Un futuro in Iraq per i giovani profughi

Galantino Erbil TV2000ERBIL, 9. «Abbiamo voluto dare a tanti giovani perseguitati fuggiti dalle loro terre la possibilità di costruire qui il loro futuro, di crearsi una professionalità e di non sentirsi persone parcheggiate. E l’università è un piccolo segno». Con queste parole — rilasciate a Tv2000 — il segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), Nunzio Galantino, ha spiegato il profondo significato dell’inaugurazione, ieri, dell’università cattolica di Erbil, in Iraq.
L’ateneo, che darà ai giovani profughi della piana di Ninive e di Mosul la possibilità di completare il percorso formativo, è stato costruito con i fondi dell’8xmille e grazie all’aiuto dell’Université Saint-Esprit di Kaslik, istituita nel 1950 in Libano dall’Ordine libanese maronita. I fedeli italiani, ha detto ancora monsignor Galantino, «devono sapere che attraverso la loro generosità la Cei ha portato i soldi fino in Iraq per sostenere i cristiani e tantissima gente perseguitata. La Chiesa in Italia sta aiutando queste persone non solo tramite sostegni diretti, ma anche grazie al lavoro di molte organizzazioni appoggiate dai vescovi italiani». Il vescovo segretario generale — informa un comunicato della Cei — conclude oggi una missione nel Kurdistan iracheno cominciata domenica scorsa. Insieme a don Francesco Antonio Soddu, direttore nazionale di Caritas Italiana, ha visitato il piccolo villaggio cristiano di Enishke, sulle montagne fra Zakho e Dohuk. Con loro il parroco locale, padre Samir Yousif, il quale ha chiesto «più che mai misericordia». La loro presenza è stata vissuta come un momento di sollievo per la comunità di profughi yazidi. «Il Papa», ha ricordato Galantino a margine di una cerimonia durante la quale a Enishke è stata aperta la porta santa, «ci ha ricordato più volte in questo periodo che la porta santa non è solo quella delle cattedrali o dei santuari, ma sono tutte quelle porte in cui si entra in storie diverse e faticose come quelle dei bambini, delle donne e degli uomini che abbiamo incontrato qui». Per il futuro, ha concluso il presule, «mi auguro che nel cuore di colore che hanno in mano le sorti di queste persone sorga il desiderio di mettere fine alle persecuzioni e alle sofferenze di tanti uomini, donne e bambini. Colpisce vedere i volti e i piedi affaticati di questa gente. Non dobbiamo lasciarli soli. La Chiesa in Italia sta facendo tanto, ma dobbiamo fare molto di più».

© Osservatore Romano - 9-10 dicembre 2015