È morto il cardinale Delly
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- Creato: 09 Aprile 2014
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Il cardinale iracheno Emmanuel III Delly, patriarca emerito di Babilonia dei Caldei, è morto mercoledì mattina, 9 aprile, in un ospedale di San Diego, negli Stati Uniti d’Am e r i -ca, all’età di 87 anni. Il compianto porporato era infatti nato in Iraq, a Telkaif, arcieparchia di Mossul dei caldei, il 27 settembre 1927, ed era stato ordinato sacerdote il 21 dicembre 1952. Eletto alla Chiesa titolare di Paleopoli di Asia il 7 dicembre 1962 con l’incarico di ausiliare del patriarca caldeo, aveva ricevuto l’ordinazione episcopale il 19 aprile 1963. Il 6 maggio 1967 era stato promosso alla Chiesa titolare arcivescovile di Kaškar mantenendo l’incarico di ausiliare. Il 19 ottobre 2002 aveva presentato le dimissioni per raggiunti limiti di età, ma il 3 dicembre 2003 era stato eletto patriarca di Babilonia, nel drammatico momento storico attraversato dal suo Paese, dove nel mese di marzo era stata scatenata la guerra. Lo stesso 3 dicembre aveva chiesto ed ottenuto da Giovanni Paolo II l’«ecclesiastica communio». Da Benedetto XVIera stato poi creato cardinale nel concistoro del 24 novembre 2007. Il 19 dicembre 2012 aveva rinunciato al governo pastorale della Chiesa caldea.Ha servito la Chiesa caldea per oltre sessant’anni, partecipando al concilio Vaticano II e attraversando periodi particolarmente difficili, come quelli seguiti alla rivoluzione del 1958 e alle guerre degli ultimi decenni sul suolo dell’Iraq. Nel ricordo del suo successore, l’attuale patriarca Louis Raphael I Sako, c’è tutta la statura pastorale del cardinale Emmanuel III Delly: prima come sacerdote, poi come vescovo e infine come patriarca è rimasto accanto al popolo iracheno, non ha abbandonato il suo gregge, pregando per i fedeli, aiutandoli e incoraggiandoli anche quando i cristiani sono stati vittime di violenti attacchi terroristici che hanno provocato numerosi morti, e anche a motivo dei conflitti, un massiccio esodo verso altre terre. Era nato in Telkaif, arcieparchia di Mossul dei Caldei, il 27 settembre 1927 ed era stato battezzato il 6 ottobre dello stesso anno. Laureatosi in sacra teologia alla Pontificia Università Urbaniana e in diritto canonico alla Pontificia Università Lateranense, aveva conseguito anche la licenza in filosofia all’Urbaniana. Ordinato sacerdote il 21 dicembre 1952 dal cardinale Pietro Fumasoni Biondi a Roma, nel Pontificio Collegio Urbano, era rientrato a Baghdad come segretario del patriarca il 30 dicembre 1960. Eletto alla Chiesa titolare di Paleopoli di Asia il 7 dicembre 1962 con l’incarico di ausiliare del patriarca Paul II Cheikho, Giovanni XXIIIlo aveva confermato il 26 dicembre 1962. Aveva ricevuto l’ordinazione episcopale il 19 aprile 1963. Da quell’anno, come vescovo, era divenuto membro del concilio Vaticano II, al quale aveva partecipato in precedenza come perito. Il 6 maggio 1967 era stato promosso alla Chiesa titolare arcivescovile di Ka škar, mantenendo l’incarico di ausiliare del patriarca di Babilonia dei Caldei. Era stato consultore della commissione di revisione del Codice dei canoni delle Chiese orientalie della commissione per i rapporti con l’islam del Segretariato per i non cristiani (ora Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso). Il 19 ottobre 2002 aveva presentato le dimissioni per raggiunti limiti di età dall’incarico di ausiliare del patriarca. Il 3 dicembre 2003 era stato eletto dai vescovi caldei patriarca di Babilonia, un ruolo particolarmente importante e delicato nel drammatico momento storico attraversato dal suo Paese. In quelle circostanze, il 2 e il 3 dicembre Giovanni PaoloII aveva convocato il Sinodo dei vescovi della Chiesa caldea nel Palazzo apostolico. Al