Il prussiano che scrisse a Hitler

1 mani verso il cielo mediodi ANNA FOA

L’ ultimo libro di Gabriele Nissim, La lettera a Hitler. Storia di Armin T. Wegner, combattente solitario contro i genocidi del Novecento (Milano, Mondadori, 2015, pagine 304, euro 20), racconta la storia di un personaggio singolare, lo scrittore tedesco Armin Theophil Wegner, riconosciuto nel 1967 Giusto fra le nazioni in Israele e dichiarato nel 1996 Giusto anche dagli armeni. Uno scrittore assai noto nella Germania degli anni Venti, poi morto nel 1978 a Roma a novantun anni quasi dimenticato. Una storia affascinante e straordinaria, che Nissim ci racconta con grande piglio narrativo e che si fa leggere come un romanzo, tutta d’un fiato.
Eppure, la storia di Armin Wegner è tutta vera e le vicende narrate in queste pagine sono basate su una ricca documentazione, sui documenti d’archivio, sulle lettere contenute negli archivi di famiglia, sugli scritti di Johanna WernickeRothmayer, che gli ha fatto da segretaria negli anni Sessanta a Roma. È anche la storia di un uomo del Novecento, che ha attraversato mondi diversi, contesti diversi, che ha partecipato di ideologie diverse: il secolo della prima guerra mondiale e dello sterminio armeno, del nazismo, del comunismo, della Shoah, della riflessione su colpa e memoria. Il Novecento che la vita di Wegner ci disvela non risponde però perfettamente alla vulgata. Siamo di fronte a un personaggio anomalo, che utilizza armi che nessun altro ha utilizzato, che passa da esperienze inconsuete in maniera originale. Armin Wegner nasce da una famiglia dell’aristocrazia prussiana, si accosta giovanissimo agli strati più umili della società per sperimentarne la sofferenza, giungendo a fare lo scaricatore di porto. Pacifista convinto, nel 1915 partecipa alla guerra come infermiere, non come combattente. Mandato sul fronte orientale, assiste allo sterminio degli armeni fotografandone le vicende. Le immagini da lui scattate sono le prime a essere messe in mostra, suscitando polemiche e dibattiti. Nel 1916 fu rimpatriato, dopo essere stato degradato a soldato semplice per le sue posizioni contro la guerra e a favore degli armeni. Durante gli anni della Repubblica di Weimar diventa uno scrittore noto, pubblica saggi e poesie. Denuncia pubblicamente la tragedia armena e scrive una lettera a Wilson per chiedere di riparare alle ingiustizie subite da quel popolo. Distingue, in un’epoca in cui ancora era ben difficile farlo, tra le terribili violenze della guerra e lo sterminio, anticipando l’idea, se non il nome, di genocidio. E ancora distingue con forza fra la volontà di massacro dei responsabili e le responsabilità del popolo turco nel suo insieme. È, come sottolinea Nissim, il preludio a quello che sarà il suo tormento principale negli anni del nazismo, tentare di salvare l’onore del suo Paese, della Germania che tanto amava. Aderisce all’idea comunista e viaggia nell’Urss, per rendersi conto ben presto delle tendenze totalitarie della società sovietica e delle terribili ingiustizie che vi si compiono. Nel frattempo sposa un’e b re a , Lola Landau, e ne ha una figlia. Nel 1933, pochi mesi dopo l’avvento al potere del nazismo, scrive una lettera a Hitler in cui gli chiede di rinunciare alla politica antisemita non solo per gli ebrei ma anche per il destino stesso della Germania: «Protegga la Germania proteggendo gli ebrei». Viene arrestato, torturato, mandato in diversi campi di concentramento fino a che non si arrende con un lungo tortuoso memoriale di fedeltà al nazismo che gli consente di essere liberato. Più tardi, già in Italia, divorzierà da Lola, la moglie ebrea. La storia di questo amore è straordinaria, e non è solo una storia privata ma la dimostrazione di come il nazismo potesse condizionare in modo totalmente diverso la storia di un’e b re a e di un non ebreo, anche se antinazista. Lola Landau, infatti, di fronte al nazismo si avvicina al sionismo e sceglie infine la Palestina. Nonostante la forza del loro legame, non riuscirà a portarvi Armin, diffidente di qualsiasi nazionalismo, anche di quello degli ebrei, e ormai rifugiato in Italia, a Positano. Nel dopoguerra, Wegner continuerà a vivere in Italia, ponendosi continuamente il problema della “colpa” tedesca, scrivendo e riflettendo, a fianco di una nuova moglie, anch’essa di origine ebraica. Per poterlo riconoscere come Giusto, dal momento che nessun ebreo si è salvato grazie ai suoi sforzi, il giudice Bejski nel 1967 ha fatto passare il principio che il riconoscimento poteva essere dato anche a chi avesse solo tentato di salvare degli ebrei senza riuscirvi. Cioè, per la lettera da lui scritta a Hitler, atto di coraggio straordinario compiuto, tra tutti i tedeschi, solo da lui. Il percorso di Wegner è complesso. A guidarlo, quasi in ogni momento, i principi pacifisti e il riconoscimento della giustizia. Ma vi sono anche altri elementi. Il tentativo disperato di salvare l’anima alla Germania distinguendola da quella nazista lo porta a non pochi compromessi durante gli anni nazisti, come il divorzio da Lola e l’abiura nel campo di concentramento. Anche sulla questione armena, Wegner inizialmente tenta di differenziare le responsabilità e di salvare l’immagine dei Giovani Turchi, in cui aveva creduto, distinguendola da quella dei responsabili delle stragi. Negli ultimi anni, dopo la Shoah, la sua riflessione è tutta centrata sulla colpa tedesca rispetto al nazismo. Questo figlio dell’aristo crazia prussiana, pacifista, comunista poi pentito, filosemita, amava disperatamente il suo Paese, pur odiando ogni nazionalismo, in particolare quello tedesco che lo concerneva più da vicino. Amava forse ancor più il genere umano e la giustizia. E proprio perché il suo percorso è stato diverso da quello di tanti altri protagonisti del suo tempo, è stato a lungo dimenticato. Poi, il lento riconoscimento, la riscoperta delle sue fotografie, del suo ruolo di testimone e difensore dei diritti umani. E ora questo ritratto di Gabriele Nissim a tutto tondo, vivacissimo e pieno di freschezza.

© Osservatore Romano - 5-6 giugno 2015