In Libano sinodo della Chiesa greco-melkita
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- Creato: 18 Giugno 2014
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Il punto lo ha fatto lo stesso patriarca Gregorios III Laham nel suo discorso inaugurale: «Il Libano è in crisi, la presidenza della Repubblica vacante, l’amato Iraq è di nuovo a ferro e fuoco, speriamo che l’Egitto ritrovi rapidamente la stabilità e la sicurezza con il nuovo presidente. Che dire della Siria che è nel suo quarto anno di una crisi sanguinosa, vera via crucis di tutto un popolo, di un Paese dove l’uomo e la pietra sono devastati. Novantuno chiese, delle quali trentasette greco-melkite cattoliche, sono state distrutte o danneggiate», ha raccontato con amarezza sua beatitudine, precisando che i vescovi delle eparchie siriane presenteranno durante il sinodo rapporti dettagliati della situazione sul territorio. «Bisogna — ha esortato — che la nostra Chiesa in Oriente come nella diaspora sia solidale, vicina ai fratelli siriani, alla nostra Chiesa che è in Siria affinché possa continuare ad avere il suo ruolo e il suo spazio per ricostruire gli uomini e la pietra». Laham ha poi sottolineato «le sofferenze dei nostri fratelli di Terra Santa e il conflitto israelopalestinese, crisi madre di tutte le crisi della regione», e ha ringraziato Papa Francesco per la sollecitudine, gli appelli e le iniziative per la pace nella regione e in ciascun Paese, oltre alla Congregazione per le Chiese orientali e alle associazioni cristiane per il sostegno e la vicinanza. «Durante il viaggio del Santo Padre in Terra Santa gli abbiamo consegnato ad Amman un documento, firmato da sette patriarchi cattolici orientali, con la richiesta di fissare la celebrazione della Pasqua in un’unica data», ha ricordato il patriarca di Antiochia dei GrecoMelkiti, aggiungendo che «al centro delle difficoltà restiamo a fianco del nostro popolo, al quale diciamo con Papa Francesco di “non lasciare mai spegnere la fiamma della speranza”, ripetendo con lui “non perdiamo mai il coraggio della preghiera”. La nostra pastorale e il più grande dei nostri impegni consistono oggi nel conservare e preservare la nostra presenza e il nostro ruolo per restare sale e lievito in questa terra che è la nostra», malgrado «le crisi, le guerre, la crescita del fondamentalismo e del rifiuto dell’altro».
© Osservatore Romano - 19 giugno 2014