’alba di libertà» gli avvenimenti seguiti al 10 novembre, aggiungendo la testimonianza importante che «grazie a Dio la nostra situazione nel dopoguerra non è stata tragica, a differenza di quanto è accaduto ai nostri fratelli in Romania e in Ucraina, ma naturalmente abbiamo avuto moltissime difficoltà. Malgrado fosse stato abolito lo statuto della nostra Chiesa, ci hanno tacitamente lasciato vivere, anche se non avevamo nessuna personalità giuridica. Ora, con il nuovo corso, dopo le annunciate riforme, cominciamo a sperare che anche per noi possano venire giorni migliori. Qualche fatto già ci conforta». Infatti, le nuove autorità bulgare avevano avanzato richiesta di stringere rapporti diplomatici ufficiali con la Santa Sede, che vengono definitivamente stabiliti il 6 dicembre 1990. Nel 1991 il cardinale Agostino Casaroli, segretario di Stato, incaricò padre Georgi Eldarov, già visitatore apostolico dei bulgari cattolici all’estero, di recarsi in Bulgaria con la mansione di chargé d’affaires pro-tempore (25 maggio), al fine di preparare il terreno all’arrivo del nunzio designato, monsignor Mario Rizzi, e di recuperare l’antica sede della Delegazione apostolica, in via 11 agosto a Sofia, requisita dalle autorità bulgare per destinarla a sede dell’Associazione nazionale della stampa. L’anno successivo viene aperta l’ambasciata della Bulgaria presso la Santa Sede. Il 4 marzo 1990 «La Stampa» pubblica la notizia che la Conferenza episcopale bulgara ha ottenuto dal governo l’assenso per rivolgere a Giovanni Paolo II un invito a recarsi in Bulgaria. Così, in poco più di un decennio, si realizza, dal 23 al 26 maggio 2002, la storica visita del Papa slavo in Bulgaria, che, senza dubbio, rimane l’evento più importante che segna i nuovi rapporti tra la Santa Sede e la Bulgaria.
La finalità chiaramente pastorale ed ecumenica che Giovanni Paolo II ha inteso esprimere con i suoi atti e con le sue parole visitando la Bulgaria può essere individuata nelle sue stesse parole, rivolte alla delegazione bulgara ricevuta in Vaticano l’11 maggio 2002, in occasione della festa dei santi Cirillo e Metodio: «Anche se la mia visita nel vostro paese avrà uno scopo pastorale, quello di confermare i miei fratelli e le mie sorelle cattolici nella fede, è anche mio fervido desiderio rafforzare i vincoli di comunione cristiana tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa bulgara. Il nostro incontro aiuterà di certo la Bulgaria a consolidare le sue basi cristiane in un momento in cui è finito il vecchio ordine e sta prendendo forma una nuova vita per il paese. Sarebbe un servizio reso dalle Chiese al continente europeo che cerca di edificare una nuova unità, attingendo abbondantemente alle ricchezze sia dell’Oriente sia dell’Occidente». Queste intenzioni del Papa hanno trovato in Bulgaria larga esplicitazione soprattutto attraverso i suoi sette discorsi pronunciati negli incontri ufficiali, uniti alla piena disponibilità di voler avvicinare e ascoltare tutti; anche in tale circostanza gli interlocutori non hanno potuto non rilevare l’atteggiamento umile e semplice del Vescovo di Roma, quanto mai «appassionato» di vedere la ricomposizione dell’unità visibile del Corpo del Signore e la realizzazione di un’unione dei popoli europei non dimentichi dei valori più autenticamente umani e spirituali.
Ricordando, sin dal primo discorso (23 maggio), che la Bulgaria «si trova a fare da ponte tra l’Europa orientale e l’Europa del sud» e che «il cristianesimo è alle radici stesse della storia e della cultura di questo paese», il Papa sottolineò che l’impegno quotidiano della Chiesa cattolica in Bulgaria è quello di «contribuire a conservare e a sviluppare il patrimonio di valori spirituali e culturali di cui il paese va fiero». La cultura, quale espressione incarnata nella storia dell’identità di un popolo, fu il tema di un altro intervento nel quale Giovanni Paolo II evocò ampiamente l’opera dei fratelli Cirillo e Metodio, «apostoli della fede» e «apostoli della cultura» dei popoli slavi, con il loro contributo eminente al formarsi delle comuni radici cristiane dell’Europa. Nel discorso rivolto al patriarca Maxim e al santo sinodo ortodosso, definì l’incontro «segno di una progressiva crescita nella comunione ecclesiale»; ciò tuttavia, aggiunse il pontefice, «non può distoglierci da una franca constatazione: Cristo Signore ha fondato la Chiesa una e unica, ma noi, oggi, ci presentiamo al mondo divisi come se Cristo stesso fosse diviso», fatto che «non solo contraddice apertamente la volontà di Cristo, ma è anche di scandalo al mondo e danneggia la santissima causa della predicazione del Vangelo a ogni creatura (Unitatis redintegratio, n. 1)». Un terreno di comune impegno per cattolici e ortodossi, in Europa, è anche quello di lavorare insieme per la difesa dei diritti dell’uomo e della cultura della vita. Nell’ultimo incontro con i giovani, a Plovdiv il 26 maggio, ricordando l’esempio di fedeltà al Vangelo testimoniata dai tre martiri beatificati nella mattina, il Papa incoraggiò i giovani, «porta del futuro», a non cercare scorciatoie verso la felicità ma ad essere, nello spirito del Vangelo, il sale della terra e la luce del mondo: soltanto seguendo Gesù Cristo essi potranno scoprire tutte le potenzialità della loro giovinezza per il significato pieno dell’esistenza e realizzare «la bellezza di una vita vissuta come dono gratuito, motivato unicamente dall’amore».
Nel 2015 è ricorso il venticinquesimo anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Bulgaria, che si inseriscono idealmente nel solco tracciato, in epoche diverse, da protagonisti eccezionali: i santi Cirillo e Metodio, san Giovanni XXIII e san Giovanni Paolo II, i quali hanno contribuito a mantenere e a sviluppare i reciproci legami morali, spirituali e culturali. Questi grandi apostoli del mondo, intrepidi della verità e artefici di una comunità fraterna, hanno invitato tutti gli uomini di buona volontà, ma soprattutto i cristiani d’Oriente e d’Occidente, a camminare insieme, nell’unità della fede e nel rispetto delle legittime diversità, e ad accogliersi e a sostenersi a vicenda come membra dell’unico Corpo di Cristo (cfr. Novo millennio ineunte, 46) per andare avanti con speranza, affinché lo stesso spirito di comunione, effuso a Pentecoste, spinga tutti a ripartire, con rinnovato entusiasmo, all’inizio di una nuova stagione. «La stagione — come ha ribadito Papa Francesco durante il Regina Caeli di domenica 24 maggio 2015 — della testimonianza e della fraternità».