Volontà comune di operare per la pace
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- Creato: 13 Settembre 2014
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GERUSALEMME, 13. All’indomani dell’incontro, a Washington, fra il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e una delegazione di rappresentanti delle Chiese orientali, una ventina di vescovi statunitensi in pellegrinaggio in Terra santa, accompagnati da responsabili del Catholic Relief Service, si sono riuniti ieri, venerdì, con sua beatitudine Fouad Twal nella sede del patriarcato di Gerusalemme dei Latini. «Penso che tutti i vescovi siano invitati a sentirsi corresponsabili della comunità cristiana di questa regione, culla del cristianesimo», ha detto Twal, ricordando le due dimensioni indissociabili della Chiesa di Gerusalemme: «Chiesa della Resurrezione ma anche Chiesa del Calvario, della Croce», che sta in mezzo ai problemi politici o che si confronta con l’emigrazione all’estero dei fedeli o con sfide importanti come quella dell’accoglienza di più di un milione di rifugiati siriani nella diocesi in Giordania. «Accettiamo la nostra croce. Il calvario non è lontano dal Sepolcro vuoto. Non cesseremo mai di sperare e di lavorare per la pace di tutti», ha aggiunto il patriarca. All’incontro erano presenti, fra gli altri, monsignor William Hanna Shomali, vescovo ausiliare e vicario generale di Gerusalemme dei Latini, padre Faysal Hijazen, direttore delle scuole del patriarcato, padre Raed Abusahlia, direttore di Caritas Gerusalemme, e padre Jorge Hernandez, parroco di Gaza. La visita dei vescovi statunitensi, giunti in Terra santa mercoledì scorso, si concluderà il 19 settembre. La delegazione è composta da diciotto presuli, guidati dal vescovo di Des Moines, Richard Edmund Pates, presidente della Commissione episcopale per la giustizia e la pace internazionale. Un pellegrinaggio sui passi di Papa Francesco, per condividere le sofferenze, le sfide dei cristiani della regione, e unirsi a loro nella preghiera. «Il nostro pellegrinaggio — ha dichiarato monsignor Pates — non poteva arrivare in un momento più critico. Il conflitto in corso, ultimo di troppi cicli di violenza, ha seriamente intaccato la speranza per la pace in Terra santa. Ora più che mai c’è bisogno di pregare». La delegazione americana visiterà Gerusalemme, Nazareth e Betlemme. Sono previsti momenti di preghiera insieme a leader religiosi cristiani, musulmani ed ebrei. Giovedì scorso, 11 settembre, per la prima volta nella storia tre patriarchi cattolici, un patriarca e un catholicos ortodossi e altri rappresentanti religiosi sono stati ricevuti tutti insieme alla Casa Bianca dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Quaranta minuti per confrontarsi sulla drammatica situazione nel Vicino oriente e per avere rassicurazioni sulla protezione delle minoranze religiose, in particolare dei cristiani. All’incontro hanno partecipato il patriarca di Antiochia dei Maroniti, cardinale Béchara Boutros Raï, il patriarca di Antiochia dei Greco-Melkiti, Gregorios III Laham, il patriarca di Antiochia dei Siri, Ignace Youssif III Younan, il patriarca siro ortodosso di Antiochia, Ignatius Aphrem II , e il catholicos di Cilicia della Chiesa apostolica armena, Aram I . Con loro l’arcivescovo di New York e di tutta l’America del Nord della Chiesa cristiana ortodossa antiochena, metropolita Joseph, il vescovo generale della Chiesa ortodossa copta di Alessandria, Angaelos, e il vescovo emerito di Saint Thomas the Apostle of Detroit dei Caldei, monsignor Ibrahim Namo Ibrahim. Obama era accompagnato dal consigliere per la sicurezza nazionale, Susan Rice, e dal presidente dell’organizzazione In Defense of Christians, Toufic Baaklini. «È stato un buon incontro», ha dichiarato il cardinale Raï alla catena televisiva libanese Lbci, secondo quanto riferisce L’Orient-Le Jour. «Il presidente Obama ci ha sorpreso per la sua presenza e per aver realmente ascoltato i patriarchi orientali. Abbiamo parlato con lui di diverse questioni: la presidenza libanese, il sostegno all’esercito libanese, e ci ha promesso di vigilare affinché il Libano sia sempre protetto dalle ripercussioni delle crisi regionali», ha detto il porporato, aggiungendo che «i patriarchi d’Oriente hanno percepito che Obama ha sulle sue spalle il peso della regione, che è pienamente consapevole del pericolo rappresentato dallo Stato islamico ed è intenzionato sul serio a sostenere le minoranze attraverso un piano sul quale sta lavorando. E ha insistito sulla necessità che i cristiani ritornino nei loro Paesi». Il giorno prima, mercoledì, si era svolto un ricevimento sul tema della solidarietà, al quale era presente Gilbert Ramez Chagoury, diplomatico, esperto di questioni medio-orientali: «Oggi — ha affermato — il Vicino oriente è di nuovo a un bivio. Il fiume di massacri, il flusso costante di sfollati e la portata della sofferenza umana continuano. Siamo qui uniti a difesa della libertà religiosa di tutte le persone di tutte le regioni, in modo che possano vivere nella pace, nella prosperità e nella dignità. Abbiamo chiesto ad alcuni membri del Congresso di venire in aiuto in questo campo attraverso una legislazione che sia a favore dei diritti umani e dia sollievo a feriti e sfollati. In tale contesto, chiediamo alla comunità internazionale di istituire un tribunale per indagare e intervenire con decisione non solo nei confronti degli assalitori ma anche degli individui e dei governi che li finanziano e li proteggono». Sulla stessa lunghezza d’onda il patriarca di Antiochia dei Maroniti: «Gli abusi terribili subiti dai cristiani ci hanno spinto tutti insieme a organizzare questo vertice al fine di creare le condizioni per garantire che la pace e l’armonia prevalgano tra le diverse religioni e i gruppi etnici che da secoli vivono nella regione». Per due giorni — ha concluso Baaklini — «abbiamo dimostrato l’unità di opporci al genocidio subito dai cristiani e da persone di altre fedi, siamo riusciti a superare confini geografici e politici».© Osservatore Romano - 14 settembre 2014