termine dell’incontro — presieduto dal cardinale Ignace MoussaI Daoud, allora prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali — i padri caldei, in un clima di serenità e di concordia, avevano scelto il loro patriarca, che aveva preso il nome di Emmanuel III Delly. Lo stesso 3 dicembre aveva chiesto e ottenuto dal Papa l’ecclesiastica communio. Nell’occasione il patriarca, anche in qualità di presidente dell’assemblea dei vescovi cattolici iracheni, volle ribadire la fedeltà della Chiesa caldea al successore di Pietro e assicurare il suo personale impegno nel cammino verso l’unità della Chiesa, pur nella complessa situazione in cui si trovavano e si trovano tuttora il Medio Oriente e l’Iraq in particolare. Il 21 dicembre, a Baghdad, avvenne la solenne intronizzazione nella pro cattedrale patriarcale di San Giuseppe. Il suo ministero si svolse tra numerose difficoltà. Nell’agosto 2004 aveva vissuto la dolorosa esperienza degli attacchi ai luoghi di culto di Baghdad e di Mossul. Nell’ottobre 2005 aveva partecipato all’XIassemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi. D all’8 al 12 novembre 2005 aveva presieduto a Roma il Sinodo speciale dei vescovi caldei, al termine del quale c’era stata l’udienza di Benedetto XVI. Nel salutare il Pontefice, il patriarca aveva motivato la scelta della sede romana con la «tragica situazione che attraversa il nostro martoriato Paese, dove è nato il nostro padre Abramo, a Ur dei Caldei». Agli inizi dell’aprile 2006, insieme con tutti i vescovi iracheni, aveva rivolto un appello ai fedeli, ai credenti e agli uomini di buona volontà, affinché nei giorni 2 e 4 si unissero nella preghiera e nel digiuno per chiedere a Dio il dono della pace e della concordia in Iraq e nel mondo intero. Papa Ratzinger, da parte sua, invitò tutti ad aderire all’iniziativa dei fratelli «di quel martoriato Paese». A fine settembre 2006, durante un incontro con il Papa, il patriarca di Babilonia dei Caldei riferì sugli enormi problemi che si trovava ad affrontare quotidianamente tutta la popolazione dell’Iraq, dove cristiani e musulmani vivono insieme da quattordici secoli come figli della stessa terra. Pochi mesi dopo, il 3 giugno 2007, padre Ragheed Aziz Ganni e i tre suddiaconi, Basman Yousef Daoud, Ghasan Bidawid e Wahid Hanna, venivano uccisi dopo avere terminato la celebrazione eucaristica nella Chiesa caldea del Santo Spirito a Mossul. Creato cardinale da BenedettoXVI nel concistoro del 24 novembre di quell’anno, in un’intervista al nostro giornale aveva commentato la decisione del Pontefice come «un onore per tutto il Paese, per tutti gli iracheni senza distinzioni. Il Signore ci ha dato il dono dell’intelligenza per parlarci gli uni con gli altri, per dialogare, perché finché non c’è pace non c’è sicurezza». E aggiungeva «Vorrei fosse chiaro che non c’è persecuzione verso i cristiani in quanto tali, ma verso il popolo iracheno, perché le autobombe ammazzano cristiani e musulmani, indifferentemente, senza guardare all’etnia o alla religione. Le sofferenze dei cristiani sono quelle dei musulmani e viceversa. Sono state distrutte non solo chiese ma anche moschee». Proseguendo su questa strada di dialogo, aveva rilanciato un appello di pace, fratellanza e amore anche durante i funerali di monsignor Paulos Faraj Rahho, l’arcivescovo di Mossul dei Caldei sequestrato il 29 febbraio 2008 e trovato morto il successivo 12 marzo. E la sua voce era tornata a denunciare le sofferenze del popolo iracheno al Sinodo dei vescovi dell’ottobre 2008 e, soprattutto, nell’assemblea speciale per il Medio Oriente dell’ottobre 2010, del quale fu presidente delegato ad h o n o re m . Il 19 dicembre 2012 aveva rinunciato al governo pastorale della Chiesa caldea. Poco dopo si era ritirato a vivere in California.
© Osservatore Romano - 10 aprile 2014