Una tragedia che interpella tutti
- Dettagli
- Creato: 10 Settembre 2014
- Hits: 1141
Intervento del prefetto della Congregazione per le Chiese orientali sulla situazione in Iraq e SiriaUna delle forme di violenza più esecrabili appresa dalla diffusione delle informazioni dei militanti dell’autoproclamato califfato è «il barbaro indottrinamento di bambini di circa dieci anni, costretti a inneggiare contro i presunti nemici e a imbracciare le armi in un’età in cui dovrebbero poter giocare e frequentare la scuola primaria con i loro coetanei». È la forte denuncia fatta dal cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, il quale è intervenuto alla giornata inaugurale dell’incontro dell’associazione In difesa dei cristiani, martedì pomeriggio, 9 settembre, a Wa s h i n g t o n . Davanti a patriarchi, a numerosi rappresentanti cattolici e ortodossi, e a esponenti del mondo politico e sociale del Medio oriente, il porporato ha colto l’occasione per rinnovare la richiesta che ogni sostegno politico, economico e militare diretto o indiretto ai terroristi del cosiddetto Stato islamico (Is) «sia esplicitamente rigettato».
E ha invitato a rompere il «diffuso silenzio che avvolge il conflitto in Siria», riferendosi in particolare alla tragedia delle ragazze prelevate dai campi profughi e inviate come “m e r c e” in alcuni Paesi. Di fronte a questi drammatici avvenimenti il cardinale ha messo in guardia dal rischio di alimentare «la teoria dello scontro delle civiltà» o della guerra religiosa. «Non condivido questa posizione, e anzi chiedo che non prevalga mai» ha affermato. In effetti, ha aggiunto, «alcuni intendono distruggere in questi mesi non tanto una cultura cristiana “straniera” rispetto a una nativa cultura araba islamica, bensì, purtroppo, la chiara realtà di una convivenza culturale rispettosa e proficua». In Siria e in Iraq, dopo i grandi imperi assiro, babilonese e persiano — ha osservato — «da due millenni la presenza cristiana in tutte le sue manifestazioni è un elemento costitutivo, e, dopo sei secoli, quella musulmana, anch’essa secondo le differenti partizioni confessionali. Lo stesso è per la presenza religiosa ebraica, che ha preceduto il cristianesimo e continua fino ai nostri giorni in alcuni contesti mediorientali in termini tanto consistenti ed evidenti». L’Occidente, è l’avvertimento del cardinale, spesso «cade nella trappola di considerare la cultura araba come integralmente musulmana — dimenticando che la maggior parte dei credenti islamici non è di lingua e cultura araba». Inoltre, ha detto, nei libri di testo, è ricordato spesso il passaggio all’Occidente dell’aristotelismo, «grazie alla mediazione della filosofia araba e islamica, ma quasi nulla si dice del precedente e indispensabile lavoro svolto dai monaci cristiani di lingua siriaca che tradussero dal greco all’arabo le opere dei giganti del pensiero ellenico». Un altro aspetto della denuncia è quello riguardante gli immensi interessi economici che stanno dietro i conflitti. Tra questi, il commercio di armi, il controllo dei pozzi petroliferi e dei giacimenti di gas, la sicurezza degli oleodotti e dei gasdotti, la supremazia di un’area commerciale su un’altra. E questo avviene non solo in Medio oriente ma anche nell’est dell’Europa e in altre regioni del mondo. Si tratta, ha fatto notare, della cultura dello scarto, spesso stigmatizzata da Papa Francesco: «Di fronte all’interesse economico personale, di fronte alla propria idea, l’altro con la sua vita e la sua dignità inviolabile diventa secondario, può essere addirittura annientato o almeno non considerato. Invece, l’altro — ha detto — è persona umana ab origine , e non già perché lo Stato, la Costituzione o qualsiasi altro gruppo glielo debba riconoscere». Bisogna perciò, ha proseguito, che siano le Nazioni Unite «a diventare sempre più e in modo trasparente il luogo delle determinazioni in cui tutti i popoli non solo proclamino bensì difendano concretamente con risoluzioni e azioni adeguate la dignità dei cristiani del Medio oriente, insieme a quanti appartengono a ogni altra minoranza». Riprendendo quanto aveva già dichiarato Papa Francesco, il cardinale ha detto che va fermata l’ingiusta aggressione e che nelle decisioni riguardo ai mezzi da adoperare va coinvolta la comunità internazionale, compresi i Paesi arabi e musulmani. Il porporato poi ricordato la distruzione della moschea del profeta Giona, «luogo simbolo per tre grandi monoteismi», fatta saltare in aria a Ninive, l’odierna Mossul. «Con forza ripetiamo insieme ai nostri fratelli — ha detto — che il loro ritorno in quella città e nelle loro terre deve essere assicurato, pena la dissoluzione di una società che per secoli è stata capace di convivenza reciproca». Nella mattinata, il cardinale era stato invitato dall’arcivescovo Joseph Edward Kurtz, presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti d’America, a intervenire ai lavori del consiglio permanente. In quell’occasione il porporato ha riferito sulla situazione irachena, che è «tuttora di emergenza estrema: gli sfollati della piana di Ninive necessitano di generi di prima necessità per garantirne l’accoglienza e la sussistenza, a Erbil e a Baghdad». Inoltre, non meno urgente è la necessità di «mettere in atto ogni tentativo per sostenere il rientro nelle proprie case o, almeno, la loro ricollocazione in altre zone più sicure del Paese». Il cardinale Sandri ha poi ammesso di ben comprendere che «nessuno possa essere costretto a rimanere» ma ha rilanciato l’appello più volte espresso dal patriarca caldeo Louis Raphaël I Sako «a non far fuggire i cristiani dall’Iraq, pena un futuro per il Paese ancora più destabilizzato». Le Chiese, che tanto sono state protagoniste nella diffusione del Vangelo in epoca apostolica, ha detto, «sono scosse nelle fondamenta e nella stessa possibilità di esistenza». Infatti «conosciamo le fatiche di quella di Gerusalemme e siamo sempre più consapevoli che una pace duratura in Terra santa contribuirebbe non poco alla stabilità di tutto il Medio oriente». Così come, ha concluso, «vediamo il dramma di quella di Antiochia», mentre «temiamo quasi la perdita della presenza attiva di quella di Babilonia dei Caldei, che sin dalla primitiva sede di Seleucia-Ctesifonte, ove i missionari giunsero da Antiochia, assunse un ruolo chiave per l’est». Se queste Chiese, «che sono madri storiche della missione evangelica, sono scosse sin nelle fondamenta, noi come figli non possiamo tacere».
© Osservatore Romano - 11 settembre 2014