Nessuna alleanza fra religione e violenza
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- Creato: 10 Gennaio 2013
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PARIGI, 10. Martedì sera il grande anfiteatro della Sorbona ha aperto le sue porte per l’inizio delle cele-brazioni per il cinquantesimo anni-versario del Centre communautaire de Paris, spazio culturale divenuto punto di riferimento per tutti coloro che, nella capitale francese, deside-rano approfondire la conoscenza della lingua e della cultura ebraica. Dopo i saluti di David de Ro-thschild, presidente della Fondazio-ne per la memoria della Shoah, e i discorsi di François Weil, rettore dell’Accademia di Parigi nonché cancelliere delle Università di Pari-gi, e di Edmond Elalouf, presidente del Centro comunitario di Parigi, hanno portato i loro messaggi di auguri i presidenti del Fondo socia-le ebraico unificato, Pierre Besnai-nou, dell’Alleanza israelitica univer-sale, Marc Eisenberg, del Concisto-ro centrale, Joël Mergui, e del Con-siglio rappresentativo delle istituzio-ni ebraiche di Francia, Richard Pra-squier. Ma è stato il dibattito intito-lato La spiritualité face à la violence et la terreur. Penser le religieux au XXIsiècle ad animare la serata, gra-zie agli interventi del gran rabbino di Francia, Gilles Bernheim, e del filosofo Bernard-Henri Lévy. «Nell’epoca attuale — si legge nella presentazione dell’incontro — non si dovrebbe parlare di spiritua-lità, di fede, del fatto religioso senza una riflessione sui legami assai com-plessi fra il pensiero religioso del nostro tempo e le tentazioni violen-te che si esprimono attraverso la guerra, le rivoluzioni, il terrorismo, le persecuzioni. Si manifestano og-gi, contemporaneamente, un rinasci-mento del religioso e una recrude-scenza delle pulsioni mortifere estre-me. Il pensiero contemporaneo non dovrebbe eludere la domanda cru-ciale suscitata da questa congiunzio-ne inattesa. Quale può essere la ri-sposta dei filosofi, dei teologi, degli storici, degli psicanalisti, dei socio-logi, a questo interrogativo? La stra-na alleanza del sacro con la violen-za, descritta nelle società più arcai-che del pianeta, si esprime ai nostri giorni sotto volti inquietanti. Esiste — ci si chiede — un antidoto tale da consentire a una spiritualità sana e rinnovata di superare questa minac-cia fatale che pesa sul nostro futu-ro?». La Francia è stata colpita l’an-no scorso dalla strage di Tolosa (un insegnante, i suoi due figli e un’al-tra bambina uccisi davanti a una scuola ebraica da un giovane estre-mista islamico di origini algerine) e si trova quotidianamente a fronteg-giare atti più o meno gravi di anti-semitismo e antisionismo. Bernheim e Lévy hanno dibattuto — informa sul sito on line la Comunità ebraica di Roma — «sul ruolo delle istitu-zioni ebraiche francesi, le quali si fanno sempre più carico di veicolare un’informazione corretta e di per-mettere ai giovani di affrontare preparati interlocutori sempre insi-diosi». Bernheim e Lévy, un uomo di fe-de e un pensatore laico, condivido-no la convinzione, ereditata dal filo-sofo Emmanuel Lévinas, che biso-gna tradurre la saggezza biblica in “g re c o ”, la sola maniera, si legge sul sito di Bernard-Henri Lévy, per far cogliere ai contemporanei, ebrei e non ebrei, la pertinenza del messag-gio di Israele. Se «conoscere Dio si-gnifica ciò che occorre fare», se «l’etica non è il corollario della vi-sione di Dio ma la visione stessa», se «il pio è il giusto», come scriveva Lévinas, allora la riflessione sulla “strana alleanza” fra sacro e violenza può solo sollevare scandalo. In un’epoca caratterizzata dal confron-to fra civiltà — ha affermato il gran rabbino di Francia in una recente intervista a «La Croix» — la que-stione è di sapere se le religioni so-no capaci di diventare una forza di pace piuttosto che una fonte di con-flitti. La risposta a questa domanda «dipende strettamente dal posto che le differenti fedi e culture concedo-no all’“a l t ro ”, a quello che non ci somiglia, a quello la cui appartenen-za, colore o credo differisce dai no-stri. Cosa vediamo in questo “al-t ro ”? Una minaccia per la nostra fe-de e il nostro modo di vivere o piut-tosto un arricchimento per l’e re d i t à dell’intera umanità?». Dal canto suo Lévy ha dedicato una parte impor-tante del proprio lavoro all’analisi del totalitarismo e del fondamentali-smo religioso. E in passato non ha mancato di esprimere il suo soste-gno ai cristiani, i quali, ha dichiara-to lui stesso, «formano su scala pla-netaria la comunità più costante-mente, violentemente e impunemen-te perseguitata». Il Centro comunitario di Parigi è sorto con la missione di diventare il contenitore privilegiato per ospitare e offrire progetti e programmi indi-stintamente a tutti gli ebrei. Le oltre cento attività spaziano dai corsi di Talmud Torah al coro, dall’esame psicometrico per accedere alle uni-versità israeliane alle conferenze set-timanali in orari pomeridiani, prese-rali e serali (nel passato ha ospitato oratori quali Moshé Dayan, Abba Eban, Nahoum Goldmann, Jacques Attali, Raymond Aron e Golda Meïr). Nato in boulevard Poisson-n i è re a l l ’indomani della guerra, della Shoah e delle grandi migrazioni se-fardite dal Nord Africa, la struttura — spiega la Comunità ebraica di Roma — ha conosciuto uno svilup-po straordinario grazie all’app orto del Fonds social juif unifié, la cui opera umanitaria si è rafforzata nel fornire aiuti concreti a tutti gli ebrei francesi che per motivi di età, salu-te, disagio sociale ed economico si rivolgono al Centro; da tredici anni nella grande sede di rue La Fayette ospita anche una grande sinagoga sefardita. Per il “giubileo” dei cin-quant’anni, il Centre communautai-re de Paris organizzerà dibattiti, concerti e cinque viaggi con destina-zione località che hanno fatto la storia del popolo ebraico.© Osservatore Romano - 11 gennaio 2013